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Retesport 24

I pensieri di giornata dei conduttori e degli opinionisti di Retesport: 

 

MAGNI: “Va bene acquistare Smalling, a patto di trattenere anche i giocatori più giovani”

CRISTOFORI: “Reputo molto intelligente e matura la risposta di Zaniolo sulla maglia numero 10: sin dal primo momento si vuole fare questo paragone forzato con Totti che non porta a nulla se non una pressione inutile su questo straordinario talento”

ANGELONI: “Il problema dello stipendio alto non è quello di Smalling, ma riguarda calciatori che rappresentano un rischio superiore. Il mercato cinese può aiutare a smaltire alcune situazioni contrattuali”

ZUCCHELLI: “Florenzi ha dei dubbi a rinunciare al ruolo di terzino soprattutto per la nazionale”

MIZZONI: “Sul possibile impiego di Florenzi immagino che Fonseca ragionerà anche da psicologo, non solo da allenatore”

MAIDA: "Non toccherei la formazione. E' più delicata la partita di giovedì che quella di domenica”

CENTO: "Sul tema razzismo vedo tanta ipocrisia"

MADEDDU: “Pastore ha dichiarato che ha avuto bisogno dei fischi per rinascere. Segno che le pressioni sono la linfa dei grandi calciatori”

BIOTTI: "Zaniolo ha capito bene la differenza tra fare tanto e strafare. In questo e in ogni manifestazione è perfetto"

PIACENTINI: “Non facendolo giocare, Fonseca sta preservando Florenzi”

CERVONE: "A Florenzi è successo qualcosa dopo la partita con la Sampdoria"

 

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Calciomercato

Smalling, rifiutata la prima offerta della Roma: Milan ed Inter alla finestra

A Roma sono diventati tutti pazzi per Chris Smalling. Ora Gianluca Petrachi punta ad acquistarlo in maniera definitiva. Come trapela dall’Inghilterra secondo il Dailystar, però, la prima offerta giallorossa, da 15 milioni di euro, è stata rifiutata dallo United. Facendo leva sull’interesse di Milan Inter, la richiesta del club inglese è di 20 milioni. Smalling, tuttavia, è convinto di proseguire la sua esperienza nella capitale.

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Esclusive

Civitarese (Mental Coach): “Molti atleti non riescono ad esprimere il talento. Hanno un blocco che viene dettato dalle critiche”

Roberto Civitarese (Mental coach) è intervento in esclusiva ai nostri microfoni, soffermandosi su questa nuova figura che piano piano sta diventando sempre più presente nel calcio.

Un allenatore, al giorno d'oggi, deve essere uno psicologo, un mental coach o lavorare sul campo?

"In ordine di priorità si deve prima entrare nella testa del calciatore e poi sul campo. Perché è ormai risaputo che l'aspetto mentale è la centralina del motore. Così facendo, si mette nelle condizioni il calciatore di offrire una prestazione al massimo del potenziale".

Come si fa ad entrare nella testa dei giocatori?

"Un allenatore nuovo deve tirare una riga e lasciare il pregresso alle spalle. Primo aspetto importante è quello di guardare avanti e condividere un obiettivo di squadra comune. Per prima cosa devo capire prima in che direzione si vuole andare. La realizzazione dell'obiettivo diventa la leva motivazionale che mi spinge in campo ad andare al massimo. Il secondo passaggio è l'analisi delle risorse che si hanno a disposizione. Si deve guardare al futuro definendo un obiettivo, nel calcio non è un abitudine frequente purtroppo".

È più semplice entrare nella testa di un calciatore giovane come Zaniolo, oppure nella testa di un giocatore esperto come Dzeko?

"Ci sono sempre dei pro e dei contro, se hai davanti un giovane hai il vantaggio di avere un atleta inesperto e quindi c'è tutta una struttura mentale da poter plasmare. Invece con il giocatore esperto, hai un pregresso storico che forma le sue convinzioni. Il rovescio della medaglia però c'è ed è l'inesperienza del giovane, con la conseguenza di avere poche risorse a disposizione. L'esperto, che in passato ha già vissuto dei momenti negativi, ha già fatto questo tipo di esperienze e di fronte ad una situazione negativa riesce a districarsi meglio".

Oltre ai calciatori, anche gli allenatori avrebbero bisogno del mental coach?

"Qualcuno si sta avvicinando. L'allenatore però ha una resistenza, perché pensa di essere già un mental coach per la sua esperienza. Io invece credo che bisogna acquisire delle tecniche per poter entrare nella testa del calciatore e velocizzare il processo dei risultati".

(Domanda ascoltatore) A cosa serve il mental coach ai calciatori? Loro hanno i fans e uno stipendio invidiabile.

"No, anzi è l'esatto contrario. Negli altri sport, ad esempio, ci sono il primo posto, il secondo e il terzo. Nel calcio questo non c'è. Chi arriva secondo viene considerato il primo degli sconfitti. Se perdi una partita, vieni ricoperto di critiche e di conseguenza superare questi momenti diventa difficile".

