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“L’alleanza Usa-Europa non tornerà mai più come prima. Ed è un bene”. Parla l’esperta

(Adnkronos) – L’alleanza transatlantica sta vivendo una trasformazione profonda. Dopo un anno di tensioni su difesa, commercio e tecnologia, il rapporto tra Stati Uniti ed Europa si trova oggi in una fase di riequilibrio che potrebbe ridefinire il ruolo del continente europeo nello scenario globale. Secondo Alina Polyakova, presidente e Ceo del Center for European Policy Analysis (Cepa), think tank di Washington specializzato in sicurezza euro-atlantica, la guerra in Iran ha momentaneamente congelato le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico. Ma sotto la superficie restano divergenze profonde. In questa intervista con l’Adnkronos – a margine della conferenza “Eu-Us Tech Agenda 2030” organizzata da Formiche alla Camera dei Deputati, alla quale hanno partecipato tra gli altri il viceministro Valentino Valentini e il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè – Polyakova analizza la nuova fase dei rapporti tra Washington e Bruxelles, il ruolo dei leader europei nei rapporti con Donald Trump e il futuro della cooperazione tecnologica tra Stati Uniti ed Europa. 
Qual è oggi il suo giudizio sul rapporto tra Stati Uniti e Unione europea? Le tensioni viste nell’ultimo anno si sono ridotte o il divario sta aumentando?
 Credo che in questo momento ci troviamo in una sorta di fase di stallo, soprattutto perché la guerra in Iran ha preso il centro della scena. È evidente che una parte significativa delle opinioni pubbliche europee non approva le operazioni statunitensi in Iran. Ma è ancora troppo presto per capire come evolverà la situazione, perché non sappiamo ancora come finirà questo conflitto. Se guardo all’ultimo anno, non è certo mancata la tensione. Ma se dovessi indicare due momenti simbolici, direi che sono stati i due discorsi alla Munich Security Conference: quello del vicepresidente americano JD Vance e, poche settimane fa, quello del segretario di Stato Marco Rubio. Io ero presente a entrambi e devo dire che è impressionante vedere quanto le cose siano cambiate. Il primo discorso fu percepito come uno shock da molti europei. Ma quando lo stesso messaggio è stato riproposto da Rubio quest’anno, è stato accolto con una standing ovation. Questo dimostra che nel frattempo è iniziato un processo di riequilibrio del rapporto transatlantico. Un riequilibrio che era necessario da molto tempo. 
Ma questo approccio non rischia di alienare gli alleati storici?
 Non c'è dubbio che questa “shock therapy” nei confronti dell’Europa può essere sgradevole, perché parliamo di un’alleanza profondissima. Ma allo stesso tempo era necessaria. Ora infatti l’Europa sta facendo di più sulla difesa e sta diventando più consapevole del proprio ruolo nel mondo. Detto questo, nell’ultimo anno abbiamo visto tensioni praticamente su tutti i dossier: sicurezza, difesa, politica estera, tecnologia, commercio. Oggi siamo in una fase di attesa: l’Europa ha bisogno di tempo per fare ciò che dice di voler fare, soprattutto su difesa e competitività economica. E gli Stati Uniti, nel frattempo, sono concentrati su altre priorità. 
Tra i governi europei sembra esserci una differenza di approccio verso Washington. Giorgia Meloni e Friedrich Merz sembrano cercare un dialogo più stretto con l’amministrazione Trump, mentre altri, come Macron o Sánchez, prendono le distanze. Visto con la prospettiva da Washington, chi parla a nome dell’Europa oggi?
 È una domanda fondamentale. Il Regno Unito alla fine ha fatto marcia indietro sulla questione dell’uso delle basi da parte degli Stati Uniti, ma la Spagna ha creato una frattura significativa. Se si guarda la questione dal punto di vista di Washington, il ragionamento è molto semplice: “Abbiamo sostenuto l’Europa per 80 anni, e quando ora abbiamo bisogno del vostro supporto voi ci dite di no”. Questo è qualcosa che molti decisori politici americani considerano inaccettabile. Quando alcuni leader europei parlano degli Stati Uniti come di un partner inaffidabile, questo ferisce profondamente a Washington. Perché la percezione americana è esattamente opposta: siamo stati noi a garantire la vostra sicurezza per decenni. Fortunatamente quella posizione non rappresenta tutta l’Europa, mi pare che nel suo estremismo il governo spagnolo faccia storia a sé. 
Se faccio a lei la classica domanda di Kissinger, "che numero devo fare per chiamare l'Europa?"
