Categorie
Adnkronos News

Trump contro la Spagna dopo il ‘no’ sull’Iran: “Governo Sanchez terribile, stop accordi commerciali”

(Adnkronos) – Dopo l'attacco all'Iran, Donald Trump coglie l'occasione di un punto stampa con il Cancelliere tedesco Merz per 'bacchettare' in diretta quei Paesi europei che hanno apertamente rifiutato di offrire sostegno all'operazione Usa o 'rei' di non collaborare abbastanza nelle prime fasi dei raid. Nel mirino del tycoon finiscono così la Spagna ma anche la Gran Bretagna, con una stoccata in particolare al premier Keir Starmer. Nei primi giorni dell'operazioni militare contro l'Iran, alcuni Paesi "sono stati d'aiuto, altri no", le parole di Trump, che ha iniziato dagli elogi prima di passare alla 'lista nera': "La Germania è stata ottima. Altri sono stati molti bravi. Il capo della Nato, Mark Rutte, penso sia fantastico" ma "altri europei sono stati terribili…". Ed è così che, davanti ai giornalisti, il leader Usa ha quindi annunciato lo stop agli scambi commerciali con la Spagna, il cui "terribile" governo di Pedro Sanchez ha rifiutato di consentire agli aerei statunitensi di utilizzare le sue basi per attaccare l'Iran e si è opposto all'aumento dei fondi per la difesa nell'ambito della Nato. "La Spagna si è comportata in modo terribile. Ho detto a Bessent di interrompere il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con loro", l'attacco di Trump. Trump si è poi scagliato contro il premier britannico Keir Starmer per il rifiuto iniziale a concedere l'utilizzo di basi militari britanniche nell'operazione militare in Iran. "Non sono contento del Regno Unito – ha detto Trump parlando ai giornalisti -. Ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare. Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill". Già dopo le prime ore dei raid, la Spagna si era smarcata del tutto dagli Usa, rifiutando apertamente il sostegno all'operazione voluta da Trump con Israele. "Ogni Paese prende le proprie decisioni di politica estera. La Spagna ha una posizione molto chiara: la voce dell'Europa deve essere in questo momento una voce di equilibrio e moderazione, lavorare per la de-esclation e perché si torni al tavolo negoziale", aveva spiegato il ministro degli Esteri spagnolo, Jose Manuel Albares. "Una logica di violenza come quella che stiamo vivendo porta ad una spirale di violenza e azioni militari unilaterali fuori dalla Carta delle Nazioni Unite, fuori da qualsiasi azione, nessuno ha un obiettivo chiaro. L'Europa deve difendere il diritto internazionale, la de-escalation e i negoziati". La posizione della Spagna di non sostenere gli attacchi all'Iran ha spinto il Pentagono a ritirare una decine di aerei cisterna KC-135 dispiegati nella base di Moron de la Frontera, e, in misura minore, a Rota, usati per il rifornimento in aria dei caccia, ha confermato la ministra della Difesa, Margarita Robles, sottolineando che gli accordi di cooperazione, che stabiliscono le regole per la permanenza delle truppe americane in Spagna, prescrivono che queste "devono operare nell'ambito della legalità internazionale" mentre ora sono impegnate in azioni unilaterali, senza il sostegno di organizzazioni multinazionali, come Onu, Nato e Ue. "Le basi non daranno appoggio, a meno che non sia necessario dal punto di vista umanitario", ha aggiunto, sottolineando che fino a quando "non ci sarà una soluzione, il trattato non sarà applicato". Dal canto suo, il premier britannico Keir Starmer nelle scorse ore aveva già confermato alla Camera dei Comuni che la Gran Bretagna non prenderà parte alla fase iniziale degli attacchi. "Riteniamo che il modo migliore per andare avanti nella regione e per il mondo sia una soluzione negoziale in cui l'Iran accetti di rinunciare a qualsiasi aspirazione a sviluppare armi nucleari e di cessare le sue attività destabilizzanti nella regione", aveva dichiarato il premier, precisando che la sua è "la posizione che hanno da tempo i successivi governi britannici". "Il presidente americano Donald Trump ha espresso il suo disaccordo con la nostra decisione di non essere coinvolti con gli attacchi iniziali. Ma spetta a me decidere cosa è negli interessi nazionali britannici. Ed è quello che ho fatto e a cui mi attengo".  
