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Chi l’ha visto?, stasera mercoledì 4 marzo: la morte di Gessica Disertore

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Stasera, mercoledì 4 marzo, torna 'Chi l'ha visto?' in onda alle 21.20 su Rai 3. Federica Sciarelli tratterà il caso di Gessica Disertore, la giovane lavorava come chef su una nave da crociera ed era felice di questa esperienza. Ma i genitori ricevono una telefonata con la notizia che si è suicidata. Per i familiari non è possibile e si oppongono alla richiesta di archiviazione. Si scopre che Gessica ha ingerito una quantità di fentanyl tale che sarebbe rimasta sedata e senza forze. Se non aveva la possibilità di muoversi, che cosa c’è dietro la sua morte? E poi Garlasco: ogni consulente presenta la sua relazione e viene riscritta la scena del crimine. Ma una cosa è certa: nei primi giorni la mamma di Chiara Poggi si schiera dalla parte di Alberto Stasi, consola lui e sua madre per telefono. E poi? Cosa succede? Perché smette di difenderlo?  Infine il caso dell’agente Cinturrino e dell’omicidio di Rogoredo: 'Chi l’ha visto?' ha mandato in onda un audio che precede le immagini dell’assistente capo che prende i soldi dalla cover del cellulare di un ragazzo tunisino fermato. E in tanti telespettatori hanno sentito la parola “droga”. Il video e l’audio ripulito sarà trasmesso dalla trasmissione. Chi ha detto: “Mettila da parte”? E a cosa si riferiva? 
—spettacoliwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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Giornata contro l’obesità, in Italia ne soffrono 6 milioni di adulti

(Adnkronos) – Oggi, 4 marzo, è il World Obesity Day, la giornata contro l'obesità, una delle principali emergenze di sanità pubblica a livello globale e nazionale. Come segno concreto di vicinanza ai pazienti con obesità e di impegno nella lotta allo stigma che ancora oggi colpisce chi convive con la patologia, i palazzi delle istituzioni si illumineranno di blu. È l'iniziativa promossa da Amici Obesi in adesione alla campagna globale della World Obesity Federation.   L'obesità rappresenta una delle principali emergenze di sanità pubblica a livello globale e nazionale, ricorda l'associazione in una nota. In Italia si stimano circa 6 milioni di adulti con obesità (pari a circa l'11-12% della popolazione adulta), una malattia che richiede un approccio integrato, continuità di cura e politiche sanitarie capaci di garantire percorsi di cura adeguati. 
Il 17% dei pazienti seguiti dai Servizi di Salute mentale soffre di obesità, contro il 10% della popolazione generale italiana. E il divario è ancora più marcato nei giovani dai 18 ai 34 anni: 13,7% vs 5,5%, un dato quasi triplo. Sono i risultati preliminari della prima indagine sistematica sul rischio di obesità fra le persone con problemi di salute mentale, condotta dalla Società italiana di neuropsicofarmacologia – Sinpf coinvolgendo circa 2mila utenti dei Servizi di Salute mentale in diverse regioni (Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Liguria, Piemonte, Toscana e Puglia) e confrontando i numeri raccolti con quelli della popolazione generale rilevati dall'Istituto superiore di sanità (Passi 2023-24). I dati – presentati al Congresso nazionale della Sinpf che si è svolto a fine gennaio a Milano – vengono resi noti oggi in vista della Giornata mondiale dell'obesità in calendario il 4 marzo. La ricerca è in corso e intende approfondire anche altri aspetti del problema, "ma se il dato generale fosse esteso all'intera platea nazionale – calcola la società scientifica – si parlerebbe di oltre 150mila pazienti con obesità nei Servizi di Salute mentale, su circa 900mila. "L'obesità rappresenta una delle principali malattie croniche del nostro tempo e colpisce in modo particolarmente significativo le persone con disturbi mentali – spiegano Claudio Mencacci e Matteo Balestrieri, presidenti Sinpf – Numerosi studi dimostrano che chi vive con disturbi depressivi, bipolari o schizofrenia presenta un rischio doppio di sovrappeso e obesità rispetto alla popolazione generale. Questo spiega l'importanza di questa ricerca, che già in queste fasi preliminari traccia un quadro molto chiaro anche nel panorama italiano". Virginio Salvi, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell'Asst di Crema, che ha condotto l'indagine, precisa che "l'impatto non è solo metabolico. Nelle persone con disturbi mentali l'obesità contribuisce in modo rilevante all'aumento del rischio di malattie cardiovascolari e diabete, con