Quali sono le difficoltà che più spesso ha riscontrato? Ansia da prestazione o da critica, ad esempio. 

"Quella più frequente è l'incapacità di esprime il proprio talento. Molti atleti mi chiamano perché non riescono ad esprimersi come l'anno prima. Hanno un blocco che viene dettato da critiche, situazioni societarie o magari contrattuali. Da una serie di situazioni, che impediscono al calciatore di andare in campo con la testa libera".

Win-win nel calcio?

"Vincere aiuta a vincere. Fa parte di un processo che è questo: l'identità. Ad esempio: io mi ritengo una giocatore o una squadra forte e vado in campo giocando in un certo modo. Vado in campo oggi, vinco e mi sento più forte di ieri. Prendo ad esempio l'intervista di Maran, che per motivare la sua squadra ha fatto vedere dei filmati sul Manchester City. I risultati sono stati ottimi, perché sono riusciti a mettere sotto una squadra forte come l'Atalanta".

(Domanda ascoltatore) Come fa un giocatore che guadagna 4 milioni ad avere bisogno di un mental coach, un padre di famiglia che deve fare?

"Ogni persona vive una sua realtà. Se un giocatore guadagna milioni, ma è insoddisfatto, non avrà la problematica del mutuo a fine mese d'accordo. Il vero problema è che si dovrà confrontare con l'aspettativa della tifoseria o della società nei suoi confronti".

 

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Giudice Sportivo: 30 mila euro di multa più diffida alla Roma per i cori razzisti. Richiesto anche il parere della Procura Federale

Il Giudice Sportivo ha reso note le proprie decisioni in merito all’undicesima giornata della Serie A. La Roma è stata soggetta ad ammenda di €30.000,00 con diffida per avere i suoi sostenitori intonato più volte cori insultanti di matrice territoriale nei confronti della tifoseria avversaria che hanno portato il direttore di gara, al 23° del secondo tempo, ad interrompere la gara per circa un minuto“. Il Giudice Sportivo dispone altresì, a cura della Procura federale, la trasmissione di maggiori elementi di dettaglio circa l’effettivo settore di provenienza dei suddetti cori, ai fini dell’eventuale adozione di ulteriori provvedimenti da parte di questo Giudice in ordine all’accaduto.

E' stato, inoltre, comminato un turno di squalifica a Cetin per il doppio giallo rimediato nella sfida con il Napoli.

Resta in diffida: Mancini

(legaseriea.it)

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Spinazzola: “L’importante è mostrare sempre carattere. Fonseca ci è piaciuto sin da subito”

Leonardo Spinazzola, difensore della Roma, racconta i suoi primi mesi in giallorosso al canale ufficiale della società. Queste le sue parole:

Il mister ha trasmesso fiducia…
Quando perdi vedi gli errori che hai fatto e quando vinci lo stesso. Si parla sempre di una linea sottilissima. Se vinci e c’è gioco sei felice e sereno, se perdi e c’è gioco dici di continuare così perché le vittorie arriveranno. Quando ti manca carattere e atteggiamento è un allarme.

Che musica ascolti?
Latino-americano e hip-hop. A tratti metto i cappelli da rapper, dipende da come mi sveglio la mattina (ride, ndr). Anche canzoni italiane come Ultimo. Svario molto.

Hai qualche gruppo rock che ti piace?
I Queen anche se non è il mio genere.

Sei favorevole o contrario al VAR?
Favorevole ma non eccessivamente. Aiuta in certe situazioni come il fuorigioco. Tipo il fallo di mano, come De Ligt, non sono mai rigori. Sono sempre spizzate. Impossibile andare a difendere in area con le mani dietro. Normale che se prendi una palla col braccio largo ci sta.

Ti senti a tuo agio con la filosofia tattica di Fonseca?
Benissimo veramente. A parte che è il nostro gioco dei terzini che attaccano, siamo tutti gente con gamba e propensa ad attaccare. Il gioco del mister sin dall’inizio ci è piaciuto subito. Normale poi, come contro il Genoa, che tutti dicevano che siamo poco equilibrati, non era una questione tattica.

Sapere di avere Mancini tra i mediani vi fa stare più tranquilli per fare un passo in avanti?
Più giochi e più prendi confidenza e ti vengono automatiche le cose che ti chiede il mister. Le posizione degli esterni non sono da esterni pure. Devono stare in una posizione non comodissima per quanto riguarda un esterno perché giochi spalle alla porta. Non è come Under che gioca sulla linea. Dipende anche dalle caratteristiche.

Quanti tatuaggi hai e quale è stato il primo?
Ne ho due, uno grande e uno piccolo con mia moglie. Nello stesso anno ho fatto entrambi (ride, ndr). Quello grande ha tutto un significato tra famiglia etc.