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Farmaci, esperti: “Monoclonale anti-Rsv protegge bimbi da ricoveri e complicanze”

(Adnkronos) – "Proteggere i bambini alla loro prima stagione di Rsv-virus respiratorio sinciziale, è fondamentale. Significa proteggerli da una" infezione "grave che, quando colpisce i bambini più piccoli, determina patologie respiratorie come la bronchiolite", che li porta "all’ospedale. I bambini vengono ricoverati, hanno bisogno di essere intubati, hanno bisogno dell'ossigeno e della terapia intensiva. Proteggerli da questo, con i mezzi che abbiamo, significa dare ai bambini un'opportunità di salute molto importante". Lo ha detto Chiara Azzari, professoressa ordinaria di Pediatria dell'università di Firenze, in occasione dell'evento 'Road to immunity' organizzato da Sanofi oggi e domani a Roma, che riunisce rappresentanti delle istituzioni, società scientifiche, clinici ed esperti di sanità pubblica per un confronto sul ruolo delle strategie di prevenzione nelle malattie respiratorie. Al centro dell'incontro c'è l'evoluzione dello scenario epidemiologico e il valore delle nuove soluzioni preventive, dai vaccini innovativi agli anticorpi monoclonali a lunga durata d'azione. "Il monoclonale che stiamo utilizzando adesso, per tutti i bambini – sottolinea Azzari – ha cambiato la storia dell'Rsv poiché è in grado di proteggere oltre il 90% dei bambini: le famiglie lo accettano tutte molto volentieri. Questo fa sì che il numero delle ospedalizzazioni si riducano del 90%: se in ospedale prima di questa terapia ricoveravo 30 bambini, adesso ne devo ricoverare solo 3. E' un grande guadagno in termini di salute". Aggiunge Eugenio Baraldi, professore ordinario di Pediatria dell'università di Padova: "Da anni sappiamo che l'infezione da virus respiratorio sinciziale, soprattutto nei primi anni di vita, può portare a delle conseguenze a lungo termine. In particolare, all'insorgenza del broncospasmo ricorrente o dell'asma. Quello che stiamo osservando, dopo l'avvento dell’anticorpo monoclonale, è che evitando l'infezione nei primi mesi di vita si può prevenire la complicanza. L'immunoprofilassi – precisa – va ben oltre il fatto di prevenire l'infezione acuta: abbiamo dati preliminari che ci dicono che possiamo ridurre la prevalenza dell'asma". Attualmente "l'Rsv è sicuramente uno dei casi paradigmatici in cui si vede come la programmazione e l'intervento sanitario in prevenzione è assolutamente costo-efficace e, in alcuni casi, addirittura 'cost saving'", quindi fonte di risparmi, osserva Andrea Marcellusi, presidente Ispor (International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research) Italy Rome Chapter. "Le evidenze che abbiamo a disposizione sono tantissime ormai – chiarisce l'esperto – Oggi abbiamo dati 'real world' che sono in grado di dimostrare come l'intervento sanitario di nirsevimab abbia generato riduzioni di spesa e una gestione ottimale delle risorse sanitarie, riducendo ospedalizzazioni e garantendo efficienza gestionale di questi pazienti, oltre a migliorarne la qualità di vita". 
—salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Non è il petrolio il vero obiettivo: ecco le priorità di Trump secondo Pavia

(Adnkronos) – Non è solo una guerra di missili e deterrenza. È una partita di obiettivi non dichiarati, di consenso interno fragile e di alleanze regionali in bilico. Nelle ore successive all’operazione americana contro l’Iran, la domanda centrale non è tanto se gli Stati Uniti abbiano la capacità militare di sostenere lo sforzo, quanto quale sia l’obiettivo politico. L'Adnkronos ne ha parlato con Alissa Pavia, che a Washington è senior fellow dell’Atlantic Council, esperta di Nord Africa e Medio Oriente, direttrice dell’area Mena di Geopolitica.info. Dalla confusione sugli obiettivi dell’amministrazione Trump al nodo del regime change, dal ruolo dei proxy iraniani alla postura dei Paesi del Golfo, emerge un quadro fluido in grado di ridisegnare l’intero Medio Oriente. 
Negli Stati Uniti l’operazione contro l’Iran viene percepita in modo diverso rispetto alla narrazione europea, spesso molto critica verso Trump?