una conseguente riduzione dell'aspettativa di vita. Si stima che chi soffre di gravi disturbi psichiatrici possa avere un'aspettativa di vita ridotta di 10-20 anni, anche per l'aumentata mortalità cardio e cerebrovascolare". Gli studi clinici indicano inoltre che l'obesità può incidere negativamente sul funzionamento mentale, peggiorando le funzioni cognitive e influenzando il decorso di alcuni disturbi. Le cause di questo legame fra obesità e disturbi mentali "sono molteplici – illustra Salvi – Se alcuni farmaci psicotropi possono favorire l'aumento di peso, un ruolo rilevante è giocato dalla sedentarietà, dalle difficoltà socioeconomiche che orientano verso alimentazioni meno salutari e dall'alimentazione disregolata in risposta a emozioni negative. A ciò si aggiunge una maggiore vulnerabilità genetica, che contribuisce alla più alta prevalenza di obesità anche tra adolescenti con disturbi psicotici e bipolari rispetto ai coetanei sani". Per gli esperti della Sinpf i dati della ricerca indicano già "con chiarezza la necessità di superare la frammentazione tra salute mentale e salute fisica. Le due dimensioni si influenzano reciprocamente e richiedono percorsi di cura integrati, capaci di affrontare la persona nella sua globalità".  "L'obesità non è una colpa, ma una malattia complessa e multifattoriale, eppure troppe persone continuano a subirne le conseguenze anche sul piano sociale, rinunciando spesso a prendersi cura della propria salute per vergogna, discriminazione o per la mancanza di adeguate tutele", afferma Iris Zani, presidente dell'associazione che in occasione della Giornata mondiale dell'obesità chiede "con forza" che "si renda pienamente operativa la legge" sull'obesità approvata il 1° ottobre 2025, "garantendo l'inserimento e l'aggiornamento delle prestazioni nei Lea, assicurando percorsi di presa in carico strutturati e omogenei su tutto il territorio nazionale e superando le profonde disuguaglianze regionali nell'accesso alle cure. Servono investimenti, formazione degli operatori sanitari, prevenzione e sensibilizzazione per una lotta concreta allo stigma", è l'appello di Amici Obesi. "Siamo felici di constatare che molte istituzioni hanno già risposto con entusiasmo, accogliendo il nostro invito – sottolinea Zani – La sera del 4 marzo speriamo di vedere il Paese illuminarsi, come segno concreto di attenzione e impegno istituzionale nei confronti dei pazienti con obesità".  Nelle intenzioni di Amici Obesi l'iniziativa vuole essere "un segnale forte che riconosce l'impegno distintivo dell'Italia nell'affrontare questa patologia, culminato con l'approvazione della prima legge nazionale dedicata all'obesità". Ma allo stesso tempo vuole ricordare a tutti che "tanto resta ancora da fare". L'associazione si dice "al fianco delle istituzioni per garantire il pieno riconoscimento dei diritti delle persone con obesità e promuovere un sistema sanitario inclusivo, in grado di supportarle senza giudizio lungo tutto il percorso di cura". 
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Stasera tutto è possibile, torna il comedy show con De Martino: oggi su Rai 2

(Adnkronos) – Stasera, mercoledì marzo, torna su Rai 2 alle 21.20 'Stasera tutto è possibile', il comedy show condotto da Stefano De Martino. Nel cast del programma, giunto alla dodicesima edizione, torneranno Francesco Paolantoni, Herbert Ballerina, Giovanni Esposito e, in alcune puntate, Biagio Izzo. Non mancheranno, poi, le imitazioni di Vincenzo De Lucia e si aggiungeranno, quest’anno, quelle di Claudio Lauretta, che inaugurerà la prima puntata con la sua imitazione di Gerry Scotti. Sette le puntate in programma, ognuna con un tema diverso, a cominciare da 'Step Back', tema della prima puntata. Come da tradizione, lo show andrà in onda dall’Auditorium Rai di Napoli, pronto ad accogliere, settimana dopo settimana, vecchi e nuovi amici di STEP: comici, attori e volti noti dello spettacolo e non solo, pronti a mettersi gioco e improvvisare nelle varie prove. Per il primo appuntamento, gli altri ospiti saranno: Lorella Cuccarini, Peppe Iodice, Brenda Lodigiani e Mariasole Pollio.  Immancabile, tra i giochi, l’icona del programma: La Stanza inclinata, con il suo pavimento inclinato di 22,5 gradi che mette alla prova improvvisazione ed equilibrio. Confermati anche i grandi 'classici', come Rubagallina, Segui il labiale e Rumori di mimo. E ci saranno, naturalmente, alcune novità e sorprese. Presenti, anche in questa nuova edizione, il dj Claudio Cannizzaro e il Panda, mascotte del programma.  
