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Stanchezza di primavera, integratori per il rilancio? Due esperti a confronto

(Adnkronos) – La primavera porta giornate più lunghe e temperature miti, ma per molte persone coincide anche con spossatezza, difficoltà di concentrazione e capogiri. Sintomi spesso legati alla cosiddetta 'stanchezza stagionale' legata ai cambiamenti di luce, temperatura e ritmi biologici. L'Adnkronos Salute ne ha parlato con due esperti. "Questa sintomatologia è tipica del cambio di stagione – spiega Silvia Migliaccio, endocrinologa e nutrizionista, presidente della Società italiana di scienze dell’alimentazione (Sisa) – Tuttavia, prima di attribuirla al passaggio stagionale, è importante che il medico escluda altre condizioni, come anemia o forme di astenia legate alla depressione". Per affrontare questo periodo, la prima regola resta lo stile di vita: "E' fondamentale seguire una dieta equilibrata, ricca di frutta e verdura, e mantenere una buona idratazione, privilegiando bevande senza calorie come l'acqua, ma anche tè freddo non zuccherato, spremute di agrumi e i centrifugati di frutta e/o verdura che apportano nutrienti importanti come gli antiossidanti, i sali minerali e le vitamine A, C ed E", sottolinea Migliaccio.  Secondo la specialista, "qualora la dieta meditarranea non dovesse essere sufficiente", gli integratori "possono avere un ruolo in alcuni casi specifici, ma non vanno presi in autonomia. Possono essere utili quando esistono esigenze individuali particolari, ma è sempre bene consultare il medico di base per evitare autoprescrizioni". Tra i prodotti più diffusi ci sono gli integratori salini, molto utilizzati anche dagli sportivi. "Sono spesso aromatizzati – arancia, limone o frutti tropicali – e in genere non presentano particolari controindicazioni", aggiunge Migliaccio che invita però a "controllare le etichette nutrizionali, perché una bottiglia da circa 500 millilitri può apportare mediamente 130-150 Kcal".  
Silvio Garattini, fondatore e presidente dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, non ha dubbi: "Sull’efficacia degli integratori alimentari non ci sono prove scientifiche. Fanno bene soprattutto a chi li vende", afferma. "Chi segue un'alimentazione equilibrata non ha bisogno di integratori. Il rischio è usare prodotti spesso inutili, quando basterebbero dieta corretta, attività fisica e buon riposo".  Per il farmacologo il cambio di stagione si affronta soprattutto a tavola, con la dieta mediterranea: "Frutta e verdura fresca, pane, pasta e riso preferibilmente integrali, pesce, latticini, uova e carni magre, olio d’oliva al posto del burro, limitando carni rosse e salumi", elenca. "E' un’alimentazione varia e completa – precisa Garattini – che aiuta a fornire tutti i nutrienti necessari. Per questo gli integratori non sono necessari: non ci sono prove che facciano bene, ma nemmeno che facciano male".  Oltre al regime alimentare equilibrato, sano e variato, per Migliaccio la regola principale è "non saltare mai i pasti e fare sempre degli spuntini a metà mattina e a metà pomeriggio". La prima colazione, suggerisce, "rappresenta un pasto fondamentale per affrontare al meglio la giornata in quanto fornisce l'energia necessaria per attivare i muscoli e il cervello dopo il digiuno notturno: vari studi scientifici dimostrano che saltare la prima colazione provoca un calo del rendimento e dell'attenzione nel lavoro e nello studio. La quantità di calorie da assumere al mattino dovrebbe essere pari al 20-25% del fabbisogno calorico dell'intera giornata". 
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Kim Kardashian e Kris Jenner negano il sex tape: “Non lo abbiamo orchestrato”

(Adnkronos) – Si riaccende lo scontro legale intorno al controverso sex tape del 2007 che ha contribuito a lanciare l’impero Kardashian. Questa settimana Kim Kardashian e Kris Jenner hanno depositato dichiarazioni giurate davanti alla Corte Superiore di Los Angeles, negando con forza di aver orchestrato la diffusione del video, mentre Ray J ha risposto accusandole di spergiuro. Nei documenti presentati, come riporta 'The Hollywood Reporte', Kardashian definisce “una menzogna” l’affermazione secondo cui lei e sua madre avrebbero cospirato per trasformare il video in uno strumento pubblicitario. Jenner, da parte sua, definisce “assolutamente falso” il sospetto di aver gestito la “sfruttamento commerciale” della registrazione, aggiungendo di essersi sentita “cuore spezzato e devastata come madre” alla diffusione del materiale. William Ray Norwood Jr., noto come Ray J, ha dichiarato al sito Tmz che le deposizioni sarebbero “fabbricazioni”, sostenendo di aver personalmente partecipato a riunioni con Kardashian, Jenner e dirigenti della Vivid Entertainment per negoziare un accordo su tre diversi video. Secondo Ray J, Jenner avrebbe persino incoraggiato la realizzazione di una delle registrazioni in forma più esplicita. L’avvocato di Ray J, Howard King, ha definito le negazioni giurate delle Kardashian “dimostrabilmente false”, ricordando inoltre che eventuali dichiarazioni false in un atto giurato potrebbero esporre Kim Kardashian a accuse penali di spergiuro, alla luce del suo noto obiettivo di superare l’esame da avvocato. Il conflitto legale assume toni particolarmente delicati per Ray J, che sta affrontando gravi problemi di salute e ha dichiarato che i medici gli hanno dato pochi mesi di vita. L’artista ha spiegato che la sua motivazione principale è tutelare i propri figli, per evitare che crescano pensando che il padre abbia diffuso maliziosamente il sex tape.  La disputa trae origine da una causa per diffamazione intentata da Kardashian e Jenner lo scorso ottobre, dopo che Ray J aveva paragonato pubblicamente la famiglia a dei rackettisti durante la copertura mediatica del processo a Sean Combs. Ray J ha successivamente presentato una controquerela per violazione di un accordo di transazione che vietava di discutere del video. Una decisione sulla sua richiesta di archiviazione è attesa a breve. 
