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Tamberi, la dedica per Bontempi: “Onorato di essere l’uomo che cammina al tuo fianco”

(Adnkronos) – Ci sono amori destinati a durare per sempre. È quello che spera Gianmarco Tamberi, che oggi festeggia 17 anni d'amore al fianco di Chiara Bontempi.  L'atleta ha affidato ai social una lunga e intensa lettera dedicata alla moglie, ricordando il legame iniziato quando entrambi erano ancora due adolescenti: "Un giorno lontano, quando saremo seduti su una panchina, mano nella mano, e il vento ci scompiglierà i capelli ormai stanchi, ci guarderemo indietro e ci renderemo conto di quale cosa meravigliosa siamo riusciti a realizzare in questa vita", ha scritto Tamberi.  "Già da piccoli – scrive il campione – avevamo capito che c'era qualcosa di speciale: avevamo capito di essere l'uno per l'altra la persona giusta, qualcuno da non cambiare con nessun altro al mondo. Una fortuna che abbiamo accolto, protetto e coltivato giorno dopo giorno". Un amore nato quando Tamberi aveva appena 17 anni e che, con il passare del tempo, si è consolidato fino al matrimonio: "17 anni fa, per la prima volta, ho sentito il profumo inebriante della tua pelle e ho visto quei magnifici occhi brillare e sorridere più di quanto sappia fare qualsiasi sorriso. 17 anni fa avevo 17 anni. Da domani, il grande orologio di questa avventura chiamata Vita avrà scandito più ore con te al mio fianco che senza di te, e non potrei esserne più felice".    Tamberi ricorda l'ultimo anno della sua vita, segnato da un cambiamento speciale: "Grazie per tutto quello che fai per noi ogni singolo giorno. L'ultimo anno è stato tutt'altro che facile: la vita stravolta da un piccolo miracolo chiamato Camilla e tu che non hai mai fatto mezzo passo indietro, riuscendo a gestire tutto e tutti con una forza di volontà straordinaria. Voglio solo che tu sappia che se mai un giorno mi dovessero chiedere: 'Qual è il tuo modello di donna?' Io non esiterei un attimo, farei senza neanche pensarci un secondo il tuo nome". "Sono orgoglioso e onorato di essere l'uomo che cammina al tuo fianco. 17 anni insieme, 4 di questi con un anello al dito. Buon anniversario, amore della mia vita. Ti amo" 
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Paola Coco nominata Medical Affairs Director Italy di BeOne Medicines Italy

(Adnkronos) – BeOne Medicines Italy annuncia la nomina di Paola Coco a Medical Affairs Director Italy. In questo ruolo, spiega in una nota azienda oncologica, entrerà a far parte del Leadership Team di BeOne Italia, contribuendo alla definizione e all'implementazione della strategia aziendale. “Paola vanta oltre vent’anni di esperienza, maturata in ambito clinico e nell’industria farmaceutica – afferma Marco Sartori, General Manager di BeOne Medicines Italia – Nella sua carriera, ha guidato aree terapeutiche strategiche in oncologia ed ematologia, ricoprendo anche incarichi internazionali e contribuendo allo sviluppo e all’accesso a terapie innovative. Il suo ingresso in BeOne rappresenta un importante rafforzamento del nostro Leadership Team e del nostro focus strategico in ambito scientifico, a sostegno delle grandi ambizioni di crescita della nostra azienda. La sua esperienza e leadership contribuiranno ad accelerare lo sviluppo di BeOne in Italia, incrementando ulteriormente la nostra capacità di innovare e generare valore per i pazienti, la comunità scientifica e tutti i nostri stakeholder”. Paola Coco è oncologo medico. Dopo gli anni trascorsi alla Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano, dove ha svolto attività clinica e di ricerca in oncologia, è entrata nel settore farmaceutico, assumendo incarichi di crescente responsabilità in aziende leader quali Roche e Novartis. Recentemente ha ricoperto il ruolo di Country Chief Scientific Officer e Head of Medical Affairs di Novartis Italia. “Sono entusiasta e onorata di entrare a far parte di BeOne Medicines Italia in un momento così significativo della sua evoluzione – spiega Coco – Entrare in BeOne Medicines significa unirsi a un'organizzazione che sta contribuendo a ridefinire il futuro dell’oncologia e dell’onco-ematologia attraverso una scienza innovativa e una profonda attenzione ai bisogni dei pazienti. La qualità della Ricerca di BeOne è testimoniata da una pipeline ampia e diversificata. Mi impegnerò perché ricerca e innovazione si traducano in benefici concreti per i pazienti. Sono orgogliosa di assumere questo incarico e di contribuire, insieme a un team di straordinario valore, ad accelerare lo sviluppo e l'accesso a terapie trasformative e credo che il dialogo tra ricerca, comunità scientifica, istituzioni e pazienti – conclude – sia la chiave per generare un impatto duraturo sulla salute delle persone e sul progresso del sistema sanitario”. 