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Lazio-Atalanta: orario, probabili formazioni e dove vederla in tv (in chiaro)

(Adnkronos) – La Lazio ospita l'Atalanta nella semifinale di Coppa Italia. Oggi, mercoledì 4 marzo, i biancocelesti sfidano la Dea – in diretta tv, in chiaro, e in streaming – nell'andata del penultimo atto della coppa nazionale. La squadra di Sarri è reduce dalla sconfitta per 2-0 rimediata nella trasferta contro il Torino, mentre quella di Palladino è stata battuta al Mapei Stadium 2-1 dal Sassuolo.  L'andata della semifinale di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta è in programma oggi, mercoledì 4 marzo, alle ore 21. Ecco le probabili formazioni: 
Lazio (4-3-3): Provedel; Marusic, Provstgaard, Romagnoli, Tavares; Belahyane, Cataldi, Taylor; Isaksen, Dia, Zaccagni. All. Sarri 
Atalanta (3-4-2-1): Carnesecchi; Scalvini, Djimsiti, Kolasinac; Zappacosta, Ederson, De Roon, Zalewski; Sulemana, Pasalic; Scamacca. All. Palladino  Lazio-Atalanta sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva, in chiaro, su Italia 1. La partita sarà disponibile anche in streaming sulla piattaforma di Mediaset Infinity e sul sito web di SportMediaset.  
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Bimbo trapiantato morto a Napoli, oggi i funerali di Domenico

(Adnkronos) – Si terranno oggi alle 15 nel Duomo di Nola i funerali di Domenico, il bimbo morto all'ospedale Monaldi di Napoli dopo il trapianto di un cuore danneggiato. Il piccolo è deceduto lo scorso 21 febbraio ma la salma è stata liberata solo ieri sera, dopo l'autopsia. 
Il bambino, di 2 anni e 3 mesi, era stato operato lo scorso 23 dicembre, ma a causa dello stato dell'organo impiantato le sue condizioni si erano progressivamente aggravate. Era rimasto per sessanta giorni in coma farmacologico. Il team di esperti aveva escluso il 14 febbraio la possibilità di un secondo trapianto. Sul caso già l'11 febbraio la Procura di Napoli aveva aperto un'inchiesta sulla vicenda, arrivando a indagare sei persone per il reato di lesioni colpose. Secondo la ricostruzione, il cuore donato da un paziente di Bolzano sarebbe arrivato a Napoli ormai già danneggiato irrimediabilmente: per questo erano stati sospesi dal servizio due medici dell'equipe che ha effettuato il trapianto e la direttrice del reparto di cardiochirurgia e trapianti. Il cuore trapiantato al piccolo avrebbe viaggiato da Bolzano a Napoli in un contenitore di plastica "comune", a cui era stato applicato ghiaccio secco. Secondo una prima ipotesi, il problema non sarebbe tanto l'utilizzo di un contenitore in plastica al posto di un box tecnologico, bensì l'applicazione di ghiaccio secco (che raggiunge temperature di -80 gradi) al posto del ghiaccio classico (-4 gradi). Le temperature nettamente più basse potrebbero aver causato lesioni al cuore. "Non dobbiamo dimenticare Domenico". Sono queste le parole della mamma Patrizia lo scorso 21 febbraio, a poche ore dalla morte del piccolo Domenico. "Adesso è arrivato il momento della giustizia. Domenico se n'è andato, è diventato un angioletto”, ha aggiunto mamma Patrizia. "C’è stata un’apertura grande sul dibattimento, non è stato il solito incidente probatorio, sono stati dati 120 giorni a partire da oggi ai periti per sviluppare la loro relazione, il rinvio va all'11 settembre 2026", ha spiegato ieri l'avvocato della famiglia di Domenico, Francesco Petruzzi. 