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Mobilitazione Uap a Roma, Vaia: “Ssn va rivisto, da regole a tariffe. La persona al centro”

(Adnkronos) – “I cittadini sentono come profondamente odiose le liste d’attesa". Così in Francesco Vaia, già direttore della Prevenzione del ministero della Salute e oggi componente dell'Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, in un videomessaggio all’assemblea Uap a Roma. "C’è un problema rete territoriale, di rete ambulatoriale e di prossimità. C’è la necessità di integrazione pubblico-privato perché il cittadino deve essere aiutato dove vive. Una buona sanità deve essere di qualità ma anche accessibile. C’è bisogno di coraggio, di rivedere il sistema: dalle regole, dai decreti e dalle tariffe. Ma tutto deve essere in funzione delle persone”. 
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Referendum, le Camere penali e il loro Comitato in piazza a Roma per il Sì

(Adnkronos) – Comitato Camere Penali per il Sì e Unione delle Camere Penali Italiane oggi sabato 14 marzo in piazza Santi Apostoli, a Roma, per la manifestazione per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia. “Credo che questa sia un'occasione straordinaria: è un voto per il nostro Paese davvero decisivo – ha affermato ai giornalisti Francesco Petrelli, presidente dello stesso Comitato e dell’Unione delle Camere penali – I cittadini devono, con il loro voto, dirci se vogliono avere una giustizia più giusta, una giustizia più trasparente, un giudice finalmente terzo come è scritto nell'articolo 111 della nostra Costituzione, decisioni più autorevoli e soprattutto una magistratura finalmente libera dalla politica”. “I penalisti italiani avevano sin dall'inizio rappresentato il rischio che un voto, che doveva e dovrà essere sul merito della riforma, potesse invece divenire ostaggio di una politicizzazione, di un tifo da stadio al quale purtroppo abbiamo assistito”, ha detto Petrelli. “Noi penalisti abbiamo fatto un lavoro diverso – ha continuato – siamo stati nelle strade e nelle piazze, come stiamo facendo ora, vicino ai cittadini e ci siamo impegnati nello spiegare il perché questa riforma è importante per il Paese lasciando perdere gli slogan della politica”. “Noi – ha concluso – ci siamo sottratti al tifo da stadio e siamo stati presenti come oggi in tutte le piazze e le strade del Paese, vicini ai cittadini, proprio per spiegargli il significato di questa riforma e quali sono i motivi per i quali occorre votare sì”. Alla manifestazione è intervenuto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. “Perché il magistrato quanto entra in udienza indossa una toga larga, lunga e nera? Perché quando va in udienza è la giustizia e la giustizia non ha colori non solo di abito, ma neanche ideologici né politici – ha detto Mantovano – La declinazione in Costituzione della toga nera, lunga, larga è in due parole: autonomia e indipendenza della magistratura; queste due parole vengono confermate e rafforzate dalla riforma sulla quale i cittadini sono chiamati ad esprimersi”.  “E vengono confermate non solo verso l’esterno ma anche – e questa è la novità – verso l’interno perché l’autonomia e l’indipendenza sono minacciate dal meccanismo delle correnti”, ha continuato. “Questa riforma non realizza, come leggiamo su qualche striscione, la subordinazione della giustizia alla politica – ha proseguito Mantovano- ma l’esatto contrario e si tradurrà nella autentica liberazione dei magistrati da questa morsa che li attanaglia nella loro progressione in carriera e in una sorta di omogeneizzazione al ribasso. Sono tanti i magistrati che lavorano sette giorni su sette, dodici ore al giorno, spesso saltando i fine settimana e qualche giorno di vacanza e non è giusto che vengano sopravanzati in virtù del vincolo correntizio da chi non lavora neanche dodici ore al mese”. 
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Mobilitazione Uap a Roma, Giorlandino: “Tariffe giuste e regole uguali per tutti”

(Adnkronos) – “Quella di oggi non è una manifestazione politica, l’abbiamo tenuta fuori. Ci è stato assicurato che il nomenclatore tariffario sarebbe stato rimesso a posto ma in realtà ancora non ci sono tariffe giuste. Poi vediamo che qualcuno ‘fa sanità’ senza rispettare nessuno requisito”. Così Mariastella Giorlandino, presidente dell’Uap (Unione nazionale ambulatori, poliambulatori, enti, ospedalità privata) che oggi ha promosso una mobilitazione nazionale a Roma. 