Ti ha sorpreso il rendimento di Mancini come centrocampista?
No, anche con lui stiamo sempre insieme. Non pensavo che corresse così tanto (ride, ndr). Sapevo che aveva il piede per fare quei lanci. Fisicamente è un animale. Anche a Bergamo ho visto certe sfide. Tecnicamente anche è molto pulito, sempre con la testa alta, è forte. Ha fatto quello scavetto per Pastore incredibile (ride, ndr).

La Roma si è schierata al fianco di Balotelli. Che ne pensi di questi casi?
E’ una vergogna. Stiamo nel 2020 e non si possono sentire ancora queste cose. Chi sbaglia, abbiamo tutte le telecamere possibili, paga. Senza che paghi tutta la cruva dove ci sono famiglie.

Quale delle maglie ti piace di più?
La rossa classica anche se la blu… Podio rossa, blu, bianca.

Piatto romano preferito?
Amatriciana, cacio e pepe. Mamma mi cucinava sempre la prima e dico quella.

Come ti trova a Roma in città? Ci sono zone che ti piacciono?
Molto. Si sa che è una delle città più belle del mondo. All’inizio ho avuto un attimo, un pochino di difficoltà col traffico. La mattina so le strade per arrivare a Trigoria tranquillamente (ride, ndr). Vengo da Foligno, poi Bergamo e Torino, sono vivibili e le giri in 20 minuti.

La canzone di Foligno…
Florenzi me la cantava sempre e quindi la cantavo anche io.

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Elvedi: “Il rigore contro Smalling? Non ho visto nulla”

Giovedì la Roma difenderà il suo primo posto nel girone J di Europa League a casa del Borussia Monchengladbach: il pareggio della sfida d’andata è stato condizionato dal rigore fischiato contro Smalling: Ne ha parlato a Calciomercato.it Nico Elvedi, protagonista di quell’episodio insieme al difensore giallorsso: 

Che sfida è stata quella dell’Olimpico?

"Una partita molto intensa tra due squadre forti, su un campo in condizioni difficili a causa dell’intensa pioggia. Siamo partiti bene e meritavamo il vantaggio, poi abbiamo mostrato grande forza mentale a restare in gara. Il pareggio era assolutamente giusto"."Il rigore all'andata?

È stato decisivo quel rigore di cui in Italia (e non solo) hanno parlato tutti. Eri parte dell’azione: anche tu, come l’arbitro, avevi visto Smalling colpire il pallone col braccio?

"Era una contesa su un calcio di punizione ed ero concentrato sul pallone, volevo far gol. Sul momento, non sono riuscito a vedere altro, ma ovviamente capisco la reazione dei giallorossi alla decisione dell’arbitro.

Avrebbe fatto arrabbiare anche noi".

Cosa pensi di quell’errore? Non è strano che in Europa League non si utilizzi il VAR?

"Tutti commettiamo errori durante una partita, l’arbitro in quel caso si è sbagliato. Tutto il resto non mi riguarda: per me è stato fondamentale portare a casa un punto alla fine, un punto meritato".

Che partita ti aspetti al ritorno?

"Sarà un’altra partita intensa ed equilibrata. Nel nostro girone di Europa League è ancora tutto in gioco"

C’è stato qualche giallorosso che ti ha impressionato positivamente in campo?

"Come difensore posso parlare degli attaccanti, e sulla classe di Edin Dzeko c’è poco da discutere. Anche gli esterni giovani e rapidi Kluivert e Zaniolo e l’esperto Javier Pastore sono giocatori molto forti. Devi stare attento ad ognuno di loro".

Nei mesi scorsi, diversi rumors ti hanno accostato a squadre italiane. Ti piacerebbe, un giorno, giocare in Serie A?

"Di queste faccende si occupano i miei agenti e, onestamente, non mi interessano molto. Nel calcio nulla è scontato, ma sono al quinto anno a Mönchengladbach e qui sono molto felice".

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Razzismo, la Roma si schiera con Balotelli

Quella appena trascorsa è stata una domenica condita dall'attenzione sui cori discriminatori o addirittura razzisti, con l'episodio in Hellas Verona-Roma che ha visto protagonista Mario Balotelli su tutti. Tante le voci che si sono levate, e la Roma oggi ha deciso di fare sentire la propria attraverso Twitter: tramite il proprio profilo ufficiale, infatti, la società ha diffuso un messaggio che è una chiara presa di posizione: "L’#ASRoma si schiera al fianco di Mario Balotelli per gli insulti razzisti di domenica Che siano 20 o 2000 persone, il razzismo è inaccettabile È ora di scegliere da che parte stare, tra chi è pronto a opporsi al razzismo e chi gli permetterà di distruggere il gioco che amiamo".

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Pastore: “I fischi li ho presi ovunque, sono qui a Roma per sentirmi ancora importante. Bravo Fonseca a gestirmi”

Dopo una prima stagione di difficoltà Javier Pastore, gara dopo gara, si sta prendendo la Roma. E l'argentino si è raccontato a 360° al sito del club. 