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Attacco all’Iran, cosa succede alle bollette del gas degli italiani: come tutelarsi

(Adnkronos) – Con l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz, il rischio di una nuova crisi energetica si affaccia alle porte dell’Europa. A pochi giorni dal suo inizio, i mercati europei stanno già pagando il prezzo del nuovo conflitto, che si misura con il TTF, l’indice del prezzo di riferimento per il gas naturale nel mercato europeo. Che impatto avrà il quadro prospettato sulle bollette degli italiani? A fare il punto sui possibili scenari è l'Osservatorio di Switcho. "Nel breve periodo – dichiara Redi Vyshka, coo e co-founder di Switcho – chi ha un'offerta a prezzo bloccato non vedrà variazioni in bolletta, almeno fino alla scadenza del proprio contratto. Se i prezzi manterranno questi picchi o continueranno ad aumentare nel corso del tempo, saranno invece gli utenti con un'offerta a prezzo variabile a subire rincari, potenzialmente già nelle prossime bollette". Ad ogni modo, secondo l’Osservatorio la fine dell'inverno gioca sicuramente a favore degli italiani: il rincaro dei prezzi giunge infatti in una fase di calo della domanda energetica per il riscaldamento domestico. Se tali aumenti si fossero verificati prima dell'inverno, infatti, l'impatto sulle famiglie sarebbe stato ben più gravoso. L'arrivo della bella stagione, invece, agisce da "cuscinetto" naturale, attutendo l'impennata dei prezzi sulle tasche dell'utente finale. In questo contesto, l’Osservatorio di Switcho delinea anche possibili evoluzioni nel medio-lungo termine, in caso i rialzi di prezzo si protraggano nei prossimi mesi. "I fornitori – continua Vyshka – potrebbero ridurre la disponibilità delle offerte a prezzo fisso o aumentarne le tariffe, rendendole inaccessibili. E' ciò che è accaduto con la crisi energetica dovuta al conflitto russo-ucraino: per sostenere i costi della materia prima, in quegli anni hanno dovuto fissare le tariffe a prezzi altissimi, spostando di fatto la scelta degli utenti verso le offerte a prezzo variabile. Dopo due anni di stabilità e di ritorno al prezzo fisso, è possibile che nei prossimi mesi si ripresenti lo stesso scenario: i fornitori potrebbero puntare sulle offerte a prezzo variabile per tutelarsi dalle oscillazioni del mercato, trasferendo però il rischio sui consumatori".   In questo clima di incertezza, come muoversi? Il consiglio generale è di non farsi prendere dal panico, ma in questi giorni potrebbe essere utile valutare offerte a prezzo fisso, prima che i fornitori ritirino le proposte più competitive a favore di tariffe più elevate. La cautela è ancora più necessaria: per evitare stangate, è importante analizzare accuratamente la propria situazione di partenza, affidandosi a comparatori che conducano il confronto in modo trasparente. 
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Quante ore bisogna dormire? La ‘formula’ giusta per proteggersi dal rischio diabete

(Adnkronos) –
Il sonno è una medicina che previene il rischio di diabete. Bisogna dormire a sufficienza per garantire benefici all'organismo. Ma, allo stesso tempo, non si deve eccedere nel senso opposto: chi ama abbandonarsi fra le braccia di Morfeo, occhio a esagerare nel weekend. Sono le indicazioni che emergono da un ampio studio osservazionale che ha valutato quale potesse essere la soluzione ideale per scongiurare il rischio di insulino-resistenza, precursore della malattia del sangue dolce.  Secondo il lavoro pubblicato sulla rivista open access 'Bmj Open Diabetes Research & Care', è identificabile una durata ottimale del sonno. E chi, oltre a essere già sopra questa soglia nei giorni feriali, in quelli festivi si dedica a un ulteriore recupero di ore di riposo sembra essere esposto a un rischio maggiore di alterazione del metabolismo del glucosio. Ricerche precedenti avevano già dimostrato una forte associazione fra quanto si dorme ogni notte e il rischio di insulino-resistenza, diabete e disturbi metabolici correlati, anche se non era invece del tutto chiaro il ruolo che potesse avere, se presente, il recupero del riposo nel fine settimana. Lo studio ha considerato come parametro il tasso stimato di smaltimento del glucosio (eGdr), considerato un surrogato affidabile per la resistenza all'insulina. Più è basso (ad esempio, inferiore a 6-7 mg/kg/min), maggiore è il rischio di resistenza all'insulina; più è alto (ad esempio, superiore a 10 mg/kg/min) e minore è il rischio. Obiettivo degli autori era indagare l'associazione tra la durata del sonno nei giorni feriali e l'eGdr e poi qualsiasi effetto moderatore esercitato eventualmente dal recupero del sonno nel fine settimana, al fine di informare la pratica clinica delle persone con diabete.  