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Da Riotta a Malvaldi, le novità in libreria

(Adnkronos) – Ecco una selezione delle novità in libreria, tra romanzi, saggi, libri d'inchiesta e reportage, presentata questa settimana dall'AdnKronos. E' in libreria con Mondadori il thriller firmato da Gianni Riotta 'Generose anime di eroi'. Il Partito della Guerra agisce in Russia, all’ombra del Cremlino. Trama per sabotare Stati Uniti ed Europa servendosi di una gang di ex soldati della guerra al terrorismo ormai dati per dispersi, e diffondendo in rete video fake catastrofici prodotti da hacker abilissimi. A New York, l’ispettore Joey Dallera e il detective Steve Ernst, veterani della battaglia di Falluja, sono alle prese con il cadavere di un uomo dalla stazza enorme, rinvenuto davanti a un topless bar di Brooklyn. Sull’avambraccio l’uomo ha tatuato un antico nome latino. Osteggiati dall’Fbi e dai servizi segreti Usa, Dallera ed Ernst collegano presto il delitto alla saga, virale sul web, dei cadaveri abbandonati intorno ad ambasciate e cancellerie, da New York a Madrid. Sarà giusto l’analisi dei tatuaggi, con caratteri che risalgono all’Impero Romano, a portare i due poliziotti nei sotterranei del Vaticano, sulle tracce della gang dei cosiddetti “Gladiatori”.  Alla Casa Bianca, intanto, la prima presidente donna degli Stati Uniti si prepara al peggio, dopo il rapimento della figlia, irrequieta teenager che i Gladiatori usano per ricattare Washington. Intorno all’indagine si delineeranno i destini dei tanti personaggi che affollano il romanzo, da Meredith De Lattre, romantica spia in viaggio da Mosca alle trincee dell’Ucraina, a Jim Hawkins, il creatore di un avanzatissimo sistema AI, Code, capace di prevedere gli eventi futuri. In ballo c’è il destino del mondo, la sua possibilità di sopravvivere nell’era del caos e della disinformazione killer. A lungo inviato negli Usa, in Medio Oriente, Russia, America Latina ed Europa, Gianni Riotta sceglie ora la narrativa travolgente dell’epica, in un romanzo dove il lettore ritroverà politica, conflitti e amori del nostro tempo, in una trasfigurazione letteraria divertita e commossa. Sellerio manda in libreria dal 17 marzo 'L’uomo vestito di arancione. Sei casi al BarLume' di Marco Malvaldi. A Pineta, il paese sul litorale pisano nato dalla fantasia di Marco Malvaldi, i Vecchietti del BarLume sono ormai un’istituzione. Nell’arco di una vita intera, hanno maturato un notevole capitale di arguzia e di intelligenza, e tra risate beffarde, motteggi graffianti e intuizioni investigative sopraffine, sono diventati rappresentazione fantastica di una vera antropologia. Una rappresentazione innestata su una struttura gialla e con un andamento comico, che nei racconti – genere in cui prevalgono i dialoghi, la vitalità della scena e la singolarità della situazione – trova il suo distillato. L’uomo vestito di arancione raccoglie quattro anni di racconti gialli. Ognuno presenta una situation comique con crimine. Una strage di maiali sotto protezione; sulle piste da sci un morto e tre tute da donna identiche; una partita di calcio femminile con commenti immaginabili, e una calciatrice uccisa; una crociera-supplizio in compagnia di una canterina Loggia del Cinghiale e un ministro del culto anglicano; una Sagra del Totano con truffa; un traffico in Olanda, durante i festeggiamenti del compleanno reale, sventato da remoto dal gruppo del BarLume. In genere sono il barrista Massimo e la sua fidanzata Alice, che è anche commissaria di polizia, a sciogliere il mistero: ma la loro è una sorta di regia, perché l’ordito su cui in tessere l’indagine lo forniscono sempre i vecchietti: l’Aldo, nonno Ampelio, il Del Tacca, il Rimediotti. Il loro mezzo è la maldicenza, combinata ai ricordi e a una psicologia da bar delle vecchie Case del Popolo, eppure efficacissima. E un fondo malinconico per un mondo che va svaporando senza lasciarne uno migliore. "È nei racconti – scrive Marco Malvaldi a commento di questo libro, che nasce da una scelta da varie antologie – che si vede maggiormente il rapporto dei miei protagonisti con il tempo che passa e con i vecchi ricordi che riaffiorano. Ma, soprattutto, è nei racconti che probabilmente si vedono meglio i rapporti umani tra i protagonisti". Uscirà il 17 marzo per Fazi 'L’inganno dell’intelligenza artificiale' di Emily M. Bender e Alex Hanna. Le tecnologie vendute come 'intelligenza artificiale' sono spesso presentate come una magia capace di risolvere ogni problema. Emily M. Bender e Alex Hanna, due delle voci più influenti nel dibattito sull’IA, spiegano perché non è così. In questo saggio illuminante smontano l’esaltazione mediatica alimentata dalle Big Tech: l’IA di oggi è fatta di sistemi statistici su larga scala, che producono linguaggio e immagini senza comprenderli – non un’intelligenza pensante ma «pappagalli stocastici», secondo la definizione resa popolare da Bender per descrivere rischi e limiti dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT e Gemini. Le autrici ripercorrono le radici del tecno-ottimismo contemporaneo, spiegano con chiarezza che cos’è l’IA e come funzionano davvero questi sistemi. Ne sfatano i falsi miti (neutralità delle macchine, automazione “inevitabile”) e mettono in luce le insidie del loro impiego in ambiti chiave – lavoro, sanità, giustizia, istruzione, scienza, arte e giornalismo. Dietro la retorica dell’innovazione emergono dati raccolti senza consenso, lavoro nascosto e sottopagato, un impatto ambientale crescente e un marketing che propone illusioni come possibilità concrete. Bender e Hanna sollevano domande chiave: l’IA ci renderà più competenti o più dipendenti? Creerà una società più equa o più diseguale? Chi ne risponde quando un algoritmo sbaglia? Una riflessione lucida, brillante e accessibile sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale: per riportare il dibattito sulle questioni essenziali – diritti, trasparenza, responsabilità –, scegliere consapevolmente quali tecnologie adottare e costruire un futuro in cui l’innovazione torni al servizio delle persone. Maurizio de Giovanni torna in libreria con i suoi Bastardi di Pizzofalcone: sarà sugli scaffali dal 17 marzo con Einaudi 'Figli. Per i Bastardi di Pizzofalcone'. È una calda notte di luglio quando in via Egiziaca a Pizzofalcone un’automobile investe Francesco Cascetta e scompare. Nessuno ha visto niente, non ci sono telecamere che aiutino a capire cosa è successo. Un’anziana insonne ha sentito un tonfo, si è affacciata al balcone e ha notato il corpo, tutto qui.  