Che ricordi hai del tuo rapporto con il calcio quando eri bambino?
“I ricordi sono tanti, perché era l’unica cosa che facevo da quando avevo quattro anni. Ho ancora delle foto, con la palla sempre accanto. Volevo fare solo quello, a scuola o per la strada con gli amici. Non c’erano i videogiochi come oggi e noi da piccoli pensavamo solo al calcio”.

Dove giocavi?
“Ogni quartiere della mia città natale, Cordoba, organizzava un piccolo torneo amatoriale. E io mi ricordo che li facevo tutti. Anche quello organizzato nella zona in cui viveva mio cugino o altri miei amici. Ognuno portava una squadra, con il papà di uno di noi come allenatore. E io andavo ovunque pur di giocare”.

Sei sempre stato un calciatore tecnico?
“Mi ricordo che giocavo con mio zio in garage con la pallina da tennis. Mi diceva “se riesci a giocare con questa poi con quella più grande sarà più facile”. Provavo i palleggi, la calciavo sul muro di potenza e dovevo farmela tornare sui piedi. Questo avveniva tutti i giorni, era la mia passione”.

Il tuo desiderio è sempre stato quello di diventare un calciatore professionista?
“Era il mio pensiero fisso, sempre”.

Chi era il tuo idolo da bambino?
“Quando ero piccolo senza dubbio Batistuta. In quel momento giocava in nazionale, in Italia segnava tanto e si parlava solo di lui. Avevo il poster nella mia camera. Quando venne alla Roma, mio padre mi regalò la sua maglia, fu una cosa bellissima. Poi quando sono cresciuto un po’ di più adoravo Riquelme. Era un punto di riferimento come numero 10”.

Com’è iniziata la tua carriera? Hai subito capito che ce l’avresti fatta?
“In realtà non è stato semplicissimo. In Argentina è avvenuto tutto molto velocemente. Ho iniziato a giocare in Serie B con il Talleres di Cordoba, la squadra della mia città. Ho fatto l’esordio con la prima squadra, giocando tre o quattro partite. E poi sono tornato a giocare con le giovanili. È stato un momento molto difficile, perché pensavo di essere già arrivato. Dal ritiro e l’esordio con in più grandi, tornare indietro rappresentò una delusione. Ho dovuto ricominciare, con la stessa voglia di sempre, ma non fu facile”.

Poi cosa è successo?
“Dopo sei mesi sono andato a Buenos Aires con l’Huracan, in Prima Squadra. Ho fatto il ritiro con loro ma non potevo giocare per una questione burocratica, mi allenavo da solo a volte e ho saltato il campionato di Apertura. Quando i documenti si sono sbloccati, ho fatto il secondo ritiro con loro e mi sono rotto la caviglia. Per questo ho dovuto saltare anche il torneo di Clausura. Mi sembrava di avere tutto contro. È stato davvero difficile, ho giocato solo cinque partite. Il campionato seguente l’ho giocato tutto da titolare e in sei mesi mi è cambiata la vita”.

Come ti sei sentito a quel punto?
“Non avevo mai fatto una presenza da titolare nella Primera Division e sono arrivato a giocare venti partite di seguito, tutte bene. A quel punto è arrivata la chiamata dall’Italia e non ho avuto nemmeno il tempo di realizzare costa stesse accadendo”.

Come nasce la tua cessione al Palermo?
“Sono venuti a osservare le mie prestazioni per due mesi. Per me era un sogno giocare in Europa. È stato straordinario, mi hanno convinto subito. Non ci ho pensato due volte. Alla prima possibilità ho accettato”.

Hai avuto un po’ di paura?
“Mai, nessuna paura. Era il mio sogno. Venivo per la cosa che so fare meglio: giocare a calcio. La mia famiglia mi ha supportato, perché è venuta con me. E tutto questo mi ha dato tanta fiducia”.

Cosa di porti dentro dall’esperienza al Palermo?
“È stata un’esperienza bellissima. Rappresentano due anni indimenticabili. La squadra giocava bene, abbiamo fatto cose importanti in quegli anni. Siamo arrivati quarti in campionato, a un punto dalla Champions, in finale di Coppa Italia, abbiamo giocato l’Europa League. Abbiamo fatto delle cose che non si vedevano da anni in quella città. Ho tanti bei ricordi, la gente è stata magnifica con me. È il posto in cui ho conosciuto mia moglie. Rimarrà sempre nel mio cuore, una parte della Sicilia è con me a casa”.

Che differenza hai notato tra il calcio argentino e quello italiano?
“La differenza è tattica. Qui si preparano molto di più le partite. Lì si lascia molta più libertà ai calciatori. Qui è differente, anche rispetto alla Francia. Poi in campo si va sempre undici contro undici, ma qui nella preparazione e negli allenamenti si sta molto più attenti a certi aspetti”.