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Auto a guida autonoma impazzisce e centra la polizia: “È stato un guasto tecnico”

(Adnkronos) – Un’auto a guida autonoma si è schiantata contro un furgone della polizia a Islamabad, in Pakistan, dopo che un’interruzione della connessione internet ha provocato un "guasto tecnico". Il video dell’incidente, girato nella zona di D-Chowk, è diventato rapidamente virale sui social, trasformandosi anche in un’occasione per ironizzare sulla tecnologia a guida autonoma. Nel filmato il giornalista Muhammad Aalijah è seduto sul sedile anteriore dell’auto mentre ne illustra le caratteristiche. Il veicolo viene comandato da remoto attraverso Internet, ma a un certo punto il volante smette improvvisamente di rispondere correttamente. L’auto fuori controllo finisce quindi contro un mezzo della polizia parcheggiato a bordo strada. Aalijah tenta anche di azionare il freno a mano, ma non riesce ad evitare l’impatto. Il giornalista ha spiegato di essere stato invitato dall’appassionato di tecnologia Ehsan Zafar, di Abbottabad, a documentare la sua innovazione nel campo della guida automatizzata. "Tutto andava bene finché non si è verificato un guasto tecnico dovuto a un’interruzione di Internet, che ha fatto perdere il controllo dell’auto e l’ha fatta schiantare contro un veicolo della polizia", ha raccontato Aalijah. Dopo la diffusione del video, Aalijah ha voluto chiarire che il suo obiettivo non era mettere in cattiva luce il giovane proprietario dell’auto e sottolineato che il sistema dell’auto non è ancora "completamente sicuro e affidabile". L’incidente è avvenuto in una zona ad alta sicurezza e con poco traffico. Una circostanza che, secondo il giornalista, ha evitato conseguenze più gravi: "Se la stessa situazione si fosse verificata su una strada trafficata, le conseguenze avrebbero potuto essere estremamente pericolose, persino mortali". Poi l’appello: "Questo video non è una critica; è uno sforzo responsabile per sensibilizzare e lanciare un avvertimento: sperimentate pure, ma assicuratevi prima di tutto della sicurezza".   Intanto il video continua a circolare sui social, tra chi apprezza il tentativo di promuovere il talento tecnologico locale e chi si diverte a commentare l’incidente. "Certamente, in Pakistan non manca il talento", ha scritto ironicamente un utente. Un altro ha osservato che persino l’intelligenza artificiale "va nel panico in Pakistan quando vede la polizia". Non sono mancate, però, parole di incoraggiamento per il giovane inventore. "Divertente per alcuni, forse, ma io vedo un grande sforzo. Oggi ha fallito; sì, gli intoppi capitano, ma so che un giorno questo giovane pakistano troverà la soluzione perfetta". E, visto l’enorme interesse suscitato dal filmato, qualcuno sui social ha già pronosticato per quelle immagini un futuro da "meme internazionale". 
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F1 da sport di nicchia a fenomeno pop, 1 italiano su 3 vorrebbe vivere un Gp dal vivo

(Adnkronos) – Se fino a qualche anno fa la Formula 1 era considerata soprattutto lo sport degli appassionati di motori, oggi il suo pubblico racconta una storia diversa. Sempre più trasversale, sempre più vicina al mondo dell'intrattenimento e della cultura pop, la Formula 1 continua ad attrarre nuove generazioni, trasformandosi in un fenomeno capace di andare ben oltre la pista. A fotografare questa evoluzione è la nuova indagine di KitKat x Formula 1, realizzata con YouGov su un campione di oltre mille persone rappresentative della popolazione italiana adulta (18+), in occasione del Gran Premio d'Italia di Monza. Un italiano su tre si definisce appassionato di Formula 1 (33%) e il 59% dichiara almeno un interesse per questo sport. Inoltre, un italiano su quattro (25%) ritiene che la Formula 1 sia oggi più seguita rispetto a cinque anni fa, percentuale che sale al 40% tra gli appassionati. Secondo gli italiani, a guidare questa crescita sono soprattutto i più giovani. Un italiano su tre (33%) ritiene infatti che siano proprio i giovani tra i 18 e i 34 anni ad essersi avvicinati maggiormente alla Formula 1 negli ultimi anni. Una percezione condivisa ancora più nettamente dalla Gen Z stessa: tra i più giovani, il 53% indica infatti la propria generazione come quella che si è maggiormente avvicinata alla Formula 1. Tra coloro che percepiscono una crescita della popolarità della Formula 1 rispetto a cinque anni fa, le principali ragioni sono la Ferrari e il tifo italiano (43%), il talento e il carisma dei piloti (37%) e il fatto che sia diventata uno sport sempre più “di tendenza” (31%).  