È un mistero anche il motivo per cui l’uomo – noto medico patologo – si trovasse in quella zona a un’ora tanto tarda. Ma è subito chiaro che a uccidere Cascetta non è stato un pirata della strada: qualcuno lo voleva morto. Scoprire il colpevole sarà compito dei Bastardi, la più sgangherata e abile squadra di poliziotti della città. Le pressioni, al solito, non mancano. Se da un lato il loro lavoro è sempre sotto esame da parte dei superiori, dall’altro la loro vita privata non smette mai di complicarsi. Il direttore de 'Il Giornale' Tommaso Cerno firma per Rizzoli 'Le ragioni di Giuda'. Che cos’è davvero il tradimento? È una colpa morale, una deviazione opportunistica, o può diventare un atto di libertà? Chi decide quando cambiare idea significa 'vendere l’anima' e quando, invece, significa salvarla? Esiste una fedeltà che coincide con l’immobilità? E una coerenza che si fa ipocrisia? Tommaso Cerno parte da un nome infamante – Giuda – per rovesciarne il senso e farne una categoria critica del nostro tempo. Attraverso filosofia, teologia, politica e autobiografia, interroga il tradimento come gesto umano fondamentale: nella fede, nell’amore, nell’ideologia, nell’appartenenza. Dalla figura evangelica dell’Iscariota alle fratture della contemporaneità, questo libro smonta l’idea rassicurante di una parte giusta e di un pensiero senza crepe, mostrando come spesso sia l’obbedienza a produrre il vero vuoto morale.  Tra Pilato e Giuda, tra il silenzio di convenienza e la scelta che espone alla condanna, “Le ragioni di Giuda” attraversa grandi conflitti simbolici del presente: libertà e conformismo, identità e dissenso, progresso e conservazione. E non offre assoluzioni né provocazioni gratuite, ma rivendica il diritto al dubbio, alla contraddizione, alla disobbedienza del pensiero. Con una certezza: il tradimento non è sempre una resa. A volte è l’unico modo per non tradire sé stessi. Arriverà sugli scaffali con Guanda dal 24 marzo 'La vita sempre' di Elena Varvello. Francesco è un ragazzo bello, incorreggibilmente bugiardo, pieno di vita. Diventerà un uomo dal fascino sfrontato e irresistibile, un seduttore, un giocatore d’azzardo che crede nella fortuna amica, un disertore, un fuggiasco. Teresa, al contrario, è nata in una 'via di pezzenti', grandi occhi scuri e spalle esili ma volontà di ferro. Diventerà una studentessa serissima, la sola del suo cortile a diplomarsi, una giovane donna che tiene a bada i propri sogni. I due non potrebbero essere più distanti, eppure si attraggono per quell’impeto della vita che sovrasta ogni cosa, anche il fascismo, anche la guerra, anche la povertà.  Con la forza della grande letteratura, Elena Varvello costruisce un romanzo struggente, il racconto di un amore e insieme un affresco di voci, di storie e destini, un confronto serrato con la memoria e i non detti, e ci regala personaggi indimenticabili, pieni di coraggio e ribellione, di desiderio di libertà. La vita sempre è la storia della vita che tenta di resistere alla Storia. E che dovunque e sempre alza la sua canzone al cielo, una canzone d’amore. 'Io non parlo russo' di Jana Karšaiová è in libreria con Feltrinelli. Hana torna a Bratislava per votare e per seguire le elezioni slovacche come inviata di una radio italiana. Attraversando la frontiera le è subito chiaro che il paese sta cambiando, è già cambiato. Come suo fratello Martin, che è diventato sostenitore attivo del partito populista di destra, nazionalista, filorusso e antieuropeista, e posta su YouTube dei video cospirazionisti sotto il nome di Tommaso l’Incredulo. Le elezioni decretano la vittoria dei populisti, e nella confusione di chi sperava un risultato diverso, Hana si trova costretta a cercare Tomáš, figlio di Martin e dell’ex moglie, scomparso chissà dove insieme a una compagna di scuola. Per ritrovarlo, Hana guida fino all’amata chata di famiglia che, come scopre presto, è ora il nascondiglio di un rifugiato, Levan. Anche Hana è stata straniera, in Italia, e ha faticato per ottenere la cittadinanza. Un percorso lungo e presto rimosso, che adesso riaffiora prepotentemente alla memoria: mentre sulle prime ha paura di Levan, poi ha paura per lui, perché in lui si rispecchia. Con il suo sguardo rivolto verso quell’Est a cui ormai si richiama una porzione rilevante dell’Occidente, Jana Karšaiová scrive un romanzo lucido, politico e incalzante, ricco di colpi di scena. Un invito a restare vigili, nella convinzione che il futuro è qualcosa che si costruisce – e si deve difendere – ogni giorno. Dino Messina scrive per l'editore Solferino 'La Repubblica nasce in via Solferino'. Un giornale non è soltanto specchio di un Paese, ma ha una propria personalità che deriva dal suo atto di nascita. E questo vale in particolare per il 'Corriere della Sera', il cui primo numero uscì 150 anni fa, il 5 marzo 1876. Come scrisse Mario Borsa, il grande direttore della Liberazione, la vocazione del 'Corriere' era la moderazione. Non timorosa, ma costruttiva, ottimista. Il giornale fondato da Eugenio Torelli Viollier, un garibaldino deluso dai velleitarismi del Risorgimento, si rivolgeva alla borghesia di Milano, che già in quello scorcio dell’Ottocento ambiva al titolo di «capitale morale» dell’Italia. Ma fu soprattutto all’insegnamento di Luigi Albertini, il giornalista liberale estromesso dal fascismo nel 1925, che Borsa si rifece quando, sconfitta la dittatura, venne chiamato nel 1945 dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia a guidare il quotidiano di via Solferino. Il direttore azionista, anche se non prese mai la tessera di partito, già prima che fosse indetto il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, orientò il più importante quotidiano italiano in senso repubblicano e contro la monarchia, troppo compromessa con il passato regime.  