Quando è arrivata l’opportunità del PSG?
“Il secondo anno ho fatto molto bene a Palermo e avevo già capito che per la società la mia cessione avrebbe rappresentato una grande opportunità, con i ricavi potevano mettere su una nuova squadra. Per me rappresentava un passo importante per crescere e migliorare. Negli ultimi due mesi della mia seconda stagione al Palermo si parlava già di una mia uscita. C’era il mio agente a lavorare su questo aspetto, ma gli ho detto che non ne volevo sapere niente, volevo concentrarmi sul campionato”.

E alla fine sei andato in Francia. Cosa ha rappresentato questa esperienza per te?
“Una grande esperienza. Sono stati sette anni densi di avvenimenti. Sono arrivato in una squadra completamente diversa rispetto a quella che avevo lasciato. Ho visto il club crescere assieme a me, hanno cambiato allenatori, hanno fatto passi da gigante con i media, hanno rinnovato il centro sportivo e lo stadio, hanno migliorato tutto. Sono molto felice di essere stato con loro attraverso tutti questi cambiamenti. Mi hanno reso felice. Quando sono arrivato, il PSG non era quello che conosciamo oggi e io sono orgoglioso di aver dato il mio apporto. Non cambierei nulla di questi anni. Abbiamo vinto tanti titoli e ho lasciato un bel ricordo ai tifosi e alla gente in Francia: questa è la cosa più importante”.

E poi c’è stata la chiamata della Roma.
“Ha rappresentato una bellissima opportunità. Volevo cambiare squadra per sentirmi di nuovo un giocatore importante e riprendermi il ruolo perso al PSG, per l’arrivo di tanti altri giocatori di livello. La Roma era la miglior proposta, parliamo di una grande città che io e mia moglie adoriamo”.

Il primo anno però non è stato semplice. Cosa hai provato in quel periodo?
“L’avventura è partita bene ed ero molto entusiasta di giocare qui. Poi purtroppo mi sono fatto male un paio di volte di seguito e poi c’è stato l’infortunio al Derby di andata. A settembre già è iniziato ad andare tutto male. Avevo perso la fiducia dell’allenatore, perché non ero mai in campo. Fisicamente non sono stato mai bene, non riuscivo a gestire bene gli allenamenti o a migliorare la condizione fisica. Ho fatto pochissime partite e non è stato un anno facile, a livello personale e sportivo”.

Poi è arrivata l’estate, cosa hai pensato prima dell’inizio della stagione?
“Avevo tante cose per la testa. Stavano avvenendo tanti cambiamenti nel Club ed era tutto un punto interrogativo per me. Mi sono preso i primi giorni di vacanza con la mia famiglia, ma prima di ricominciare la stagione ho voluto parlare con la Società e con l’allenatore, volevo sapere cosa pensavano di me. Ero a conoscenza di non aver fatto bene l’anno precedente, mi faceva male ripensare alla mia ultima stagione e non volevo che le idee del nuovo tecnico venissero influenzate da quelle prestazioni. Dal primo giorno la Società mi ha comunicato che il cambio di allenatore sarebbe stato positivo per tutti. Nei primi allenamenti ho dimostrato subito di voler cambiare quello che era stato un anno brutto, da parte mia e di tutta la squadra. L’allenatore è stato sempre molto onesto, ha dimostrato di aver fiducia in me. Mi ha chiesto di dimenticare quanto accaduto prima, di allenarmi al cento per cento. Mi hanno gestito bene. Ho parlato con lo staff, gli ho detto che l’anno precedente non ero mai riuscito a trovare la forma giusta: per diverse necessità ero dovuto comunque scendere in campo e per questo non facevo bene per la squadra e mi facevo male pure io”.

In che modo ti sei preparato per la nuova stagione?
“In quei giorni ho parlato molto con l’allenatore e con lo staff. Potevo provare a raggiungere la migliore condizione fisica giocando tutte le amichevoli, ma per una settimana abbiamo scelto insieme di fermarci. Non è stato un infortunio, ma con le doppie sedute ogni giorno, conoscendo bene il mio corpo, ho chiesto di poter recuperare un po’ di più, non giocare qualche amichevole e allenarmi da solo, perché avevo sentito dei crampi. Sono consapevole che in quei giorni durante le amichevoli ti guadagni un posto e sapevo che non giocando rischiavo di perdere un’opportunità. Ma ho preferito non rischiare di farmi male subito, per evitare di stare fuori durante le partite importanti. L’allenatore ha accettato, mi ha detto “allenati bene in questi giorni perché per la prima partita devi stare bene”. Il mister mi ha fatto giocare per pochi minuti, per poter riprendere con calma la condizione giusta. E ora il mio fisico inizia a sentirsi lo stesso di prima”.