 È ancora presto per dirlo con certezza. Un primo sondaggio indica che una parte consistente degli americani non è entusiasta di una politica interventista. Il Midwest e quella che viene definita “Mainland America” hanno espresso più volte frustrazione per le questioni economiche interne e non vedono necessariamente un intervento militare come un beneficio diretto per il Paese. Allo stesso tempo, la morte di Khamenei viene percepita da molti come un fatto positivo. C’è un elemento di contraddizione: alcuni di coloro che oggi criticano l’interventismo erano gli stessi che solo pochi mesi fa chiedevano un’azione forte per fermare la repressione in Iran. 
C’è chiarezza sugli obiettivi strategici dell’amministrazione americana?
 No, assistiamo a una certa confusione. Si è parlato di regime change, ma il regime change è cosa diversa dalla decapitazione militare. Inizialmente Trump aveva evocato un cambiamento totale della leadership e dell’assetto politico. Poi ha citato il Venezuela come possibile modello, ma lì non c’è stato un vero cambio di regime. Questa ambiguità crea incertezza nell’opinione pubblica e anche tra i membri dell’amministrazione. È significativo che nessun segretario sia andato nei talk show domenicali per spiegare la linea ufficiale: segno che non c’è una narrativa condivisa.  
Dal punto di vista militare, la missione è sostenibile?
 Il dibattito qui non si concentra tanto sulla capacità militare. Gli Stati Uniti, insieme a Israele, sono chiaramente più forti dell’Iran. La vera preoccupazione è la durata. L’Occidente tende a indebolirsi politicamente con il protrarsi delle guerre. Il consenso interno può erodersi rapidamente se non sono chiari gli obiettivi. Inoltre, le dichiarazioni contraddittorie sul possibile invio di truppe di terra aumentano l’incertezza. Se l’obiettivo fosse davvero un regime change, sarebbe difficile immaginarlo senza presenza fisica sul territorio. 
È realistico immaginare che l’opposizione iraniana possa prendere il potere?
 È il problema cruciale. Trump ha incitato il popolo iraniano a ribellarsi. Se questo accadesse, potrebbe presentarlo come una vittoria politica personale, rafforzando la sua legacy. Ma resta il nodo di chi governerebbe dopo. La diaspora iraniana è enorme, ma non è mai riuscita a esprimere una figura unitaria. Si è parlato di Reza Pahlavi, che non ha un vero sostegno interno. Se il regime repressivo crollasse senza una struttura alternativa pronta, il rischio sarebbe un caos endemico. Gli iraniani hanno una storia di sommosse popolari, ma trasformare una rivolta in governo stabile è un’altra cosa. 
Esiste un piano americano per il “day after” iraniano? Un possibile “piano Marshall”?
 Di sicuro non è il petrolio l’obiettivo primario. Gli Stati Uniti oggi sono esportatori netti di energia e non hanno la stessa dipendenza di vent’anni fa. L’obiettivo sembra piuttosto indebolire l’Iran, ridurre la minaccia dei missili balistici e ottenere un negoziato sul nucleare più favorevole all’Occidente. Un eventuale governo ad interim filo-occidentale potrebbe aiutare a gestire lo Stretto di Hormuz e stabilizzare il commercio internazionale. Ma non mi sembra che l’obiettivo sia “estrarre petrolio”, come spesso si sostiene in Europa. 
Cosa accade alla rete dei proxy iraniani?
 Hezbollah ha mostrato divisioni interne prima di intervenire. Questo dimostra quanto dipendano dall’Iran per la direzione strategica. Il rischio maggiore è la frammentazione: milizie più autonome e meno coordinabili sono anche più difficili da contenere. Se viene meno un comando centrale forte, si possono creare situazioni ancora più instabili, come già accaduto in Yemen. 
Il conflitto può ridisegnare il Golfo?