Da quel momento la storia del giornale, con oscillazioni ora a destra ora a sinistra, è stata la storia di un grande gruppo liberale che ha interpretato i cambiamenti sociali e politici e ha accettato le sfide della modernità. In occasione del 150° anniversario dalla fondazione del giornale e degli ottant’anni dalla nascita della Repubblica italiana, Dino Messina rievoca in modo rigoroso e affascinante una pagina cruciale della storia nazionale, che ha visto intrecciarsi i destini di un giornale e quelli del Paese. E' in libreria con Rizzoli 'Tutte le ragazze mentono' di Piergiorgio Pulixi. Melissa non ha pace da quando sua sorella Denise, la ragazza perfetta che tutti ammiravano, è stata trovata morta sui binari del treno. Mentre la polizia archivia il caso come un tragico suicidio, Sissy non si rassegna: è convinta che ci sia molto di più dietro quella fine inspiegabile. Perché Denise non aveva alcun motivo di togliersi la vita. E soprattutto, perché gli amici della ragazza sembrano così sfuggenti? Spinta da un desiderio di verità che sfiora l’ossessione, Melissa inizia a indagare sul gruppo di amiche più popolari del paese, ragazze bellissime e perfide che forse sanno molto più di quanto ammettano. Frugando tra foto, messaggi e ricordi proibiti, Sissy scopre ombre inimmaginabili: segreti che s’intrecciano a bugie e a un amore disperato di cui non si doveva sapere.  Mentre un’ondata di presunti suicidi sconvolge la comunità e la presenza di un assassino si fa sempre più concreta, Melissa capisce di non potersi fidare di nessuno. Neppure di chi le è più vicino. Perché tra quelle pareti di provincia che somigliano tanto a una trappola, tutte le ragazze mentono e, in quel vortice di menzogne, qualcuno può ottenere la libertà… o farla finita per sempre. (a cura di Carlo Roma) 
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Iran, la guerra dei droni e il falso mito delle armi economiche. Parla il prof. Gilli

(Adnkronos) – La guerra in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti sta riportando al centro del dibattito strategico uno dei temi più delicati per le forze armate occidentali: la sostenibilità della difesa aerea nell’era dei droni e dei missili a basso costo. Gli attacchi iraniani contro obiettivi nella regione del Golfo hanno mostrato come sistemi relativamente economici possano mettere sotto pressione difese estremamente sofisticate e costose. Allo stesso tempo, la risposta militare occidentale – fondata su sistemi avanzati e sulla superiorità aerea – continua a dimostrare un vantaggio tecnologico significativo. Secondo Mauro Gilli, professore di Strategia e Tecnologia Militare alla Hertie School di Berlino, il rischio è però quello di trarre conclusioni troppo rapide. “In molti stanno sostenendo che dobbiamo abbandonare le piattaforme militari più sofisticate e puntare su sistemi molto più economici", spiega all'Adnkronos. "Ma la questione è più complessa: bisogna capire quale tipo di guerra vogliamo combattere e in quali condizioni siamo più forti”. 
Professore, che cosa ci sta insegnando il conflitto con l’Iran sulle capacità militari della regione e sulle strategie dei Paesi del Golfo?
 Non è ancora facile dare una risposta definitiva perché le informazioni disponibili sono incomplete. Direi che ci sono due dimensioni principali. La prima è di natura politica. Sembra che la risposta iraniana a un eventuale attacco israeliano o americano non sia stata pienamente considerata nella sua interezza. Oggi vediamo attacchi che coinvolgono diversi attori regionali e non solo Israele. Secondo alcune ricostruzioni apparse sulla stampa americana, nemmeno la possibile chiusura dello stretto di Hormuz sarebbe stata presa pienamente in considerazione in alcune discussioni interne all’amministrazione americana. Questo è sorprendente, perché molti analisti ritenevano proprio quella una delle risposte più probabili da parte di Teheran. La seconda dimensione è più strettamente militare. I Paesi del Golfo hanno investito moltissimo negli ultimi anni in sistemi avanzati per intercettare missili balistici iraniani. Questo era comprensibile, perché il programma missilistico iraniano era percepito come la minaccia principale. Eppure sembra che alcuni di questi Paesi abbiano sottovalutato un altro sviluppo parallelo: la crescita delle capacità iraniane nel campo dei droni. 
Perché i droni stanno diventando così centrali nei conflitti contemporanei?
 Per una ragione molto semplice: il rapporto tra costo e impatto operativo. I droni Shahed iraniani, per esempio, sono relativamente economici e non richiedono tecnologie particolarmente sofisticate per essere prodotti o utilizzati. Questo consente di impiegarli in grandi quantità. Ed è proprio la quantità che crea problemi alla difesa. Dal punto di vista tecnologico questi droni non sono particolarmente difficili da intercettare. Le tecnologie necessarie esistono già e sono ampiamente disponibili nei Paesi occidentali. l problema è farlo in modo sostenibile nel tempo. Se per abbattere un drone relativamente economico si utilizzano missili intercettori molto costosi, si crea uno squilibrio. Ma non è solo un problema di costo economico: è soprattutto un problema industriale. Il costo elevato dei missili intercettori riflette anche la complessità della loro produzione. Se un Paese riesce a produrre cento droni nello stesso tempo in cui l’avversario riesce a produrre dieci intercettori, è evidente che nel lungo periodo la difesa rischia di esaurire le proprie scorte. 
L’Iran può sostenere questo ritmo di attacchi ancora a lungo?
 I dati disponibili sono basati su stime. Prima dell’inizio del conflitto si parlava di uno stock iraniano compreso tra circa 2.000 e 2.500 missili balistici. Da un lato l’Iran ha utilizzato parte di queste capacità. Dall’altro lato Israele e Stati Uniti stanno cercando di distruggere non solo i missili ma soprattutto i sistemi di lancio. Questo è un punto molto importante. I missili balistici, a differenza dei droni, richiedono piattaforme specifiche per essere lanciati. Spesso si tratta di sistemi mobili montati su camion con infrastrutture di lancio dedicate. Se questi sistemi vengono distrutti, anche uno stock numeroso di missili diventa molto meno utile. Per questo si può dire che siamo di fronte a una sorta di gara contro il tempo. Non sappiamo se l’Iran stia adottando una strategia graduale – conservando parte delle scorte per il futuro – oppure una strategia più massimalista con attacchi intensivi nelle prime fasi del conflitto. 
Si è parlato anche del coinvolgimento di Russia e Cina. Che ruolo stanno giocando in questa crisi?