Oltre a questo lavoro fisico, a livello tattico cosa ti ha richiesto Fonseca?
“Tanto, soprattutto i primi mesi. Abbiamo lavorato su diversi aspetti. Vuole che un centrocampista punti sempre la porta avversaria e che non sia rivolto verso la nostra area. Ho dovuto concentrarmi molto in allenamento, perché io ero abituato a stare spalle alla porta, per fare uno-due con i compagni. Il mister, però, vuole che giochiamo in avanti, facendo un continuo cambio gioco da destra a sinistra. Ma la cosa più importante è la fiducia che ci dà il tecnico e il modo in cui ci parla. Io ho avuto diversi allenatori e ho appreso tanto da tutti: posso dire che questo staff tecnico ha un'enorme voglia di fare e bene e di vincere. Sono tutti ragazzi giovani, hanno tante convinzioni importanti e ce le trasmettono. Per una squadra come la Roma che vuole puntare in alto tutto questo è fondamentale”.

E sei riuscito a trasformare i fischi in applausi con le ultime prestazioni. Quanto è stato difficile sentire che non avevi la fiducia del pubblico?
“I fischi li ho presi in tutte le squadre in cui ho giocato, così come gli applausi. È per il mio stile di gioco. Se sto bene riesco a dare il meglio, ma se fisicamente non ci sono non riesco a dare il massimo. A volte se non hai la forza di correre indietro ti tieni per fare una corsa buona in avanti. E tutto questo lo spettatore lo nota. Io a volte apprezzo più i fischi. Quando le cose vanno bene è evidente, ma quando vanno male hai bisogno di una reazione del pubblico. Sono cose che personalmente mi danno qualcosa in più, mi dico “ok, forse è meglio che vado due ore prima all’allenamento”. Lo ha visto la gente che non stavo bene e lo vedevano anche mia moglie e mia mamma. La mia famiglia si è preoccupata tanto, si rendevano conto che qualcosa non andava, venivano qui tutti i mesi facendomi delle domande sulle mie condizioni. E se riuscivano a rendersene conto loro, figuriamoci i tifosi che sono tutte le domeniche allo stadio. Queste sono cose che ti fanno riflettere. Alla fine questa rappresenta una passione per noi, ma è anche un lavoro e dobbiamo rispettare la gente che ci segue per la professione che pratichiamo”.

Forse c’è l’imbarazzo della scelta tra tutti quelli con cui hai giocato: ma qual è il calciatore con cui ti sei trovato meglio?
“Ce ne sono stati tanti. L’attaccante più forte con cui ho giocato è Cavani, perché va a genio con le mie qualità. A me piace fare assist per i gol e ho avuto un buon feeling con tanti compagni di squadra, ma con lui più di tutti: è devastante come punta. E poi non posso non citare Ibrahimovic. Se includiamo tutti gli aspetti, tra cui la mentalità, la professionalità, è incredibile: è il giocatore che mi ha ispirato di più a migliorare. Se lo guardi in allenamento impari. Ci sono ancora in contatto, sono molto legato a lui, è uno dei migliori compagni di squadra che abbia mai avuto”.

Sei andato a Parigi a 22 anni, quanto ti ha aiutato a crescere quell'esperienza?
“Tanto. Il primo anno è stato un po’ difficile, per la lingua e la cultura diversa, ero giovane, più chiuso e molto timido. Parlavo meno con i compagni e con la gente, non mi relazionavo bene con loro. Ero davvero un ragazzino. Mi ero demoralizzato, dentro di me pensavo “non riuscirò mai a imparare il francese, non riesco a capirlo”. Era tutta una questione di testa. Dal secondo anno mi sono messo sotto, ho messo la timidezza da una parte e ho iniziato a parlare: parlavo male ma non me ne importava niente, l’importante era farmi capire. Da quel momento sono riuscito a entrare in contatto con in compagni e con la città, anche assieme a mia moglie. Ho capito che Parigi è un posto magico. Lì sono diventato un uomo e ci è nata mia figlia: ero un ragazzino e sono diventato un padre”.

Qual è il tuo gol a cui sei più legato?
“Quello che ho fatto in Champions contro il Chelsea, con il PSG. Sono entrato a cinque minuti dalla fine della partita e da un’azione così è uscito un gran col che nessuno si aspettava. È uno dei più belli”.

Quanto è cambiato il calcio rispetto a quando sei arrivato in Italia?
“Oggi si difende tutti insieme e si attacca tutti insieme. Dieci anni fa era diverso. Quando sono arrivato, però, ero giovane e pensavo solo a divertirmi”.

Oggi per un giovane è più facile o più difficile fare carriera?
“Posso parlare per quello che ho vissuto io, ma per me è più difficile. Penso anche alle relazioni che ho con i giovani in argentina. Oggi si pensano solo ai soldi. Ci sono tante famiglie o ragazzini che pensano a giocare per fare i soldi e basta, anche nelle basse categorie. Non dico che io non ne abbia fatti in carriera, ma non può essere quello il primo motivo. Così si lasciano la passione e il calcio da parte. Quando fai così arrivare in alto è più difficile. Una cosa devi farla perché la ami. I soldi arrivano dopo. Non puoi pensare al denaro prima di arrivare in Serie A. Oggi a tanti ragazzini vengono date certe cose prima di guadagnarsele”.