E oggi la Formula 1 non viene più identificata esclusivamente come uno sport: per un italiano su quattro (25%) rappresenta un universo multidimensionale, che unisce sport, spettacolo, intrattenimento, innovazione e tecnologia. La passione non si ferma allo schermo: quasi un italiano su tre (32%) vorrebbe assistere dal vivo a un Gran Premio, percentuale che raggiunge il 58% tra i fan della Formula 1. Per un italiano su dieci (10%), inoltre, assistere a una gara rappresenta una delle esperienze sportive che sogna maggiormente di vivere. In pista sono soprattutto i sorpassi (23%) e la partenza (19%) a emozionare gli appassionati. In vista del Gran Premio d'Italia, lo studio conferma anche il ruolo speciale che Monza continua ad avere nell'immaginario collettivo. Tra gli interessati alla Formula 1, Monza è infatti il secondo circuito più iconico al mondo (26%), praticamente testa a testa con Monte Carlo (28%) e davanti a Imola (15%), a conferma del legame profondo che unisce il nostro Paese alla storia del motorsport. Un'iconicità che KitKat celebrerà anche fuori dall'Autodromo: dal 4 al 6 settembre, in occasione del Fuori GP organizzato dal Comune di Monza, Piazza Trento e Trieste ospiterà la KitKat Break Zone, uno spazio gratuito aperto a cittadini e visitatori. Al centro dell'area ci sarà una replica elettrica del circuito di Monza di 7 metri per 5, sulla quale le persone potranno sfidarsi realmente. "La Formula 1 sta vivendo un momento straordinario, capace di coinvolgere pubblici sempre più ampi e trasversali grazie a un mix unico di spettacolo, adrenalina e intrattenimento. – commenta Federico Giorgio Marrano, Business Executive Officer della Divisione Dolciari di Nestlé Italiana – Come Official Chocolate Bar della Formula 1, vogliamo portare anche nello sport più veloce al mondo un messaggio che appartiene da sempre a KitKat: anche quando tutto corre velocissimo, concedersi un break è importante per ripartire con la giusta energia. Una filosofia che vale in pista come nella vita di tutti i giorni e che porteremo a Monza attraverso esperienze pensate per coinvolgere i fan e far vivere loro il mondo della Formula 1 ancora più da vicino". Proprio per celebrare questa passione crescente, KitKat, Official Chocolate Bar della Formula 1, sarà protagonista del Gran Premio d'Italia di Monza con una Fan Zone dedicata ai visitatori del circuito, con esperienze interattive, giochi e attività ispirate a uno degli appuntamenti sportivi più attesi dell'anno. Un legame, quello tra il break e la Formula 1, che trova spazio anche nelle abitudini degli appassionati: secondo l'indagine, un interessato alla F1 su dieci (10%) accompagna la visione di un Gran Premio con uno snack dolce. E proprio sul terreno del gusto prende forma uno dei simboli più concreti della collaborazione: la KitKat F1 Car, lo snack di cioccolato modellato come un'iconica monoposto di Formula 1, prodotto nello stabilimento di San Sisto, in Umbria, ed esportato in oltre 30 Paesi nel mondo. Presenza del brand al Gran Premio rientra nella partnership globale che vede KitKat Official Chocolate Bar della Formula 1, un incontro tra due icone internazionali che porta il break nel cuore dello sport più veloce al mondo. 
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Sindrome di Rett, ok in Europa a trattamento per sintomi neurocomportamentali

(Adnkronos) – La Commissione europea (Ce) ha concesso l’autorizzazione all’immissione in commercio per trofinetide “nel trattamento dei sintomi neurocomportamentali della sindrome di Rett in pazienti adulti e pediatrici di età pari o superiore a cinque anni. Il farmaco è il primo e unico trattamento approvato per questa indicazione nell’Unione Europea (Ue)”. Lo annuncia, in una nota Acadia Pharmaceuticals. "La sindrome di Rett è caratterizzata da un quadro neurocomportamentale complesso che include una fase regressiva, contraddistinta dalla rapida perdita delle competenze linguistiche e comunicative, frequentemente associata a disturbi del sonno, ansia e altre alterazioni comportamentali che compromettono significativamente la qualità di vita delle pazienti e delle loro famiglie”, spiega commenta Aglaia Vignoli, professore associato di Neuropsichiatria infantile dell'Università Statale di Milano, direttore del dipartimento di Neuropsichiatria infantile Asst Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Milano. “Con la progressione della malattia, il coinvolgimento si estende ad altri aspetti, in particolare a quello motorio, determinando una disabilità complessa che interessa pressoché ogni aspetto