 Dipende tutto dagli obiettivi e dai risultati. Gli Emirati hanno lasciato intendere di essere pronti a sostenere un’azione risolutiva contro il regime iraniano, ma non vogliono mezze misure. I Paesi del Golfo temono di essere lasciati esposti. Nel 2019, dopo gli attacchi agli impianti sauditi, la mancata risposta americana fu percepita come un tradimento. Se oggi si ripetesse una percezione simile, il Golfo potrebbe rafforzare ulteriormente i legami con Cina e Russia. La sicurezza del Golfo si basa sulla protezione americana. Se questa appare incerta, l’intero assetto regionale potrebbe cambiare. (di Giorgio Rutelli) 
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Iran, Trump: “Da difesa aerea a radar, abbiamo distrutto tutto”

(Adnkronos) – "Non hanno una marina militare, non hanno un'aeronautica, non hanno sistemi di rilevamento aereo, i loro radar sono stati distrutti. Di fatto tutto è stato distrutto". Così il presidente americano Donald Trump nel corso del bilaterale con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz alla Casa Bianca. Trump ha quindi respinto l'ipotesi secondo cui Israele avrebbe "forzato la mano", spingendolo ad attaccare l'Iran. "No. Potrei essere stato io a costringerli – ha detto nello Studio Ovale – Secondo me, quei pazzi avrebbero attaccato per primi". Lo scenario peggiore che potrebbe emergere dall'operazione statunitense in Iran, sarebbe "colpire e poi avere al potere qualcuno più malvagio del precedente", la guida suprema Ali Khamenei, ha continuato il leader Usa. 
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Il Gruppo Ferrero rafforza governance, Alessandro Nervegna ceo di Ferrero Core

(Adnkronos) – Il Gruppo Ferrero rafforza la propria governance, con nuovi ruoli di leadership a partire dal 1 settembre 2026 con diretto riporto a Giovanni Ferrero, presidente di Ferrero International. In particolare, Alessandro Nervegna diventerà ceo di Ferrero Core, con il mandato di guidare la crescita delle categorie core del Gruppo e l’attuale ceo Lapo Civiletti, continuerà a ricoprire la carica di vicepresidente di Ferrero International e assumerà il ruolo di presidente di Ferrero Ice Cream e Wk Kellogg. Nel suo ruolo di presidente di Ferrero International, Giovanni Ferrero continuerà a guidare la crescita del Gruppo, concentrandosi sulla visione strategica, di lungo periodo, e sull’innovazione, mantenendo la continuità con la cultura e i valori che contraddistinguono l’azienda. “La nuova governance è pensata per consolidare la propria competitività nel settore dei prodotti dolciari confezionati”, spiega una nota ricordando che “nel corso dell’ultimo decennio, il Gruppo Ferrero ha intrapreso un percorso di espansione e di crescita da azienda focalizzata sul confectionery a leader globale nel settore dei prodotti dolciari confezionati. Un risultato che riflette lo spirito imprenditoriale del Gruppo e una gestione rigorosa, sostenuta da acquisizioni strategiche e da un costante impegno nel portare innovazione nei marchi iconici e nelle nuove categorie di prodotto” In linea con l’evoluzione del business, pertanto, Nervegna, attualmente Chief Strategy & Innovation Officer, assumerà il ruolo di ceo di Ferrero Core, con la responsabilità delle categorie core del Gruppo, tra cui Confectionery, Biscotti e Prodotti da Forno, e il segmento Better-For-You. “La sua visione strategica, il forte orientamento al business e il rigore manageriale – commenta Giovanni Ferrero – garantiranno al Gruppo Ferrero di proseguire nel proprio percorso di crescita, rafforzando ulteriormente la nostra posizione di leader nel settore dei dolci confezionati.”  Sotto la guida di Civiletti "e grazie alla sua capacità di trasformare la visione in risultati concreti, l’obiettivo di raddoppiare le dimensioni del business in meno di dieci anni è diventato realtà. Ha costruito un team manageriale solido, capace di garantire risultati costanti e pronto a cogliere le opportunità future”, conclude Giovanni Ferrero.  
—economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Il Tesoro di Khamenei: chi erediterà un impero da centinaia di miliardi?