Nella loro analisi hanno incluso 23.475 persone di età compresa tra 20 e 80 anni, i cui dati provengono da una serie di indagini del National Health and Nutrition Examination Survey (Nhanes) condotte tra il 2009 e il 2023: fra questi, 10.817 avevano dati disponibili anche sulla durata del sonno nel fine settimana (classificato come nessun recupero; fino a 1 ora; da 1 a 2; e più di 2). L'eGdr è stato calcolato utilizzando una formula che tiene conto della circonferenza della vita, della glicemia a digiuno e della pressione sanguigna e il valore medio era 8,23 tra i partecipanti, i quali nei giorni feriali dormivano in media 7 ore e 30 minuti. Poco più del 48% ha riferito di recuperare sonno nel fine settimana. Chi aveva informazioni al riguardo nella scheda, dormiva in media 8 ore nel weekend.  Lo studio ha rivelato una curva a U invertita tra la durata del sonno e l'eGdr. Risultato? La durata ottimale del sonno è 7 ore e 18 minuti. Al di sotto di questa soglia, dormire di più era associato a un eGdr più elevato (rischio minore); al di sopra della soglia, invece, dormire di più durante la notte era associato a un eGdr più basso (rischio maggiore), in particolare tra le donne e tra persone di 40-59 anni. Ulteriori analisi statistiche hanno dimostrato che per coloro che dormono meno della soglia ottimale durante la settimana, 1-2 ore di sonno di recupero nel fine settimana – rispetto a nessuna – erano associate a un eGdr più elevato (quindi rischio minore). Ma per chi già dormiva di più nei giorni feriali, aggiungere più di 2 ore di sonno di recupero nel fine settimana è stato associato a un eGdr inferiore (rischio maggiore), dopo aver tenuto conto di fattori potenzialmente influenti, come stile di vita, etnia, stato civile e livello di istruzione. In sostanza, se si dorme a sufficienza nei giorni di lavoro o di scuola, non bisogna esagerare con la sveglia ritardata nel weekend: l'eccesso di sonno non è salutare. "E' importante sottolineare che sembra esserci una relazione bidirezionale tra sonno e metabolismo", evidenziano i ricercatori. E si può creare "un potenziale circolo vizioso, in cui la disregolazione metabolica interrompe i normali schemi del sonno e il sonno anomalo che ne risulta (inclusa la sua durata prolungata) aggrava ulteriormente la salute metabolica". Gli autori ricordano che si tratta di uno studio osservazionale e, in quanto tale, non è possibile trarre conclusioni definitive su causa ed effetto. Ma i risultati suggeriscono "che i modelli di sonno, in particolare il sonno di recupero del fine settimana, potrebbero essere rilevanti per la regolazione metabolica nel diabete e potrebbero fornire spunti di riflessione per gli operatori sanitari nella gestione dell'assistenza ai pazienti". 
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Guerra Iran, entro una settimana Paesi Golfo senza ‘rete antimissile’: lo scenario

(Adnkronos) – L'Iran lancia ogni giorno una pioggia di missili su Israele e sui paesi del Golfo. La difesa dei cieli è affidata in buona parte agli Stati Uniti, costretti a fare gli straordinari per schermare un'area immensa. L'impegno è gravoso e lascia il segno sulle dotazioni degli americani e degli alleati. C'è il rischio che il muro mostri le prime crepe dopo pochi giorni di conflitto? Sì, secondo il Wall Street Journale. La quantità di intercettori 'made in Usa' di ultima generazione rimasti negli arsenali dei Paesi del Golfo e quella di missili e droni da attacco ancora disponibili all'Iran sarà decisiva per l’esito dello scontro e questo è il vero punto critico. E mentre cresce la pressione, anche l’Italia valuta l’invio di un sistema Samp-T negli Emirati Arabi Uniti o in Kuwait. Secondo il quotidiano americano, al ritmo attuale di utilizzo, il momento in cui i Paesi del Golfo termineranno le loro scorte "potrebbe arrivare molto presto". "Non più di un'altra settimana, probabilmente un paio di giorni al massimo", ha spiegato Fabian Hoffmann, esperto di missili all'Università di Oslo. L’altra variabile chiave è la capacità di Israele e Stati Uniti di distruggere missili e piattaforme di lancio iraniane prima che vengano impiegati. Teheran, secondo stime occidentali, disponeva all’inizio dell’attacco Usa-Israele di oltre duemila missili in grado di colpire i Paesi del Golfo. Il quadro allarmante non viene giudicato attendibile da Donald Trump. Il presidente americano ha assicurato su Truth Social di avere "illimitati armamenti di fascia medio-alta", definiti "roba brutale" e ha bollato l'articolo del Wall Street Journal come "sbagliato" e "una vergogna". "L'Iran sta rapidamente esaurendo i suoi missili", ha ribattuto il numero 1 della Casa Bianca. 
I numeri degli attacchi sono già significativi: gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di essere stati bersaglio, tra sabato e lunedì sera, di 174 missili balistici iraniani, 8 missili da crociera e 689 droni. Tuttavia, grazie ai radar avanzati e agli intercettori americani, nessun missile ha colpito il territorio e solo 44 droni sono andati a segno. Il Bahrain ha denunciato l’arrivo di 70 missili balistici. L'ambasciata americana in Kuwait e il principale sito per l'estrazione di Gnl del Qatar sono stati colpiti dai droni iraniani.   