della vita quotidiana. Per questo siamo entusiasti del passo avanti compiuto a livello europeo, per dare ai pazienti, alle loro famiglie e a tutta la comunità clinica, una nuova opportunità per contrastare i sintomi neurocomportamentali della malattia”. L’approvazione di trofinetide “segna un importante passo avanti nella nostra missione di fornire un trattamento innovativo alle migliaia di persone che convivono con la sindrome di Rett nell’Ue e che da tempo vivono con ampi bisogni medici insoddisfatti – afferma Catherine Owen Adams, Ceo di Acadia Pharmaceuticals – Siamo entusiasti di questo traguardo e siamo impegnati a collaborare con le autorità regolatorie competenti e con la comunità di clinici e di pazienti europea, per favorire l’accesso tempestivo a questa nuova opportunità terapeutica per i pazienti europei idonei”. L’autorizzazione all’immissione in commercio di trofinetide nell’Ue – informa la nota – si basa principalmente sui risultati dello studio di fase 3 Lavender™, che ha dimostrato miglioramenti statisticamente e clinicamente significativi nelle caratteristiche principali della sindrome di Rett, misurati mediante i seguenti endpoint co-primari: il Questionario sul comportamento della sindrome di Rett (Rsbq) e la scala dell’impressione clinica globale di miglioramento (Cgi-I).  “Questo traguardo storico – commenta Pedro Rocha, presidente di Rett Syndrome Europe – rappresenta un progresso significativo per i pazienti, i caregiver e la più ampia comunità della sindrome di Rett in Europa, che da molto tempo è in attesa di un’opzione terapeutica incentrata specificamente sui sintomi neurocomportamentali di questo disturbo complesso. Troviamo incoraggiamento in questa approvazione e nutriamo fiducia circa l’impatto positivo che potrebbe avere per le famiglie in Europa affette dalla sindrome di Rett”. Con questa approvazione – conclude la nota – trofinetide, un analogo sintetico del tripeptide N-terminale del fattore 1 di crescita insulino-simile (Igf-1), ha ricevuto l’autorizzazione all'immissione in commercio in tutti i 27 Stati membri dell’Ue, nonché in Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Come passo successivo per rendere disponibile trofinetide ai pazienti nell’Ue, Acadia intraprenderà i necessari processi approvativi con le autorità competenti. 
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Ucraina, Bild: “Russia dietro a drone bomba all’aeroporto di Lipsia”

(Adnkronos) –
L'incidente del drone all'aeroporto di Lipsia/Halle sarebbe stato un attentato orchestrato dalla Russia. Lo scrive la Bild, secondo cui le tracce del drone esplosivo conducono presumibilmente a un'agenzia di intelligence russa. Il giornale tedesco ne ha avuto notizia da fonti della sicurezza. Il ministro federale dell'Interno Alexander Dobrindt e il ministro degli Esteri Johann Wadephul dovrebbero dare aggiornamenti in una conferenza stampa prevista per oggi a cui non sarà presente il cancelliere Friedrich Merz.  Wadephul ha interrotto un viaggio ufficiale in Irlanda per partecipare alla conferenza stampa. Secondo informazioni ottenute dala Bild, le conclusioni degli inquirenti si sono ormai consolidate al punto che il governo tedesco intende attribuire l'incidente del drone di Lipsia a un presunto servizio di intelligence russo, mentre fino a ora, il governo tedesco si era astenuto dal formulare accuse dirette.  
Le conseguenze nei confronti della Russia saranno coordinate con i partner europei. Si ipotizzano misure diplomatiche, tra cui la convocazione dell'ambasciatore russo al ministero degli Esteri. Inoltre, alcuni dipendenti dell'ambasciata russa potrebbero essere dichiarati persona non grata e invitati a lasciare la Germania. Gli ambienti diplomatici stanno anche discutendo di ulteriori sanzioni contro la Russia, in coordinamento con altri Stati membri dell'Ue. Secondo alcune fonti, Wadephul sarebbe in contatto con i suoi omologhi in merito a questa questione. 
Il ritrovamento di un drone dotato di esplosivo all'aeroporto di Lipsia-Halle risale ai primi di agosto. "Non ci troviamo di fronte a un approccio amatoriale. Stiamo parlando di uno scenario professionale di minaccia ibrida", aveva affermato Dobrindt, spiegando che tutti gli aspetti della vicenda, dalla costruzione dell'ordigno all'origine del drone fino all'identità dei responsabili, erano oggetto di indagine. Il ministro aveva aggiunto che sarebbe stato "miope" pensare di poter contrastare questo tipo di minaccia con "misure semplici", sottolineando che l'inchiesta avrebbe dovuto verificare anche un eventuale coinvolgimento di "potenze straniere". 