 Alcuni leader però stanno emergendo come interlocutori particolarmente efficaci per Donald Trump. Sicuramente Giorgia Meloni. Anche il presidente finlandese Alexander Stubb ha un rapporto molto diretto. E Friedrich Merz sembra riuscire a mantenere una relazione positiva con Washington. Ma la vera domanda è: cosa produce davvero una buona relazione personale tra leader? Guardiamo al rapporto tra Trump e Macron. È sempre stato positivo a livello personale, fin dal primo mandato. Ma cosa ha ottenuto concretamente la Francia da quel rapporto? Non vedo grossi risultati concreti. Ecco perché per i leader europei è una posizione molto complicata: devono mantenere buone relazioni con Washington mentre l’opinione pubblica europea è spesso sempre più critica verso gli Stati Uniti. Da questo punto di vista, penso che Meloni stia gestendo questo equilibrio meglio di chiunque altro: mantiene un buon rapporto con Trump, non isola l’Italia in Europa e conserva consenso interno. Sono tre obiettivi difficili da conciliare.  
Lei è a Roma per parlare della relazione transatlantica. La tendenza ad aprire fratture è destinata a consolidarsi? A parte Trump, è un approccio condiviso anche da altri del mondo politico americano contemporaneo?
 La realtà è che l’alleanza transatlantica non tornerà mai più com’era prima. E francamente penso che sia una buona cosa. Questo riequilibrio è doloroso, ma necessario. Non era sostenibile un modello in cui gli Stati Uniti pagavano per la sicurezza europea e l’Europa, in cambio, seguiva la linea americana senza avere grossa voce in capitolo. Gli europei stessi non erano più soddisfatti di questo schema. Nessun leader vuole dire alla propria opinione pubblica che deve semplicemente seguire Washington. Il problema è che l’Europa è rimasta a lungo “addormentata”. Barack Obama aveva già detto chiaramente, in modo più diplomatico, che l’era della priorità europea per gli Stati Uniti stava finendo e che Washington avrebbe spostato l’attenzione verso l’Indo-Pacifico. Ma non è cambiato quasi nulla. Neanche dopo l’invasione russa dell’Ucraina abbiamo visto una vera trasformazione. Il vero cambiamento è arrivato solo dopo la rielezione di Trump.  Nonostante tutte le difficoltà, io sono in realtà molto ottimista sul futuro dell’Europa. Questo è un momento di verità. Probabilmente il più importante dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma richiederà scelte politiche difficili: aumentare la spesa per la difesa significa togliere risorse ad altri capitoli di bilancio, magari al welfare. E questo può costare grosse fette di consenso ai governi, se non proprio una sconfitta elettorale. Lo stesso vale per le riforme economiche necessarie per aumentare la competitività. 
Uno dei temi centrali del dibattito è la sovranità tecnologica. L’Europa sta cercando di costruire alternative ai big tech americani.
 Qui devo essere molto diretta: la competizione è già finita. Non esiste uno scenario realistico in cui l’Europa possa sostituire Amazon, Google o Microsoft. Queste aziende hanno costruito la loro posizione nel corso di decenni. Oggi tre aziende americane controllano circa il 70% dell’infrastruttura cloud europea. In Europa questo viene spesso percepito come una dipendenza che indebolisce. Ma io penso che sia il contrario. Bisogna guardare a questa relazione come a una interdipendenza strategica, non come a una competizione. L’alternativa quale sarebbe? Oggi in Europa non c'è un'unione dei capitali che consentirebbe gli investimenti e la dimensione necessari alla nascita di un player in grado di tenere testa alle Big tech. Volete forse puntare su Huawei, Tencent e altre aziende cinesi?  Possiamo farla semplice, quasi elementare: gli Stati Uniti fanno parte dell’Occidente, la Cina no. Non credo che il regime di Pechino possa essere garanzia di affidabilità o di non ingerenza politica. L’Europa ha ancora enormi vantaggi tecnologici. Tre aziende europee controllano circa due terzi del mercato mondiale delle infrastrutture fisiche della rete – cavi sottomarini, turbine, connettori.  E poi ci sono settori in cui l’Europa è ancora fortissima: biotecnologie, quantum computing e litografia. Se Europa e Stati Uniti collaborano sfruttando queste complementarità, possono competere con la Cina. Separatamente sarebbe molto più difficile, per entrambi. Per questo credo che l’Europa debba abbandonare il concetto di “sovranità digitale” e passare a quello di interdipendenza strategica. 
Molti europei temono però che questa interdipendenza possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica da parte di Washington. C’è la paura di un “kill switch”, cioè di interruzione dei servizi digitali su ordine (o pressione) dell’amministrazione di turno.