 Direi che sarebbe sorprendente se Russia e Cina fossero assenti. L’Iran non è formalmente un alleato, ma ha certamente una convergenza strategica con Mosca e Pechino. La Cina, per esempio, acquistava prima dell’inizio del conflitto circa l’80% del petrolio iraniano. Pechino ha un interesse evidente alla stabilità del regime iraniano. Da parte russa c’è poi un’altra considerazione: il coinvolgimento occidentale nella regione. Per Mosca creare difficoltà agli Stati Uniti e ai loro alleati può essere visto come un modo per esercitare pressione indiretta sull’Occidente, anche nel contesto della guerra in Ucraina. È inevitabile quindi che vi siano forme di supporto, per esempio nella condivisione di informazioni o di intelligence. La differenza rispetto al caso ucraino è che Israele e Stati Uniti hanno attualmente la superiorità aerea sull’Iran. Questo rende molto più difficile trasferire nuove tecnologie o equipaggiamenti avanzati nel Paese, come è avvenuto nei mesi e negli anni scorsi. 
Molti analisti sostengono che questa guerra cambierà completamente il modo in cui gli eserciti occidentali acquistano armamenti.
 Direi che il dibattito è legittimo, ma bisogna fare attenzione a non trarre conclusioni troppo affrettate. Negli Stati Uniti e in Europa esiste oggi una corrente di pensiero – sostenuta anche da imprenditori della tecnologia e da alcune startup della difesa – secondo cui le piattaforme militari tradizionali sono troppo complesse e troppo costose. Secondo questa visione dovremmo abbandonare sistemi sofisticati e puntare su tecnologie molto più semplici e prodotte in grandi quantità. Io sono un po’ scettico su questa conclusione. Il motivo è semplice: la complessità di alcune piattaforme militari non è casuale. Deriva dal tipo di missioni che devono svolgere. E poi bisogna chiedersi una cosa: se dall'altra parte ci sono Russia e anche Cina, e quest'ultima è in grado di produrre tecnologia in grandi quantità e a un costo più basso rispetto all'Occidente, ha davvero senso puntare tutto sulla quantità rinunciando alla qualità e alla superiorità tecnologica? 
Può fare un esempio concreto?
 Prendiamo il caso dell’F-35. È spesso criticato per il suo costo elevato. Ma nel conflitto attuale abbiamo visto come la capacità di Israele e degli Stati Uniti, dotati di caccia di quinta generazione, di ottenere la superiorità aerea rappresenti un vantaggio enorme. La superiorità aerea cambia completamente la natura del conflitto. Un Paese che controlla lo spazio aereo può colpire infrastrutture, logistica e rifornimenti con grande precisione e con rischi relativamente ridotti. La Russia, per esempio, dopo quattro anni di guerra non è riuscita a ottenere una vera superiorità aerea sull’Ucraina. Questo ha contribuito a trasformare il conflitto in una guerra di logoramento e di trincea. Il punto però è anche strategico. La guerra non è un processo lineare in cui si comprano semplicemente le armi più economiche: le scelte sugli investimenti servono anche a costringere l’avversario a combattere nel modo in cui siamo più forti noi. In altre parole, si tratta di creare dilemmi per il nemico e spingerlo a confrontarsi sul terreno che ci è più favorevole. Se, per esempio, i Paesi europei rinunciassero alla capacità di ottenere il controllo dello spazio aereo, il rischio sarebbe quello di trovarsi costretti a combattere in un modo simile a quello che vediamo oggi in Ucraina: una guerra di trincea che richiede molti più soldati sul campo. E la domanda allora diventa: è davvero questo il tipo di conflitto che le società europee vogliono prepararsi a combattere? 
Sul piano tecnologico quali sono le innovazioni più promettenti per contrastare i droni?
 Non esiste una soluzione unica. La difesa moderna è sempre più un sistema integrato composto da diversi livelli: sensori, sistemi di tracciamento e strumenti di ingaggio. Gli ucraini hanno sperimentato una soluzione interessante: utilizzare droni difensivi per intercettare quelli offensivi. Se il drone intercettore costa magari il doppio del drone d’attacco ma resta comunque relativamente economico, il sistema rimane sostenibile. Un’altra tecnologia promettente è rappresentata dai laser. I laser hanno il vantaggio di ridurre drasticamente il costo per intercettazione, perché non richiedono l’impiego di munizioni. Se si dispone di una fonte di energia stabile, si può ingaggiare il bersaglio con un fascio continuo. Ma anche in questo caso esistono limiti importanti: condizioni atmosferiche come nebbia o pioggia possono ridurre l’efficacia del sistema e il raggio operativo è relativamente limitato. Per questo è probabile che queste tecnologie diventino componenti di un sistema di difesa integrato piuttosto che sostituire completamente i sistemi esistenti. 
Passando all’Europa: stiamo davvero assistendo a un cambio di strategia nella difesa?
 Dipende molto dai Paesi. I Paesi baltici e nordici, per esempio, percepiscono chiaramente la minaccia russa e stanno investendo molto seriamente nelle proprie capacità militari. Anche la Polonia si sta muovendo in questa direzione, addirittura ipotizzando di dotarsi dell'atomica. La Germania sembra aver deciso di cambiare rotta in modo significativo. Il nuovo governo ha detto che il Paese deve assumersi maggiori responsabilità nella difesa europea. In altri Paesi invece la questione è vissuta come meno urgente, anche per ragioni economiche (troppo debito) e politiche. 
E sul tema dell’autonomia europea dagli Stati Uniti?