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Toscana virus cos’è, Pregliasco: “Non sottovalutare, tra luglio e settembre picco pappataci”

(Adnkronos) – "Il Toscana virus è un'infezione ancora poco conosciuta dal grande pubblico, ma tutt'altro che nuova in Italia. Viene trasmesso dai flebotomi, i cosiddetti pappataci, e proprio tra luglio e settembre raggiungiamo il periodo di maggiore attività del vettore". A spiegarlo è il virologo Fabrizio Pregliasco. I piccoli insetti e l'infezione che possono trasmettere sono tornati sotto i riflettori in questi giorni, dopo il racconto social del cantautore Tommaso Paradiso che è stato costretto a rinunciare a due appuntamenti estivi. "Una decina di giorni fa – ha scritto Paradiso sulle Instagram stories – un pappatacio ha deciso di pungermi trasmettendomi il Toscana virus. Sono in via di guarigione ma non ancora al massimo". Nella grande maggioranza dei casi, spiega Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'università degli Studi di Milano, "l'infezione passa inosservata o provoca febbre, mal di testa e malessere generale. In una piccola quota di persone, però, il virus può raggiungere il sistema nervoso centrale e provocare meningite o meningoencefalite, con cefalea molto intensa, rigidità nucale, fotofobia, nausea e vomito. I casi osservati anche nell'estate 2026 ci ricordano che il Toscana virus deve ormai entrare stabilmente nella diagnosi differenziale delle meningiti estive, soprattutto nelle aree rurali e mediterranee. Non bisogna creare allarmismo: la mortalità è eccezionale e nella maggior parte dei casi l'evoluzione è favorevole. Ma non va neppure sottovalutato", avverte.  Contro questo patogeno, ricorda l'esperto, "non esiste un vaccino né una terapia antivirale specifica. La prevenzione passa quindi dalla protezione contro i pappataci: repellenti, abiti coprenti soprattutto nelle ore serali e zanzariere a maglia molto fine. E soprattutto ricordiamo che non è una meningite che normalmente si trasmette da persona a persona: il contagio avviene attraverso il vettore". 
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Ranucci attacca i nuovi conduttori di Report: “Disumano pensare di condurlo senza averlo meritato”

(Adnkronos) – "Caro Daniele, ti sei lamentato sul Domani perché ho definito mediocre la scelta di affidare a te e a Giulia Presutti la conduzione di Report. Confermo, e specifico: mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana".  Inizia così il lungo post con cui Sigfrido Ranucci replica alle dichiarazioni rilasciate al quotidiano 'Domani' da Daniele Piervincenzi , nuovo conduttore del programma insieme a Giulia Presutti. Post che si chiude con una riflessione: "È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana. È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie. E’ disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent'anni lo hanno reso grande anche rischiando la propria incolumità. Per questo non posso non tornare al concetto di mediocrità che tanto vi ha irritato. Non è mediocre chi non ce l'ha fatta. È mediocre chi ce l'ha fatta senza essersela guadagnata". L'ex conduttore contesta l'esperienza di Piervincenzi nel programma: "Un servizio realizzato per Report — peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte — non fa di nessuno un conduttore. Del resto la tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019 segnò performance dal 2,4% al 3,8%". E menziona anche un episodio specifico: "È vero, come mi hai fatto notare, che hai realizzato a quattro mani un'inchiesta in Congo sul caso dell’ diplomatico ucciso in Congo, Attanasio. L'ho accettata perché me l'hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare, e perché ho ancora la romantica abitudine di dare una mano a chi me la chiede. Una scelta che, guarda caso, ha creato attriti anche con Giulia Presutti, che voleva occuparsi della stessa storia. Ma tu lo sai meglio di chiunque altro: quel lavoro rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro". E, sempre su Piervincenzi, Ranucci aggiunge: "Mi hai scritto che comprendi il mio stato psicologico, e che per questo mi perdoni per le critiche. Ti risparmio la fatica: non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso, insieme a tutti i professionisti che l'hanno reso grande. Un’operazione che ha raggiunto il suo scopo, visto che sono stato rimosso perché sarebbe venuta meno la mia credibilità. Dunque sono fuori, ma essendo stato per 20 anni dentro Report, ed avendo partecipato alla sua storia, credo di aver diritto ad esternare una mia opinione". La Rai, continua l'ex conduttore di 'Report', "ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto. Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste. Io sono entrato in Rai trentasei anni fa, come assistente ai programmi. Poi programmista regista, redattore al Tg3, quindi a Rainews24, inviato nei Balcani. Nel 2001 a New York, per gli attentati alle Torri Gemelle. Nel 2003 sono stato in Iraq. Nel 2005 a Sumatra, a documentare la tragedia dello tsunami. Sono arrivato a Report dopo un lungo percorso nel 2006, dopo aver realizzato scoop nazionali — come l'intervista smarrita di Paolo Borsellino — e uno scoop internazionale, quello sull'uso delle armi chimiche a Falluja, in Iraq, da parte degli americani. Un’inchiesta che per la prima volta nella storia ha portato il nome della Rai nel mondo". Da allora, ricorda, "per dieci anni, sono stato coautore di Milena Gabanelli, ho respirato la sua stessa aria. Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo. Ho passato dieci anni lunghi anni accanto a lei in studio, a guardare come si scrive un testo, come si impara a memoria, dove si interviene dentro le inchieste altrui con rispetto ma anche con decisione quando si pensa al bene del prodotto, ma anche come si costruisce una grafica. In quel ruolo ho imparato, e tanto anche da quella generazione di inviati storici, a selezionare e a far crescere una squadra". "Una squadra di giornalisti straordinari", scrive Ranucci. "Ruvidi, anche un po' stronzi — non hanno mai fatto sconti a nessuno, tantomeno a me, come raccontano le cronache di questi giorni — ma sempre leali con il pubblico. Ed è per questo che voglio loro ancora un gran bene, e cerco di difendere la loro storia. Come sono grato a tutte le persone della produzione, professioniste straordinarie che avrebbero da insegnare il mestiere a molti giornalisti e conduttori alle prime armi. E' stato un percorso lungo. Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby. Ma alla fine di sedici anni di Rai, passati in ruoli diversi, non sono stato calato dall’alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l'unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report. Una scelta basata esclusivamente sul merito e rispettata anche dai vertici della Rai. Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo". 