(Adnkronos) – Con la morte del leader supremo iraniano Ali Khamenei, ucciso nell’attacco israelo-americano su Teheran, si apre una delle questioni finanziarie più esplosive del XXI secolo: chi controllerà uno dei patrimoni privati più vasti e più oscuri del mondo, accumulato mentre il popolo iraniano sprofondava nella povertà? Le stime sul patrimonio controllato da Khamenei oscillano tra i 95 e i 200 miliardi di dollari. La fonte più documentata rimane un'inchiesta di Reuters del 2013, che stimò il valore del conglomerato Setad (formalmente noto come "Sede per l'Esecuzione dell'Ordine dell'Imam Khomeini") attorno ai 95 miliardi di dollari, di cui circa 52 miliardi in immobili e 43 miliardi in investimenti societari. A distanza di oltre un decennio, con la crescita patrimoniale e l'inflazione, la cifra reale è significativamente superiore. Il Setad nacque ufficialmente per gestire i beni abbandonati dopo la Rivoluzione del 1979, ma si trasformò in una macchina di accumulazione sistematica: proprietà appartenenti a minoranze religiose, espatriati e cittadini comuni vennero confiscate con la scusa dell'abbandono e assorbite nel portafoglio dell'organizzazione. Una grande holding che ha operato in settori strategici come energia, telecomunicazioni, media, sanità e istruzione, con decine di organizzazioni formalmente caritatevoli che, secondo i critici del regime, fungevano da veicoli di profitto indiretto. Il Setad garantiva a Khamenei un'autonomia finanziaria totale dal parlamento e dal bilancio statale, proteggendolo dalle turbolenze politiche interne. Per dare un’idea, il solo valore stimato di questa istituzione supera del 40% le esportazioni petrolifere annuali dell'Iran. Le fonti che attestano questa ricchezza sono parziali ma significative. Oltre all'indagine di Reuters, un'inchiesta durata un anno di Bloomberg News, pubblicata a gennaio 2026, ha rivelato come Mojtaba Khamenei, secondo figlio maschio del leader supremo, che i media iraniani descrivono come “in ottima salute” e per niente morto negli attacchi, abbia costruito un impero immobiliare globale del valore di oltre 100 milioni di sterline solo nel Regno Unito. I fondi provengono principalmente dalle vendite di petrolio iraniano e sono stati fatti transitare su conti in banche britanniche, svizzere, del Liechtenstein e degli Emirati Arabi Uniti, tramite società fantasma registrate a Saint Kitts and Nevis e nell'Isola di Man. Tra le strutture più documentate figura una villa su The Bishops Avenue a Londra – la cosiddetta "Billionaire's Row" – acquistata nel 2014 per 33,7 milioni di sterline. Il portafoglio si estende ad hotel di lusso a Francoforte e Maiorca, una villa nel "Beverly Hills di Dubai" e beni in precedenza detenuti a Toronto e Parigi. Nessuno di questi asset è intestato direttamente a Mojtaba: il suo nome non compare in nessun documento, sostituito da intermediari fidati e scatole cinesi. L'uomo chiave identificato da Bloomberg è il banchiere iraniano Ali Ansari, sanzionato dal governo britannico nell'ottobre 2025 per aver finanziato i Guardiani della Rivoluzione. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha sanzionato Mojtaba già nel 2019, ma le sanzioni non hanno impedito all'impero di espandersi, sfruttando le lacune nei sistemi di trasparenza sulla proprietà effettiva dei beni in molte giurisdizioni occidentali. Khamenei e sua moglie Mansoureh hanno avuto sei figli: quattro maschi – Mostafa, Mojtaba, Masoud e Meysam – e due femmine, Boshra e Hoda. Ognuno di loro avrebbe accumulato patrimoni considerevoli, stimati in 3 miliardi (per Mojtaba) e centinaia di milioni di dollari per gli altri, tranne il primogenito, di cui si parla molto poco. Con la caduta fisica del leader supremo e l'Iran in piena crisi istituzionale dopo gli attacchi, il destino del tesoro di Khamenei è tutt'altro che scontato. Una parte delle risorse è formalmente legata al Setad, un ente statale che opera sotto l'autorità della Guida Suprema: con la morte di Khamenei, il controllo su questa holding passerà presumibilmente al suo successore istituzionale, non necessariamente alla famiglia. Il patrimonio personale e familiare, invece, è frammentato in strutture opache e distribuito in decine di Paesi. Mojtaba, già al centro dell'attenzione internazionale prima ancora della morte del padre, è il candidato più probabile a mantenere il controllo su questa rete finanziaria. Ma le sanzioni occidentali, la pressione delle intelligence e la potenziale implosione del regime rendono ogni scenario incerto.  Quello che è certo è il paradosso: un uomo che si definiva austero, che citava I Miserabili di Victor Hugo come libro preferito e che predicava la semplicità al suo popolo, ha lasciato dietro di sé uno dei più vasti e opachi imperi finanziari mai costruiti da un leader politico negli ultimi cento anni. 