 Capisco queste paure, ma credo che siano ampiamente esagerate. Bisogna distinguere tra governo e settore privato. Sono due cose molto diverse. Immaginiamo un presidente americano che ordina a Microsoft o Amazon di interrompere i servizi cloud in Europa. Le aziende non lo farebbero, e il motivo è molto semplice: perderebbero miliardi di dollari. Le multinazionali americane hanno investito somme enormi nell’economia europea. Qui impiegano centinaia di migliaia di lavoratori. E' un mercato essenziale. Una decisione del genere distruggerebbe il loro modello di business. Lo abbiamo visto in Venezuela dopo la cattura di Maduro: il ceo di ExxonMobil ha detto chiaramente a Trump che secondo lui il paese sudamericano è “uninvestable”, cioè non ha senso tornare a investirci. Trump si è lamentato, ma il manager non ha cambiato idea perché alla fine deve rispondere ai suoi azionisti e stakeholder. E non dimentichiamo un altro punto: se le corporation voltassero di colpo le spalle all’Europa, il messaggio arriverebbe immediatamente in Giappone, Corea del Sud, Sud-Est asiatico. Nessun Paese si fiderebbe più di loro. In altre parole, sarebbe un suicidio economico. Per questo penso che molti discorsi sui “kill switch” siano più retorica politica che realtà economica. L’Europa dovrebbe guardare il mondo per quello che è, non per quello che vorrebbe che fosse. E la realtà è che l’interdipendenza economica tra Stati Uniti ed Europa è enorme. Su questa base si può costruire la crescita e la prosperità dei prossimi anni. (di Giorgio Rutelli) 
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Pompei, un ‘memoriale’ racconta la fine del 79 d.C e le sue vittime

(Adnkronos) –
Un “memoriale” che racconta la fine di Pompei e le sue vittime. L’eruzione del 79 d. C. – che ha colpito migliaia di persone e fatto della antica città vesuviana una testimonianza unica nella storia – per la prima volta viene narrata attraverso un allestimento museale permanente che ne restituisce la storia momento per momento, esponendo i calchi delle vittime e una selezione di reperti organici straordinariamente conservati. "I calchi di Pompei: un percorso nella storia dell’eruzione del 79 d.C." sarà visitabile alla Palestra Grande degli scavi del Parco Archeologico da domani, giovedì 12 marzo.
 La nuova esposizione che ripercorre l’origine, la storia dell’eruzione e la tecnica dei calchi, è il risultato di un dialogo tra un linguaggio museale teso a dare dignità alle vittime dell’eruzione, ma al tempo stesso a raccontarne la storia con cura scientifica. Una narrazione oggettiva di quella vicenda attraverso la quale il visitatore si trova di fronte al “… dolore della morte che riacquista corpo e figura” con cui lo scrittore Luigi Settembrini nel ‘800, aveva descritto i calchi di Pompei, “non arte, non imitazione; ma le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso”. Primo Levi, nella poesia La bambina di Pompei, parla di “agonia senza fine, terribile testimonianza”. 22 i calchi di vittime, tra i vari rinvenimenti esposti, scelti fra quelli meglio conservati e più leggibili, presentati sulla base del contesto di provenienza, che va dalle domus nelle aree interne della città fino alle porte e alle strade che uscivano dal centro abitato, scappando lungo le quali gli abitanti cercarono invano la salvezza.  L’esposizione riunisce assieme, per la prima volta, un così ampio numero di testimonianze. A Pompei dall’800 è stato possibile realizzare un centinaio di calchi. Altri, singoli o in piccoli gruppi, sono visibili nelle domus o in altri edifici della città, nei luoghi originari del loro rinvenimento. Il percorso si articola nei portici sud e nord della Palestra Grande, il grande edificio quadrato ubicato di fronte all’Anfiteatro e un tempo destinato alla formazione dei cittadini, con una sezione dedicata alla Vulcanologia e ai reperti organici, piante e animali e una sezione dedicata ai resti umani.  “Mi ha colpito l’allestimento fatto con grandissimo rigore scientifico – ha dichiarato il ministro della Cultura, Alessandro Giuli – la capacità di restituire la cruda verità dell’eruzione di Pompei e l’espressività dei calchi. E al tempo stesso l’atteggiamento rispettoso nei confronti delle vittime, attraverso una galleria del dolore che ci restituisce la verità come in un sacrario contemporaneo, perché tutte le tragedie che avvengono per calamità naturali sono condensate in questa magnifica, terrificante ed esplicativa rappresentazione che il direttore e tutto il magnifico staff del Parco archeologico ci hanno offerto. È una mostra coraggiosa perché è anche estremamente contemporanea. Non è facile la rappresentazione della morte, non è facile mettere in mostra la nudità dei calchi di corpi travolti da ceneri, lapilli e lava. Bisogna saperlo fare e saper raccontarlo con uno sguardo scientifico ma allo stesso tempo empatico nei confronti del dolore. E la missione è riuscita”.  