Quanto a Giulia Presutti, dice: "Ha realizzato, con nota insofferenza, dei Lab. Mai un'inchiesta principale. Sono stato il primo a credere nelle sue qualità. Ma dopo un paio di anni se n'era andata per guadagnare di più. Poi l'ho accolta a braccia aperte, quando mi ha chiesto di ritornare perché aveva bisogno di sentirsi protetta da un programma importante. Era reduce da un periodo personale difficile. Ora però quel programma che generosamente l’ha protetta rischia di distruggerlo. Pur sapendo da settimane che sarebbe stata la nuova conduttrice di Report ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi — anche quelli più vicini — tenendo nascosto l’accordo che aveva già chiuso. Giulia sa bene di averla fatta grossa: da quando la notizia è uscita, non mi ha risposto più al telefono. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia. Ma la questione ora è un’altra. Come si può pensare, al di là del merito, che possa essere il volto credibile di una squadra di fuoriclasse ai quali ha mentito per settimane? Una frattura insanabile. In questa vicenda la grande assente è la gratitudine. Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo".  
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Kasabian, il nuovo album ‘Act III’ è più Kasabian che mai

(Adnkronos) – I Kasabian sono tornati a suonare come i Kasabian. È questa, più di qualsiasi altra cosa, la sensazione che lascia 'Act III', il nono album in studio della formazione di Leicester in uscita il 4 settembre prossimo. E non è un dettaglio di poco conto: dopo due dischi in cui la band sembrava ancora cercare la propria dimensione a seguito dell’uscita del cantante Tom Meighan, Serge Pizzorno, Chris Edwards, Ian Matthews e Tim Carter ritrovano qui quella miscela di ritmo, psichedelia, elettronica e quell’attitudine sfrontata e scanzonata che li ha resi una delle band britanniche più talentuose degli anni Duemila. Sei anni dopo quella separazione, Meighan non è più al centro della storia. Ad esserlo, finalmente, sono i Kasabian. Che fosse Pizzorno a prendere quel posto non era una scelta casuale. Lui e Meighan si conoscono dai tempi del liceo, molto prima del successo mondiale. Pizzorno era già il principale autore e la mente musicale del gruppo e se qualcuno poteva assumersi il compito di portare avanti la band dopo l’uscita del cantante, era probabilmente lui. Non era però un passaggio scontato. Nel 2020, dopo la condanna di Meighan per violenza domestica, Pizzorno si è ritrovato anche davanti al microfono. Da allora sono arrivati due album e un nuovo equilibrio all’interno della formazione britannica che però non hanno davvero lasciato il segno. Registrato al The Sergery e al Club Ralph e prodotto da Pizzorno insieme a Mark Ralph, ‘Act III’ mette insieme dieci brani e tre interludi e recupera molti degli elementi che hanno definito il suono della band britannica: rock, elettronica, psichedelia, ritornelli pop, chitarre che spesso sembrano arrivare dal passato. La differenza sta nel modo in cui vengono utilizzati, con diversi richiami al catalogo difficili da non riconoscere. Pizzorno stesso ha raccontato l’album in termini cinematografici. È il terzo atto di una storia cominciata con il disco del 2004 e passata attraverso i primi Kasabian, 'Empire', 'West Ryder Pauper Lunatic Asylum' e '48:13'. “È puro Kasabian” ha spiegato Pizzorno, invitando i fan a cercare tra i brani gli ‘Easter egg’ presenti. Per chi conosce la band, i riferimenti sono effettivamente disseminati lungo tutta la tracklist. Il risultato è un disco convincente, che ritrova quella miscela di sana arroganza, melodia e attitudine dance che appartiene ai Kasabian fin dagli inizi. ‘Soulmate’, la traccia che apre il disco dopo il primo interludio, è uno dei pezzi più riusciti: un brano costruito intorno a un ritornello forte, con una produzione che lascia convivere componente elettronica e chitarre dark senza risultare sovraccarico. La stessa direzione era già emersa con ‘Hippie Sunshine’ il primo brano pubblicato come anticipazione dell’album, e proseguita con ‘Great Pretender’, scritto da Pizzorno e prodotto dallo stesso con Mark Ralph. Il pezzo è immediato e costruito attorno al tema della sindrome dell’impostore, che Pizzorno racconta in modo meno prevedibile di quanto suggerirebbe il termine, quella sensazione che arriva prima di un momento importante, quando si pensa di non essere all’altezza della situazione ma non resta che andare avanti. Il riferimento è anche a un episodio che gli è capitato davvero: la presentazione di una colonna sonora alla London Philharmonic Orchestra, esperienza affrontata pur non avendo una formazione teorica tradizionale.  