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Algoritmi, 007 e missili di precisione: così è stato ucciso Khamenei

(Adnkronos) – Il giorno in cui le bombe hanno colpito il compound di Pasteur Street, a Teheran, Israele sapeva già quasi tutto. Sapeva dove parcheggiavano le auto le guardie del corpo più fidate della Guida Suprema, Ali Khamenei, quali turni facevano, quali percorsi seguivano per andare al lavoro e, soprattutto, chi erano incaricate di proteggere. Sapeva a che ora l'ayatollah sarebbe arrivato nel suo ufficio e chi avrebbe partecipato alla riunione quel sabato mattina. È quanto emerge da un'inchiesta del Financial Times che ricostruisce nei dettagli il piano che ha portato all'uccisione della Guida Suprema iraniana in un raid aereo israeliano.
 Secondo due fonti citate dal quotidiano britannico, per anni quasi tutte le telecamere del traffico di Teheran sarebbero state hackerate: le immagini criptate e inviate a server in Israele. Una in particolare offriva un'angolazione preziosa sul complesso ultravigilato, consentendo di costruire quello che gli 007 definiscono un 'pattern of life': abitudini, orari, relazioni, routine. A questo si aggiungeva l'analisi di miliardi di dati attraverso algoritmi e strumenti di social network analysis, capaci di individuare centri decisionali nascosti e nuovi bersagli. Un lavoro sistematico, condotto dall'unità di intelligence militare 8200, dal Mossad e da una rete di fonti umane, che nel tempo ha prodotto un flusso continuo di informazioni operative. Non solo. Israele sarebbe stato in grado di interferire con alcune torri di telefonia mobile nell'area, facendo risultare occupati i telefoni e impedendo che eventuali allarmi raggiungessero la scorta di Khamenei. Già molto prima che cadessero le bombe, "conoscevamo Teheran come conosciamo Gerusalemme", ha dichiarato un funzionario dell'intelligence israeliana. Quando Israele e Cia hanno stabilito che l'86enne ayatollah avrebbe tenuto una riunione nel suo ufficio, l'occasione è apparsa irripetibile: eliminare lui e parte della leadership iraniana prima che un conflitto aperto li spingesse nei bunker sotterranei, fuori dalla portata delle bombe. Per un obiettivo di tale valore, la dottrina militare israeliana impone una doppia conferma indipendente sulla presenza del bersaglio. In questo caso, oltre all'intelligence elettronica, gli Stati Uniti avrebbero fornito una fonte umana diretta. Solo dopo queste verifiche, i jet israeliani – in volo da ore per trovarsi nel punto giusto al momento giusto – hanno lanciato fino a 30 munizioni di precisione. A differenza del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che aveva trascorso anni nascosto sottoterra prima di essere ucciso nel 2024, Khamenei non viveva in clandestinità permanente. In tempo di guerra adottava precauzioni, ma quel sabato mattina non si trovava in uno dei due bunker a sua disposizione. Se vi fosse stato, riferiscono le fonti, Israele non avrebbe potuto raggiungerlo con gli ordigni disponibili.  
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Iran, colpito l’aeroporto di Teheran: l’attacco e le esplosioni

(Adnkronos) – L'aeroporto internazionale Mehrabad di Teheran è sotto bombardamenti. I video pubblicati sui social mostrano esplosioni e colonne di fumo che si alzano dall'area dello scalo, preso di mira dai raid di Israele e Stati Uniti 
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Leasing, Assilea: in 2025 oltre 36 mld di stipulato (+5,8%), quest’anno previsto +3,5%

(Adnkronos) – Assilea – Associazione italiana leasing – ha presentato oggi a Roma, presso la propria sede, i dati 2025 sul leasing e le previsioni per il 2026, delineando il quadro dell’Italia che investe. I lavori, aperti dal Direttore Generale, Giuseppe Schlitzer, hanno visto gli interventi di Beatrice Tibuzzi, Responsabile Centro Studi e Statistiche, Ciro Rapacciuolo, Senior Economist del Centro Studi Confindustria, Alessandra Benedini, Associate Partner presso Prometeia. Al dibattito presenti, tra gli altri, rappresentanti di Banca d'Italia, Ufficio Parlamentare Bilancio, Istat, ABI, OAM, Associazioni di categoria e molti partecipanti collegati da remoto.  