 Qui bisogna essere realistici. Ci sono alcune capacità militari – per esempio nei sistemi di comunicazione avanzati o nel tracciamento di obiettivi a lungo raggio – in cui gli Stati Uniti hanno un vantaggio enorme. Replicare completamente queste infrastrutture richiederebbe investimenti giganteschi, tempi molto lunghi e probabilmente anche diversi fallimenti tecnologici. Per questo molti Paesi europei stanno adottando un approccio pragmatico: rafforzare alcune capacità autonome ma continuare a collaborare strettamente con gli Stati Uniti per le tecnologie più avanzate. (di Giorgio Rutelli) 
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Oltre 200 professionisti a Forum Turismo Italia, sviluppo Puglia e Sud al centro

(Adnkronos) – Si è conclusa ieri presso gli spazi del Deloitte NextHub di Bari l’edizione 2026 del Forum Turismo Italia, organizzato da Manageritalia Puglia, Calabria e Basilicata, appuntamento che negli anni si è affermato come uno dei principali momenti di confronto tra i protagonisti del settore turistico nazionale. Ad aprire il forum gli interventi del Vicepresidente del Senato ed Ex-Ministro del Turismo, Gian Marco Centinaio e Eugenio Di Sciascio, Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Puglia. Il tema scelto per questa edizione, ‘People First – Le risorse umane, motore dello sviluppo turistico italiano’, ha posto al centro del dibattito una delle sfide più rilevanti per il futuro del comparto: la capacità di coniugare crescita, innovazione e qualità dei servizi attraverso la valorizzazione delle competenze e delle professionalità del personale che opera in un settore così strategico per l’economia del Paese in un dialogo continuo tra Istituzioni, imprese e professionisti. Per Domenico Fortunato, presidente di Manageritalia Puglia, Calabria e Basilicata, “Il turismo pugliese ha davanti a sé grandi opportunità di crescita, ma la vera leva competitiva resta il capitale umano. Investire in competenze, formazione continua, welfare e retribuzioni adeguate significa rafforzare la qualità dell’offerta e la capacità delle imprese di innovare e competere sui mercati internazionali. Le proposte e i punti programmatici sintetizzati in questo Manifesto rappresentano una base concreta di lavoro ed insieme a una maggiore managerialità nella gestione del prodotto turistico possono e devono diventare il riferimento attorno a cui costruire una visione strategica condivisa tra manager, imprese, istituzioni e mondo politico per sostenere uno sviluppo solido e duraturo del comparto turistico nel Mezzogiorno e nel resto del Paese”. Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato , ha ricordato che “Il turismo è uno dei settori strategici per il nostro Paese, ma oggi più che mai ha bisogno di persone preparate e di professionalità solide. Non servono solo manager e top manager, ma una filiera completa di competenze capace di sostenere la crescita del settore. Per questo è fondamentale investire nella formazione, costruendo un percorso che parta dalle scuole superiori e arrivi fino alla formazione post diploma e manageriale, coinvolgendo imprese, istituzioni e associazioni di categoria. Allo stesso tempo dobbiamo valorizzare ciò che rende unico il turismo italiano: l’accoglienza e il valore umano. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile per lavorare meglio e affrontare nuove sfide, ma non potrà mai sostituire il sorriso, la relazione e la capacità di ospitalità che caratterizzano il nostro Paese. Per restare competitivi a livello internazionale non possiamo più dare il turismo per scontato: servono professionalità, formazione e una vera collaborazione tra scuola e imprese per costruire il futuro del settore e offrire ai giovani opportunità di lavoro qualificato”. “Oggi il turismo, in Italia e in Puglia, è una vera e propria industria e, come tale, necessita di una strategia chiara, di investimenti e di una gestione sempre più manageriale. Ma soprattutto ha bisogno di competenze e di formazione rafforzate a tutti i livelli del personale, da quello dirigenziale a quello operativo”, ha aggiunto Eugenio Di Sciascio, Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Puglia, che prosegue: “Manager, imprese, istituzioni ed enti di formazione hanno il dovere di fare sinergia per creare percorsi formativi capaci non solo di attrarre, ma soprattutto di garantire lavoro dignitoso e appagante a molti giovani pugliesi che scelgono di lavorare in questo settore”.  Il Forum si è chiuso con la presentazione e la condivisione di un Manifesto in 10 punti programmatici, frutto del lavoro collettivo sviluppato durante i cinque tavoli di lavoro tematici, con l’obiettivo di tracciare linee guida concrete per rafforzare il capitale umano, migliorare la qualità del lavoro nel turismo pugliese e italiano arricchendone l’attrattività del settore turistico e la competitività complessiva del sistema. Il manifesto verrà presento e inviato ai principali stakeholder della filiera turistica e ai rappresentanti di istituzioni pubbliche e amministrazioni locali. Il decalogo è sintetizzabile in: Valorizzazione delle professioni del turismo – Avviare un piano nazionale per migliorare l’attrattività dei mestieri del settore e orientare giovani e professionisti verso le opportunità di carriera; Migliorare la qualità del lavoro; Promuovere maggiore stabilità contrattuale, migliore organizzazione dei turni, valorizzazione delle competenze e reali percorsi di crescita professionale; Sostegno al welfare dei lavoratori del turismo – Attivare strumenti territoriali come alloggi per stagionali, servizi di mobilità e supporto alla conciliazione vita–lavoro; Rafforzamento del rapporto tra formazione e imprese – Sviluppare collaborazioni strutturate attraverso stage qualificati, apprendistato, laboratori scuola–impresa e docenze di professionisti; Sviluppo della formazione duale – Integrare formazione teorica ed esperienza pratica nelle imprese, con attenzione alle competenze manageriali e digitali; Creare Academy territoriali del turismo – Promuovere academy di destinazione per sviluppare competenze coerenti con i bisogni delle imprese e dei territori; Facilitare la formazione continua – Semplificare l’accesso ai fondi interprofessionali, soprattutto per PMI, con procedure più semplici e programmi formativi condivisi; Formare nuovi manager del turismo – Rafforzare competenze in gestione delle destinazioni, marketing digitale, analisi dei dati, sostenibilità e innovazione; Favorire la creazione di reti tra imprese per gestire la stagionalità – Promuovere collaborazioni tra imprese e contratti di filiera per garantire maggiore stabilità occupazionale; Istituire un Osservatorio sul lavoro nel turismo – Monitorare fabbisogni professionali, qualità del lavoro e dinamiche occupazionali per orientare politiche più efficaci. Con il manifesto, Manageritalia Puglia, Calabria e Basilicata rilancia il suo l’impegno a promuovere una visione del turismo che metta le persone al centro delle politiche di sviluppo, nella convinzione che la qualità delle competenze, della leadership e dell’organizzazione del lavoro rappresenti la vera leva competitiva per il futuro del turismo italiano. Il Forum Turismo Italia 2026 ha visto la partecipazione di oltre 200 professionisti provenienti da tutta Italia e si è articolato in quattro keynote speech, due panel di confronto e cinque tavoli di lavoro tematici che hanno favorito un dialogo aperto tra manager, istituzioni, imprese e operatori del turismo. Un appuntamento che si conferma un laboratorio di idee e proposte, capace di generare contenuti e visioni utili per accompagnare la trasformazione del settore e rafforzarne il ruolo come motore di crescita economica e sociale per il Paese, con particolare attenzione alle opportunità di sviluppo per il Mezzogiorno. Il Forum è stato organizzato da Manageritalia Puglia, Basilicata e Calabria con il patrocino di Deloitte. 