Spiega il direttore generale del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel: “Personalmente ritengo questa la più grande sfida museologica che abbiamo mai affrontato, e ringrazio tutto il gruppo di lavoro, in particolare Silvia Bertesago e Tiziana Rocco, che hanno seguito l’allestimento dai primi passi. Abbiamo cercato un linguaggio museografico che unisca la semplicità toccante di un memoriale, perché non volevamo in nessun modo rinunciare all’aspetto umano ed etico, con la gioia della scoperta attraverso apparati didattici inclusivi e facilmente comprensibili. I calchi delle vittime non sono reperti, non sono statue e non sono opere d’arte, né d’arte antica né contemporanea. Per dire cosa sono, forse basta una frase, pronunciata una volta da un collega su uno scavo dove scoprimmo una vittima: questo siamo noi. Possiamo vedere nei calchi di bambini, donne e uomini morti nel 79 d.C. la nostra fragilità, la nostra umanità e vulnerabilità: perciò, da un incontro rispettoso con queste testimonianze, che abbiamo cercato di rendere possibile con il nuovo allestimento, può scaturire un messaggio profondo: la vita è precaria, preziosa, la vita è bella”. L’origine dei calchi – Nel 79 d.C., l’eruzione del Vesuvio distrusse improvvisamente la città di Pompei, seppellendola sotto metri di cenere e pomici. Questo evento catastrofico ha conservato intatti non solo edifici e strade, ma anche le tracce delle vite di chi vi abitava. Le persone rimaste intrappolate durante la seconda fase dell’eruzione, ovvero dopo la caduta dei lapilli, furono avvolte da una nube ardente di cenere vulcanica (cosiddetta “corrente piroclastica”), che si solidificò intorno ai loro corpi. Con il tempo, i corpi e tutti i materiali organici si decomposero, lasciando degli spazi vuoti nella cenere indurita. Nell’800, questi vuoti intercettati durante gli scavi, furono per la prima volta riempiti con gesso per creare calchi fedeli delle vittime e sono oggi una testimonianza potente e toccante della tragedia, che ci permette di “vedere” gli oggetti andati distrutti e le persone che vissero e morirono in quel momento. Pompei è l’unico sito al mondo che consente il recupero di questo tipo di testimonianze. I calchi non sono dunque semplici reperti, ma testimonianze dirette della tragedia che colpì Pompei. Attraverso di essi, la scienza ci restituisce i volti, i gesti e l’umanità degli abitanti dell’antica città, fermi nell’attimo in cui il tempo si è interrotto. Il percorso espositivo – Nel braccio Sud trova spazio una sezione vulcanologica, dedicata al Vesuvio e al racconto dell’eruzione del 79 d.C., arricchito da un nuovo video che ne ripropone in sintesi la dinamica e dalla ricostruzione di una colonna di circa 4 metri di ceneri e lapilli, il materiale eruttivo che seppellì completamente la città di Pompei. Segue una parte dedicata agli animali e alle piante con una collezione dei reperti organici straordinariamente conservati che raccontano il rapporto fra l’uomo e le risorse naturali. La sezione è accompagnata da un apparato grafico di testi e riproduzioni iconografiche di fauna e flora presenti in famosi affreschi pompeiani, alcuni anche di recente scoperta (come quelli provenienti dalla casa del Tiaso). Il braccio Nord, accanto ad una piccola parte sugli arredi con due calchi di porte, ospita la grande sezione dedicata ai resti umani, che espone una collezione di calchi originali delle persone colpite dall’eruzione. I calchi delle vittime del 79 d.C. sono tra le testimonianze più famose e commoventi di Pompei. Spesso confusi con corpi pietrificati, sono in realtà il risultato di un processo unico, reso possibile dalle condizioni create dall’eruzione e da una tecnica archeologica sviluppata nel tempo. Anche se sono noti tentativi negli anni precedenti, fu nel 1863 che l’archeologo Giuseppe Fiorelli, versando gesso liquido in queste cavità, per primo riuscì a restituire la forma originaria delle vittime. Una volta indurito il gesso e rimossa la cenere circostante, riemergevano figure umane sorprendentemente dettagliate, spesso con ossa ancora presenti al loro interno.  Il tema trattato e il tipo di reperti esposti ci pongono a stretto contatto con il momento della morte improvvisa. Per tale motivo la sezione delle vittime non è subito visibile, ma è protetta alle due estremità, da elementi divisori che avvisano dell’ingresso in un settore peculiare, dando quindi allo spettatore la possibilità di scegliere se affrontare o meno la visita.  