Che consigli daresti a un giovane?
“Giocare con passione a calcio, dare tutto. Imparare da ogni allenamento, questa è la base. Il resto arriva da solo. Serve la testa e anche un po’ di fortuna. Poi le cose arrivano”.

Qual è il consiglio più importante che hai ricevuto in carriera?
“Io ho tante persone che mi hanno aiutato. Il mio agente per primo, Simonian, sto con lui da 16 anni e mi ha sempre detto di concentrarmi solo a giocare. Una delle tante cose che mi ha insegnato. Poi calcisticamente mi ha toccato tanto Walter Sabatini, la persona che mi ha portato in Europa. Lui mi dava tanti consigli quando lavoravamo insieme a Palermo, parlavamo praticamente ogni giorno”.

Cosa ti diceva?
“Mi parlava di tutto, di vita e di calcio. Ero come un figlio. Arrivato a Palermo non riuscivo a fare nulla, nemmeno in allenamento. Mi chiamava nel suo ufficio a rivedere la partita giocata la domenica. Facevano quaranta gradi in quell’ufficio e io volevo andare in spiaggia. Lui mi teneva lì a rivedere il match e mi diceva “riguardatelo tre volte e poi mi dici cosa hai notato”. Andava via e faceva le sue cose, dopo il novantesimo tornava e mi diceva “ok, cosa hai notato?”. E io rispondevo: “Direttore, ho fatto qualche giocata buona”. E lui ribatteva “no, qua hai alzato un braccio contro un compagno perché non ti ha passato la palla, qui non hai corso dieci metri indietro”. Mi segnalava una serie di cose che uno non vede a 19 anni. E lui me le ha fatte notare tutte. Sono stati dettagli importanti dentro e fuori dal campo. Calcisticamente mi ha aiutato tanto”.

Quanto ti hanno fatto crescere gli anni al Palermo?
“Moltissimo. Oltre al rapporto con Sabatini, Delio Rossi mi ha insegnato dei movimenti in un mese che nessuno mi aveva mai detto in tutta la mia carriera. Facevamo un lavoro individuale, io e lui da soli al termine dell’allenamento. Pensavo che non mi servisse a niente, ma mi disse “per un po’ non giochi titolare e vai in panchina, quando finisci un mese di tattica con me ti rimetto in campo”. Fu di parola: dopo trenta giorni mi schierò titolare, ero un altro giocatore”.

Chi è Javier Pastore fuori dal campo?
“Un ragazzo, anzi un vecchietto (ride, ndr), normale. Mi piace stare a casa con la famiglia, voglio vivere tranquillo”.

Qual è il tuo hobby preferito?
“Ora passare tempo con la mia famiglia. Quando ero giovane giocavo ai videogames. Adesso se ho un giorno libero magari gioco a volley. Mi piace tanto il cinema, con mia moglie ci andiamo tanto. In Francia non era semplice vederli in un’altra lingua quando avevamo un giorno libero venivamo a Roma con mia moglie per vedercene uno e tornavamo la mattina presto. Da quando sono qui è tutto più semplice”.

Cosa vedi nel tuo futuro quando smetterai fra tanti anni?
“Ora penso di farmi altri anni calcisticamente belli e poi ci penserò. Il calcio è la mia vita, farò sicuramente qualcosa in questo mondo. Ma ora ancora non lo so, la vita può cambiare da un giorno all’altro. Io sono argentino, mia moglie italiana, i miei figli sono nati in Francia. Chissà dove vivrò un giorno. Sceglieranno loro, sicuramente. Prima penso alla famiglia”.

Qual è l’obiettivo di questa stagione?
“Essere sempre a disposizione dell’allenatore, in ogni momento. Per novanta o dieci minuti. Voglio stare bene fisicamente e portare la Roma più in alto possibile. Il calcio è un gioco di squadra e se la Roma finisce in alto è perché tutta la squadra ha fatto bene, non solo un giocatore”.

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ESCLUSIVA – Simplicio: “Pastore alla Totti, in quel ruolo ha cambiato la Roma”

L'ex centrocampista della Roma Fabio Simplicio è intervenuto in esclusiva a Retesport. 

Sull'ottima condizione di Javier Pastore, suo ex compagno di squadra al Palermo.
"Javier deve giocare trequartista, deve giocare nello stesso ruolo di Totti per fare il fantasista. Pastore può fare la differenza, ma solo se è libero dalle coperture e solamente se può inventare calcio".

Pastore può giocare ancora a questi livelli?
"Sì, ha avuto delle difficoltà nel reinserirsi nel calcio italiano ma ora sta tornando. Adesso riuscirà sicuramente a fare meglio e a mostrare le sue qualità. Da quando ha cominciato a giocare come sa fare la Roma ha fatto un salto di qualità e in classifica". 

La Roma impegnata in campionato e in Europa League.
"Per lo scudetto è complicato, perché c'è la Juventus, ma sicuramente può fare tanto bene in campionato e in Europa". 