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Record assoluto perl a chitarra di David Gilmour: venduta a 14,5 milioni dollari

(Adnkronos) –
La leggendaria chitarra 'Black Strat' di David Gilmour, cantante e chitarrista dei Pink Floyd, è stata venduta per 14,5 milioni di dollari all’asta da Christie’s a New York, diventando la chitarra più costosa della storia. L’asta faceva parte della collezione di strumenti musicali di Jim Irsay, imprenditore e filantropo, noto soprattutto per essere stato il proprietario e Ceo della squadra di football americano Indianapolis Colts. La chitarra, iconica per il suo ruolo nella registrazione di album fondamentali dei Pink Floyd come 'The Dark Side of the Moon' (1973), 'Wish You Were Here' (1975), 'Animals'' (1977) e 'The Wall' (1979), è stata utilizzata da Gilmour per le celebri canzoni 'Money', 'Shine On You Crazy Diamond' e per il solo di 'Comfortably Numb'. Prima dell’asta, gli esperti stimavano un valore compreso tra 2 e 4 milioni di dollari. Jim Irsay aveva già acquistato la 'Black Strat' all’asta nel 2019 per 5,245 milioni di dollari, cifra che all’epoca aveva fissato un record per una chitarra. In un’intervista con "Rolling Stone", Gilmour ha dichiarato: “Queste chitarre sono state molto generose con me, sono come amici. È il momento che servano qualcun altro”. Durante l'asta newyorchese molti sono stati i lotti aggiudicati a cifre straordinarie: la chitarra 'Doug Irwin Tiger' di Jerry Garcia è stata venduta per 11,56 milioni di dollari; la 'Fender Mustang' di Kurt Cobain per 6,907 milioni di dollari; il pianoforte verticale 'Broadwood' di John Lennon per 3,247 milioni d dollari. Venduti, inoltre, strumenti di altri grandi artisti come Eric Clapton, Bob Dylan e Miles Davis.  L’asta ha registrato numeri eccezionali: i 44 lotti della collezione hanno totalizzato 84,09 milioni di dollari, quasi quattro volte la stima minima, e ogni vendita è stata accompagnata da applausi nel salone di Christie’s. Julien Pradels, presidente di Christie’s Americas, ha commentato: “Abbiamo avuto la sensazione di fare storia, lotto dopo lotto. La collezione Irsay rappresenta oggetti iconici che raccontano la nostra cultura e il nostro tempo”. (di Paolo Martini) 
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Iran, l’isola di Kharg: cuore dell’industria petrolifera del Paese

(Adnkronos) – L'isola iraniana di Kharg, nel Golfo Persico, colpita negli attacchi americani nel corso della guerra con Iran, rappresenta il cuore dell'industria petrolifera di Teheran ed è uno dei bersagli economici più sensibili del conflitto in corso. Il terminale è attraversato da oltre il 90% delle esportazioni di greggio dell'Iran, ma l’infrastruttura era finora rimasta. E lo sarebbe rimasta anche dopo i raid avvenuti notte italiana tra 13 e 14 marzo, che non avrebbero preso di mira gli impianti, secondo quanto assicurato da Teheran. Nei giorni scorsi, gli analisti avevano avvertito che un attacco a Kharg potrebbe provocare un’ulteriore impennata dei prezzi del petrolio, destabilizzando ancora i mercati energetici globali. Situata a circa 55 chilometri dal porto di Bushehr e circondata da acque profonde, Kharg si estende per soli otto chilometri, ma ospita la principale piattaforma di esportazione del greggio iraniano. Attraverso oleodotti sottomarini e terminali di carico, convoglia petrolio dai giacimenti centrali e occidentali verso le petroliere dirette soprattutto ai mercati asiatici, con la Cina tra i principali acquirenti. Normalmente transitano dal terminale 1,3–1,6 milioni di barili al giorno, con capacità di stoccaggio di decine di milioni di barili.  Il valore strategico dell’isola spiega perché finora non sia stata colpita. Secondo Neil Quilliam, analista di Chatham House, un attacco potrebbe far salire il prezzo del petrolio fino a 150 dollari al barile. Distruggere o paralizzare l’impianto significherebbe togliere dal mercato l’intero flusso di esportazioni iraniane, mentre parte della produzione regionale è già bloccata nello Stretto di Hormuz. Anche una possibile occupazione militare sarebbe estremamente complessa: servirebbe un massiccio dispiego di forze e potrebbe creare uno stallo energetico, con l’Iran che continuerebbe a produrre senza poter esportare e gli Stati Uniti che controllerebbero il terminale senza poterlo far funzionare. Oltre all’aspetto economico, Kharg ha un forte valore simbolico. Abitata fin dall’antichità e contesa da potenze regionali ed europee, divenne un hub petrolifero negli anni Sessanta e fu bombardata durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. Le sue acque profonde permettono ancora oggi alle superpetroliere di trasportare il principale sostegno economico della Repubblica Islamica.  
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