È un tema che sembra anche adatto alla storia recente dei Kasabian, dopo il licenziamento di Meighan. La voce di Pizzorno, poco levigata ma cucita a pennello per il suono della band, se poteva inizialmente dividere il pubblico, ne è ormai parte integrante. Musicalmente, 'Act III' alterna brani molto diretti a pezzi più eccentrici. ‘The Guru and the Crypto Time Machine’ porta dentro il disco un altro dei temi ricorrenti di Pizzorno: il rapporto con i nuovi guru digitali, gli influencer e il mondo delle criptovalute. Il riferimento alla crypto compare anche in altri momenti dell’album, compreso ‘Hippie Sunshine’, un dettaglio che lega il disco al presente pur non essendo un album dichiaratamente “sull’attualità”. Le chitarre psichedeliche entrano ed escono dalle strutture più pop, l’elettronica ricorda la componente dance dei Kasabian degli inizi e i ritornelli mantengono una dimensione che nel complesso funziona molto bene.  Pizzorno, del resto, sembra avere le idee piuttosto chiare anche su cosa non vuole fare. Se è vero che oggi la musica viene spesso pensata in funzione di playlist e algoritmi lui mantiene un atteggiamento più semplice: se una canzone funziona in studio, se fa venire voglia a chi la sta registrando di muoversi, allora ha già superato il test più importante. Cercare di immaginare cosa vogliano gli altri, secondo Pizzorno, rischia di togliere spontaneità alla musica. Un atteggiamento che si sente molto bene nel disco. 'Act III' attinge alla storia della band come materiale da cui partire. 'Nothing Better Than This', 'Silver Apple Eyes', 'Glide' e 'Hyper/Rising' si sviluppano attorno alle coordinate di allora ma le spostano in una produzione più pulita e contemporanea, senza rinunciare alla combinazione ormai rodata di chitarre, elettronica e melodie immediate che resta il marchio di fabbrica del gruppo. Il disco si chiude con ‘Say You (Closer)’, un brano personale che sposta il registro su un terreno più intimo.  Nel complesso, ‘Act III’ è un album dalle diverse sfaccettature, con una produzione curata e un’identità ben definita. Soprattutto, riporta al centro quella combinazione di rock ed elettronica che ha fatto dei Kasabian una delle band più importanti della seconda ondata dell’indie rock britannico. Sei anni dopo l’uscita di Meighan, Pizzorno non sembra più occupare un posto rimasto vuoto. Quel posto, ormai, è diventato il suo. (di Federica Mochi) 
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Malattia della pioggia, perché se ne parla: cos’è e sintomi

(Adnkronos) –
Malattia della pioggia è il soprannome della dermatofilosi (Dermatophilus congolensis), un batterio conosciuto soprattutto da veterinari e allevatori. Nell’uomo l’infezione è sempre stata considerata una rarità, ecco perché negli ultimi tempi è finita sotto i riflettori, per via dei casi in aumento in Europa, con "focolai registrati da dicembre 2025" in diversi Paesi: "Francia, Germania, Spagna, Svezia, Norvegia", ricordava l'Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), in un report del 17 giugno, in cui segnalava l'evoluzione osservata per questa infezione cutanea che colpisce principalmente i bovini, ma anche altri animali domestici e selvatici. L'Ecdc ha acceso un faro, ipotizzando "un possibile cambiamento nelle dinamiche di trasmissione, con la trasmissione da uomo a uomo tramite stretto contatto fisico come via più probabile, sebbene non si possa escludere la trasmissione indiretta tramite superfici e oggetti contaminati". Negli ultimi mesi l'elenco dei Paesi era già cresciuto e l'Ecdc nell'ultimo documento diffuso il 21 agosto ha confermato che i casi si stanno osservando "prevalentemente, ma non esclusivamente, tra uomini gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, spesso segnalando la recente frequentazione di luoghi in cui si pratica sesso all'interno di locali, comprese le saune". Bilancio aggiornato al 20 agosto 2026: 123 casi di infezione da D. congolensis in 10 Paesi europei, cioè Austria, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito.  