Le piace questa Roma?
"Sì, assolutamente. Devo solo ringraziare la Roma e i tifosi. È stato un onore indossare questa maglia.. È arrivato il momento di costruire una squadra che possa vincere i trofei".

Qualche giocatore da Roma che milita in brasile?
"Bruno Henrique del Flamengo sta facendo tanto bene, è una delle promesse del calcio brasiliano".

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Zaniolo: “Non indosserei mai la maglia numero 10. E’ e resta di capitan Totti”

Momento d'oro per Nicolò Zaniolo. Il gioiello giallorosso è protagonista anche di una lunga intervista al sito ufficiale della UEFA. Queste le sue parole:

Chi sono stati i tuoi idoli calcistici e perché?
I miei idoli calcistici sono sempre stati Kakà e Ronaldinho: a Kakà mi ispiro come modo di giocare e abbiamo più o meno la stessa posizione in campo, le sue qualità erano immense…Ronaldinho mi divertivo a vederlo giocare durante le partite, che guardavo soprattutto per lui!

Se succedesse a un ragazzo quello che è successo a te, di essere scartato per motivi tecnici, che consiglio ti sentiresti di dargli?
Il principale consiglio che posso dare è quello di non mollare mai e credere sempre nei propri sogni. Spesso si dice che se si chiude una porta, si apre un portone. Ma l’importante è non smettere mai di credere ai propri sogni e continuare finché non si riesce a realizzarli. Ma se non si riuscisse a realizzarli, la cosa più importante è aver dato tutto…

Ricordi ancora il giorno del tuo esordio alla Roma?
Me lo ricordo benissimo. La mattina il mister [Eusebio] Di Francesco mi chiamò e mi disse se ero pronto a giocare la partita contro il Real Madrid: incredulo, gli risposi “Certo, mister”. Ma ero ancora inconsapevole di quello cui stavo andando incontro. La riunione fu alle 11 di mattina, ma si giocò alle 21 e rimasi tutto il giorno a guardare il soffitto, dopo aver chiamato i miei genitori per chiedere conforto perché alla fine provavo comunque una grandissima emozione. Ma arrivato in campo non ho più fatto caso alle cose esterne, ho pensato solo a divertirmi e a giocare. Alla fine se ero lì l’allenatore aveva visto qualcosa in me e devo dire che non è andata così male.

Quella Champions League, malgrado l’eliminazione della Roma agli ottavi, ha contributo a consacrarti: esordio al Bernabéu, doppietta al Porto all’Olimpico…
Contro il Porto ci giocavamo i quarti di finale, era qualcosa di nuovo per me, non avevo mai fatto una partita del genere, le emozioni erano tante. Ho cercato di dare il massimo, il meglio per la squadra. Per fortuna sono riuscito a fare una doppietta, ma non direi che sono affermato per questo: devo continuare così, lavorare in campo per affermarmi in futuro. Mi sento un giocatore che può dare tanto ma che deve ancora migliorare tanto.

Ti capita di rivedere quella partita, ripensare al boato dell’Olimpico dopo i tuoi gol? Le notti europee a Roma sono speciali…
Certo! Quella sera non la dimenticherò mai per tutta la mia vita, le serate di UEFA Champions League – ma anche quelle di UEFA Europa League quest’anno – sono emozioni che non mi toglierò mai dalla testa! Ma devo essere bravo a non sedermi su quello e a continuare a farne altre, a giocare ancora bene per questa maglia per toglierci delle soddisfazioni tutti insieme.

La Roma è cambiata molto questa estate: secondo te quali sono le ambizioni della squadra, sia in campionato sia in Europa?
La Roma quest’anno è cambiata molto, ma penso sia cambiata in positivo perché siamo un gruppo giovane con al fianco giocatori più esperti e forti, che aiutano i più giovani. E’ il giusto mix per fare una grande annata. Ce ne sono tutti i presupposti, adesso tocca a noi giocare bene per risollevare la Roma e portarla nei posti in cui merita.

Si spendono per te paragoni importanti, a Roma ha da poco smesso di giocare un simbolo come Francesco Totti. Che ne pensi di lui, che effetto di fa essere accostato a lui?
Riguardo Francesco, penso che per qualsiasi giovane essere accostato – o solo avvicinato – a lui sia una grandissima emozione. Però devo dire che io sono Nicolò Zaniolo, devo migliorare e tanto: di Totti ce n’è uno…Io devo continuare su questa strada.

Se un giorno la Roma ti proponesse di indossare la maglia numero 10, accetteresti?
No, non ci penserei neanche. Terrei la mia, è una forma di rispetto verso il capitano. Non proverei nemmeno a dire di sì.

La Roma non vince da tanto: secondo te questa può essere la stagione giusta?
Sì, penso che possa esserlo. Dipende tutto da noi, da come approcciamo le partite, da come ci alleniamo giorno dopo giorno. Le vittorie si costruiscono non in un giorno, ma in anni. Credo però che abbiamo tutto per poter dire la nostra, spetta soltanto a noi.