In Italia, il 2025 ha registrato oltre 36,13 miliardi di euro di stipulato leasing, +5,8% rispetto al 2024, con una previsione del Centro studi Assilea di un +3,5% nel 2026. Il principale settore beneficiario è stato il Manifatturiero, seguito da Trasporto e magazzinaggio e Commercio all'ingrosso e al dettaglio. I dati 2025 mostrano una crescita in valore di tutti i comparti, in particolare Beni strumentali, +15,2% con oltre 10,5 mld di euro finanziati, e Settore agricolo, +27,0% (+20,2% nei macchinari). Si espande il leasing di Veicoli commerciali e industriali, rispettivamente +8,9% e +2,5%, la cui dinamica è fortemente legata a quella degli investimenti strumentali. Bene l’Immobiliare, +5,9%, con il segmento “immobili da costruire” che raggiunge il +15,7%. Exploit del Navale e ferroviario, con la Nautica che mette a segno un sostanzioso +74,6%. Le Energie rinovabili registrano un +6,7%, con gli impianti fotovoltaici non accatastati al +35%. Oltre il 45,7% del nuovo stipulato si è concentrato in Lombardia (+10,6%), Veneto (+12,3%) ed Emilia-Romagna (-3,6%). Il leasing cresce anche in Piemonte (+15,9%) e nelle maggiori regioni del Sud: Campania (+13,3%), Sicilia (+18,6%), Puglia (+20,4%). Il Trentino Alto Adige (+10,1%) è la regione che presenta la maggiore diffusione dei nuovi finanziamenti nel tessuto imprenditoriale locale. In totale, il 64,7% degli investimenti in beni strumentali acquisiti con la Nuova Sabatini sono stati finanziati in leasing (con un differenziale del +83% rispetto al finanziato bancario). Anche in un periodo di rallentamento della produzione e di riposizionamento del commercio globale, questo strumento ha continuato a fornire un fondamentale supporto al comparto produttivo, registrando in generale un +3,1% i finanziamenti alle imprese manifatturiere rispetto al 2024.  Anche in Europa, a fronte di una crescita economica che rimane contenuta, il leasing mostra segnali incoraggianti, finanziando il 28% degli investimenti in beni strumentali e mezzi di trasporto, dopo aver superato nel 2024 anche i volumi registrati negli USA.  “In questa mattinata di studio con autorevolissimi partecipanti, abbiamo composto un quadro economico del Paese, alla cui definizione il leasing può concorrere grazie alle rilevazioni statistiche aggiornate e tempestive del proprio Centro Studi”, commenta il Direttore Generale Assilea, Giuseppe Schlitzer. “Proprio dal confronto con il contesto europeo rileviamo che, nonostante la spinta registrata nell’ultimo decennio, in Italia il leasing presenta ancora ampi margini di espansione. A livello UE-EBA si devono definire requisiti patrimoniali che tengano conto della accertata minore rischiosità rispetto al finanziamento bancario; in ambito nazionale occorrono regole che, riconoscendo il leasing quale leva strutturale di politica industriale, lo includano in tutte le misure di incentivazione facilitando la mobilizzazione di risorse in un periodo in cui più che mai abbiamo bisogno di sostenere gli investimenti tecnologici”. 
—economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Categorie
Adnkronos News

Fratelli d’Italia, rientrato l’allarme bomba nella sede di via della Scrofa

(Adnkronos) – Allarme bomba rientrato nella sede di Fratelli d'Italia in via della Scrofa. Le verifiche nei locali da parte della polizia, intervenuta anche con i cani molecolari, hanno dato esito negativo. A far scattare l'allarme con l'evacuazione della sede del partito, era stata la segnalazione di un ordigno arrivata, a quanto apprende l'Adnkronos, da una telefonata anonima. Al momento dell'allarme nessun dirigente di primo piano del di Fdi era in sede.  In precedenza altri due allarmi bomba poi rientrati erano scattati oggi a Roma per due trolley abbandonati in strada. Il primo nei pressi di Palazzo Chigi, davanti al negozio Zara, a Largo Chigi ha fatto scattare i controlli degli artificieri e la chiusura temporanea della strada l'allarme è poi rientrato dopo tutte le verifiche del caso. Gli artificieri sono intervenuti anche per il secondo trolley, abbandonato vicino all'Altare della Patria. Al termine dei controlli, che anche in questo caso hanno dato esito negativo, l'allarme è rientrato. Anche Piazza Venezia è stata chiusa al traffico per il tempo necessario alle operazioni. 
—politicawebinfo@adnkronos.com (Web Info)