E proprio il singolo caso registrato in Gb pochi giorni fa si è guadagnato le pagine di 'Bmj': "Nel Regno Unito – rileva la rivista scientifica – è stata rilevata per la prima volta l'infezione cutanea a trasmissione sessuale, in un contesto di aumento dei casi in Europa". L'Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria (Ukhsa) ha dichiarato a Bmj che il caso è stato identificato in Scozia ed è collegato alla frequentazione di un locale adibito ad attività sessuali. "Il batterio Dermatophilus congolensis è un microrganismo conosciuto da molto tempo soprattutto in medicina veterinaria, perché colpisce bovini, cavalli, pecore e altri animali. Nell'uomo, invece, le infezioni sono sempre state considerate piuttosto rare – osserva il virologo Fabrizio Pregliasco in una nota – La novità che sta attirando l'attenzione riguarda i casi comparsi recentemente in diversi Paesi europei. Tradizionalmente l'infezione umana era associata soprattutto al contatto diretto con animali infetti o con materiale contaminato. Nei casi più recenti, invece, è emersa la possibilità di una trasmissione da persona a persona attraverso un contatto molto stretto pelle contro pelle, compreso quello che può avvenire durante i rapporti sessuali. Sono stati descritti casi anche tra persone che praticano sport di contatto", come le arti marziali nel caso della Norvegia, "e numerose infezioni sono state associate alla frequentazione di saune o ambienti caldo-umidi. È importante, però, non trasformare un fenomeno epidemiologicamente interessante in un nuovo allarme sanitario. Per la popolazione generale il rischio viene attualmente considerato molto basso. L’attenzione delle autorità sanitarie deriva soprattutto dal fatto che sembra essere cambiata almeno in parte l’epidemiologia di un batterio che fino a poco tempo fa interessava quasi esclusivamente il mondo veterinario". "Nell'uomo la dermatofilosi provoca prevalentemente lesioni cutanee: possono comparire papule, pustole, piccole croste, desquamazioni e talvolta prurito. Nei casi europei recenti le lesioni sono state osservate in diverse parti del corpo, comprese regione genitale e inguinale, cosce, tronco e volto – illustra Pregliasco – Il problema diagnostico è che queste manifestazioni possono assomigliare a quelle provocate da altre infezioni dermatologiche o sessualmente trasmesse. La buona notizia è che, sulla base dei dati disponibili, la malattia nell’uomo è generalmente lieve. I casi osservati hanno risposto bene alla terapia antibiotica, locale o sistemica, e finora nei focolai europei non sono emerse complicanze gravi tali da far pensare a una patologia particolarmente pericolosa per la popolazione".  Il nome 'malattia della pioggia', spiega il direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'Università degli Studi di Milano, "è in realtà una definizione giornalistica derivata dall'inglese 'rain rot' o 'rain scald', espressioni utilizzate soprattutto per la malattia negli animali. Non significa che ci si ammali prendendo la pioggia. Il riferimento nasce dal fatto che l'umidità persistente e la pioggia favoriscono la macerazione della pelle e l’attività del batterio: l’acqua facilita il rilascio delle forme infettanti presenti nelle croste cutanee e una cute umida o con piccole abrasioni rappresenta una barriera meno efficace".  Chi è maggiormente a rischio? "Innanzitutto – dice il virologo – le persone che hanno contatti professionali frequenti con animali, quindi allevatori, veterinari e addetti agli allevamenti. Nell’attuale situazione europea meritano attenzione anche coloro che hanno contatti cutanei molto ravvicinati con numerose persone, soprattutto in ambienti caldo-umidi e condivisi. Una maggiore prudenza è inoltre ragionevole per chi presenta abrasioni o altre alterazioni della barriera cutanea". La prevenzione "è piuttosto semplice: evitare il contatto diretto con lesioni sospette, non condividere asciugamani, indumenti e biancheria con una persona infetta, curare l’igiene personale e proteggere eventuali ferite o abrasioni. In presenza di lesioni cutanee insolite dopo un’esposizione potenzialmente a rischio è opportuno rivolgersi al medico e, se necessario, effettuare un esame microbiologico".  "Il messaggio, quindi, deve essere equilibrato: non siamo di fronte a una nuova emergenza infettiva, ma a un fenomeno insolito che merita sorveglianza. Il dato scientificamente interessante è la possibile evoluzione delle modalità di trasmissione di Dermatophilus congolensis, che sembra essersi affacciato anche a contesti di trasmissione interumana nei quali in passato non veniva abitualmente ricercato. La situazione europea descritta oggi comprende casi in diversi Paesi, mentre l’Italia al momento non risulta tra quelli che hanno segnalato casi nell’ambito di questo evento; il rischio per la popolazione generale viene indicato come molto basso", conclude Pregliasco. 
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