Ogni missile balistico in arrivo richiede in genere due o tre intercettori – come quelli dei sistemi Patriot o Thaad – per essere neutralizzato. L'Iran aveva nei suoi arsenali al momento dell'inizio dell'attacco Usa Israele, secondo le stime occidentali. più di duemila missili in grado di arrivare nei Paesi del Golfo. Gli Emirati avrebbero ordinato, secondo Hoffman, meno di mille intercettori, il Kuwait circa 500 e il Bahrain meno di cento. A rafforzare la difesa contribuiscono anche le batterie americane schierate nell’area, ma anche il Pentagono starebbe riducendo le proprie scorte di missili Patriot, anche a causa delle forniture all’Ucraina. La Lockheed Martin lo scorso anno ha prodotto 620 missili Pac-3 Mse e intende aumentare la sua produzione a 2.000 l'anno nel giro di sette anni. Il costo elevatissimo degli intercettori – milioni di dollari ciascuno – rende inoltre insostenibile il loro utilizzo contro droni a basso costo come gli Shahed iraniani. Questo potrebbe portare a un cambio di tattica: più droni che riescono a superare le difese, più attacchi diretti e una crescente vulnerabilità per Paesi che negli ultimi anni avevano costruito un’immagine di stabilità, attirando investimenti, turismo ed expat e investimenti.  A differenza dell’Ucraina, i Paesi del Golfo non hanno sviluppato un sistema di difesa aerea multilivello efficace anche contro i droni. E se le scorte dovessero davvero esaurirsi in pochi giorni, il conflitto potrebbe entrare in una fase ancora più imprevedibile. 
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Iran, drone Shahed ha già cambiato la guerra. L’Ucraina insegna la difesa, la lezione ai Paesi del Golfo

(Adnkronos) – A cambiare la modalità della guerra contemporanea? E' stato l'Iran. E lo ha fatto con il drone Shahed-136, che sta recitando un ruolo di primo piano nel conflitto con Israele e Stati Uniti. Il velivolo è un sistema a lungo raggio, economico e preciso quanto basta: qualità note da tempo, visto che si è rivelato determinante nella guerra in Ucraina. Nella prima fase Mosca ha iniziato a importarlo da Teheran e dall'autunno del 2022 a usarlo contro le città ucraine. Poi Vladimir Putin ha dato via libera all'investimento di due miliardi di dollari per l'apertura di un impianto in Russia per la produzione su licenza del Geran-2, come è stata chiamata la versione locale. Lo Shahed è stato fonte di 'ispirazione' anche per Kiev: l'Ucraina ha dovuto modellare la risposta e ha inventato il sistema di difesa aerea a strati che ora servirebbe ai Paesi del Golfo presi di mira dall'Iran.  
Determinante, lo Shahed (che in persiano significa 'testimone della fede' o 'martire') lo è in questi giorni anche nella regione del Golfo, dove per la prima volta gli Stati Uniti hanno impiegato su un teatro di guerra una copia del sistema, vale a dire il drone da attacco 'one way' Lucas (Low-cost Unmanned Combat Attack System), e dove l'impiego del drone iraniano contro Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bharein, sta esaurendo rapidamente – si stima che accadrà al massimo fra una settimana – gli arsenali di sofisticati, e molto cari, intercettori 'made in Usa' di questi Paesi.  Un singolo drone Lucas costa 35mila dollari mentre un missile da crociera Tomahawk ne costa 2,5 milioni. Le ricche petromonarchie non hanno sentito il bisogno, in questi ultimi anni in cui Kiev sviluppava e dispiegava sistemi di difesa aerea a buon mercato, di fare altrettanto. Da sabato mattina a lunedì sera, i droni iraniani lanciati contro i Paesi vicini sono stati più di mille, in attacchi in cui in larga misura erano impiegati singolarmente. Solo contro gli Emirati arabi uniti, 689, solo 44 hanno avuto un impatto a terra.  Lo Shaed-136, il modello di maggior successo di una filiera avviata dai Pasdaran verso la fine dell'ultimo decennio dimostra che l'innovazione tecnologica non procede in una sola direzione, da Paesi più avanzati a Paesi che lo sono meno. Piuttosto che le innovazioni arrivano da una varietà di fonti, spiegano Steve Feldestein e Dara Massicot in un paper appena pubblicato con Carnegie Endowement in cui sottolineano un altro aspetto innovativo del sistema iraniano. E' caduto il dogma della spesa senza controllo per lo sviluppo di sistemi d'arma. Anche un sistema economico può fare la differenza. L'efficienza dei costi è diventata un parametro importante nel momento in cui le armi non rimangono più chiuse negli arsenali, con il solo obiettivo di esercitare deterrenza, ma vengono usate ogni giorno. "La massa conta, i costi possono essere decisivi e una precisione 'abbastanza buona' può dare vantaggi significativi", riassumono i due analisti.  Per far quadrare i conti e ottimizzare i ridotti arsenali di intercettori, i Paesi del Golfo non useranno più i missili per contrastare i droni, ma solo contro i missili balistici iraniani, come era stata costretta a fare anche Israele verso la fine della 'Guerra dei 12 giorni' dello scorso giugno. "Ci sarà un cambio di tattiche. Gli intercettori saranno usati con maggiore giudizio e solo contro obiettivi di maggior valore, i missili balistici. Questo significa accettare i rischi e consentire essenzialmente a questi droni di penetrare. Questo avrà un effetto devastante sulla relativa calma e stabilità dei Paesi del Golfo che per anni hanno con questo attratto investimenti, turisti ed expat", ha spiegato Becca Wasser, analista al Center for a New American Security, nel 2022 nella commissione per la difesa nazionale strategica Usa, in una intervista al Wall Street Journal.  
Ma Teheran sta lanciando in questa guerra centinaia di droni, tanti quanti se non di più dei missili balistici, anche allo scopo di esaurire le difese aree dei Paesi contro cui combatte. Centinaia di droni a lungo raggio al giorno sono stati usati, e vengono tutt'ora usati, dalle forze russe contro le infrastrutture critiche dell'Ucraina, un metodo che Teheran ha appreso e sta usando in questi giorni, arrivando a colpire alberghi, aeroporti, il porto Jebel Ali negli Emirati arabi uniti, la raffineria di Ras Tanoura in Arabia saudita, e l'impianto di produzione di Gnl di Ras Laffan nel Qatar. E se per raggiungere Israele un drone dall'Iran impiegava ore, per i Paesi del Golfo sono necessari a un drone pochi minuti. Per le loro dimensioni ridotte, gli Shahed possono essere nascosti più facilmente di missili e droni. E le testate che portano, pur se di dimensioni ridotte rispetto ai vettori tradizionali, se sganciate contro obiettivi infiammabili come le infrastrutture dell'energia, possono comunque infliggere danni ingenti.  L'impiego massiccio dei droni da parte dell'Iran ha consentito l'"escalation orizzontale" del conflitto (la definizione è di Shashank Joshi, analista di difesa dell'Economist ) che Teheran ha esteso ai Paesi del Golfo, fino ad arrivare alla base della Raf di Akrotiri a Cipro. I Paesi della regione alleati agli Stati Uniti devono quindi iniziare ad apprendere da Kiev come dispiegare lo 'scudo' multitrato con cui l'Ucraina ha imparato a bloccare a costi contenuti gli sciami di droni, fino a 800, che le vengono scagliati contro, grazie ad aerei da combattimento, elicotteri, sistemi elettronici e armi di disturbo e falsificazione di segnali, cannoni e mitragliere anti aeree e altre capacità a basso costo. Perché anche l'Ucraina ha confermato la lezione. Gli Stati Uniti e la Russia non modello con i loro sistemi il teatro di guerra. I 58.272 eventi provocati da droni, con 32.769 vittime, del 2025, sono numeri destinati ad aumentare in modo significativo nei prossimi anni.  Lo Shahed-136 è lungo 3,5 metri e ha una apertura alare di 2,5 metri, un motore a combustione interna e può volare per oltre 2000 chilometri a velocità bassa. E' molto rumoroso. La sua traiettoria è predeterminata anche se di recente, in Ucraina, potrebbe essere stato guidato anche in remoto. Dotato di una testata esplosiva di soli 50 chili di un sistema di guida pre programmato basato su GPS, il drone può essere lanciato in sciami e indirizzato verso bersagli come centrali elettriche, depositi di munizioni, infrastrutture strategiche. Una volta individuato l’obiettivo, il drone vi si getta contro, causando danni significativi a un costo molto inferiore rispetto a un missile da crociera.  Il costo di produzione è stimato fra i 20mila e i 50mila dollari. E' stato impiegato per la prima volta nel giugno del 2021 contro la petroliera israeliana 'Mercer Street', nel Golfo dell'Oman provocando la morte di un rumeno e di un britannico. E' stato progettato dalla Shahed Aviation Industries Research Center, iraniana, che secondo gli Stati Uniti dipende dai Guardiani della rivoluzione. La linea di produzione di droni in Iran è iniziata nei primi anni 2000. A mettere in produzione sistemi dalle stesse caratteristiche, non sono stati solo Ucraina e Stati Uniti, ma anche aziende in China, France e Gran Bretagna. Secondo fonti ucraine citate da United24 Media, la Russia è in grado ora di produrre 200 Geran-2 al giorno e "nel prossimo futuro" potrà arrivare a mille. Con una testata di peso doppio rispetto ai primi modelli, una velocità che raddoppiata dai 170/200 km/l'ora a 500. E soprattutto, date le antenne e telecamere di cui sono dotati i nuovi modelli, di controllarne la traiettoria da remoto, con la possibilità di colpire anche obiettivi mobili. Le statistiche di Kiev indicano che nei soli tre mesi estivi dello scorso anno, sono stati lanciati 15.933 droni contro il Paese, solo a luglio 6.394, a giugno 5.412 e ad agosto 4.100. Come l'Europa, anche i Paesi del Golfo, possono ora andare a lezione dall'Ucraina.    
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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Iran, Trump: “Ha colpito paesi neutrali, ora combattono tutti”

(Adnkronos) – "L'Iran sta finendo i missili, ha colpito paesi neutrali ed è stata una sorpresa. E ora tutti questi paesi stanno combattendo duramente contro l'Iran". Donald Trump per la prima volta risponde alle domande sull'attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l'Iran. L'offensiva del 28 febbraio ha innescato un conflitto che si è rapidamente esteso in sostanza all'intero Golfo Persico. Teheran ha reagito con missili e droni che hanno colpito i paesi in cui si trovano le basi americane. "Hanno attaccato paesi che non erano coinvolti e questo descrive il livello di malvagità di questa gente. Ci sono paesi che si sono ritrovati sotto i missili all'improvviso. L'Iran ha attaccato il Qatar, l'Arabia Saudita, gli Emirati. Persino l'Oman, il mediatore dei colloqui", dice Trump alla Casa Bianca, nell'incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Tra una risposta e l'altra, il presidente degli Stati Uniti suggerisce l'idea di una sorta di coalizione già esistente. Non sono solo Stati Uniti e Israele, a leggere le parole di Trump, a fronteggiare l'Iran.  Ufficialmente, nessun paese ha comunicato passi formali. Il dialogo però è continuo. Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare, stanno valutando se intraprendere un'operazione militare per fermare il lancio di missili e di droni, afferma la testata americana Axios citando a condizione di anonimato due fonti ben informate. "Gli Emirati Arabi Uniti stanno valutando l'adozione di misure difensive attive contro l'Iran. Sebbene non sia stato coinvolto in alcun modo nella guerra, ha comunque subito il lancio di 800 missili", evidenzia una fonte vicina alle discussioni politiche degli Emirati. "Negli Emirati Arabi Uniti si ritiene che nessun Paese al mondo eviterebbe di valutare la propria posizione difensiva in tali circostanze", ha aggiunto la fonte. Su 'X' Anwar Gargash, consigliere per la politica estera del presidente degli Emirati Arabi Uniti, scrive che gli attacchi dell'Iran contro gli stati del Golfo "sono stati un errore di calcolo e hanno isolato l'Iran in un momento critico". Nel post Gargash sottolinea che "la vostra guerra non è contro i vostri vicini e questa escalation non fa che rafforzare la narrazione secondo cui l'Iran è la principale fonte di pericolo nella regione e che il suo programma missilistico è una fonte costante di instabilità". Il ministero della Difesa di Abu Dhabi rende noto che l'Iran ha lanciato 186 missili balistici contro gli Emirati Arabi Uniti: 172 sono stati intercettati, 13 sono caduti in mare e uno è atterrato sul territorio degli Emirati. Sono stati rilevati anche 812 droni, di cui 755 intercettati e 57 che hanno avuto un impatto sul territorio nazionale. Tre cittadini stranieri sono stati uccisi e circa 70 feriti.  "Gli Emirati Arabi Uniti si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio, i propri cittadini e residenti", afferma il ministero della Difesa.  Da Israele, a conferma delle parole di Trump, arriva l'indiscrezione secondo cui nei giorni scorsi il Qatar avrebbe già effettuato raid in Iran. A diffondere le news è il canale israeliano Channel 12, uno dei primi ad annunciare la morte dell'ayatollah Ali Khamenei, citando fonti occidentali ben informate a condizione di anonimato. Un alto funzionario israeliano, inoltre, dichiara all'emittente pubblica Kan che – secondo i vertici militari di Israele – presto anche l'Arabia Saudita attaccherà l'Iran.  Trump evidenzia che persino l'Oman, mediatore negli ultimi colloqui tra Washington e Teheran, è stato preso di mira. Dal sultanato arrivano, per ora, inviti a riprendere la via diplomatica: "Alle moltissime persone che ci hanno contattato dai quattro angoli del mondo: l'Oman apprezza il sostegno dimostrato nei confronti dei nostri sforzi per fermare la guerra", dice il ministro degli Esteri, Badr al-Busaidi. "Rafforzato da questa solidarietà, l'Oman ribadisce il suo appello per un cessate il fuoco immediato e per il ritorno a una diplomazia regionale responsabile. Ci sono vie d'uscita disponibili. Utilizziamole". 
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