L’allestimento è scandito da un apparato grafico in cui è ridotto al minimo l’uso del colore e di ogni elemento decorativo, a vantaggio di testi lineari accompagnati da foto d’archivio, che documentano i contesti o i calchi in fase di scavo o di restauro. È arricchito da contenuti multimediali dedicati da un lato alla tecnica di realizzazione dei calchi dal momento dell’invenzione fino ad oggi e alla struttura interna dei calchi con immagini tratte da TAC eseguite su alcuni esemplari, dall’altro lato a contenuti storici come l’intervista ad Amedeo Maiuri sui calchi dell’Orto dei Fuggiaschi o ancora agli aspetti emozionali legati alla vista di questi reperti, come ben rappresentato nel frammento del film “Viaggio in Italia” di Roberto Rossellini Un percorso flessibile e accessibile: video in Lis e Isl e modellini tattili – Tutto il percorso, per la sua ubicazione all’interno dell’area archeologica, è volutamente flessibile, è cioè strutturato per poter essere visitato ed avere una lettura compiuta nei diversi sensi di marcia e a prescindere dal lato di ingresso al monumento, adattandosi così alle diverse direzioni dei flussi di visitatori. Particolare attenzione è stata data all’accessibilità, attraverso contenuti audio, video in LIS e ISL, strumenti in CAA (Comunicazione Aumentata Alternativa) e due sezioni tattili dedicate rispettivamente una alla parte sulle vittime umane e l’altra a quella sugli animali e le piante con modellini 3d dei reperti accompagnati da testi in braille. Attraverso gli apparati grafici, i video e gli approfondimenti, l’allestimento vuole garantire la più ampia fruizione di questi materiali unici, rispettandone e valorizzandone le peculiarità, restituendo loro il giusto significato, quali straordinarie testimonianze della storia di Pompei e dei suoi abitanti. 
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Migranti, Corte d’Appello di Roma: “Dubbi su legittimità protocollo Italia-Albania”

(Adnkronos) – "Si deve osservare che la convalida richiesta del trattenimento operato non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia – Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e 17 novembre alla Corte di Giustizia dell’Unione europea". Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Roma nei provvedimenti depositati nelle scorse settimane con cui non sono stati convalidati i trattenimenti nel Cpr di Gjader in Albania per tre cittadini nordafricani richiedenti protezione internazionale sui quali gravava un decreto di espulsione e con condanne già scontate per varie accuse tra cui traffico di droga, violenza sessuale e resistenza a pubblico ufficiale.  !Ancora oggi permangono i dubbi già sollevati da questa Corte di Appello con decreto del 24 aprile 2025 e ribaditi poi da questa Corte di Appello il 19 maggio 2025, rispetto alla compatibilità con l'art. 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all'adozione della decisione sulla sua domanda", si legge nei dispositivi. Inoltre, nei casi di "domande reiterate" di protezione internazionale da parte dei richiedenti, i giudici affermano che "non possono considerarsi integrati gli estremi delle eccezioni". "Dall'esame degli atti – scrivono i giudici in uno dei provvedimenti – compreso il provvedimento di espulsione e dagli atti trasmessi dalla Questura, non risulta che vi sia stata una precedente domanda e che la stessa sia stata rigettata benché la procura abbia riferito il contrario in udienza senza però essere in grado di documentare quanto dedotto; che ad ogni modo non risulta che detto eventuale provvedimento sia stato notificato". Sui centri in Albania si è espressa oggi in Senato la premier Giorgia Meloni, nel corso delle sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo. "Oggi l’Europa ci dice chiaramente, e nero su bianco, che il governo italiano ha tutto il diritto a far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo – ha detto Meloni – Anche se temo che per alcuni non basterà neanche questo, e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania".  
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Logistica, Pichetto Fratin: “Transizione va gestita con pragmatismo”

(Adnkronos) – "Dobbiamo essere responsabili e realisti difendendo sia l'ambiente che la capacità delle aziende di crescere e creare lavoro. Questa è la sfida: una transizione che viene definita giusta è possibile, è necessaria ma va gestita con pragmatismo. E questo è l'approccio che il governo ha avuto sin dal suo insediamento, in quelle che sono le politiche climatiche nazionali e anche nel confronto europeo. Abbiamo posto con forza il principio della neutralità tecnologica aprendo a tutte le soluzioni che contribuiscono a ridurre le emissioni, sostenendo con determinazione quindi i biocarburanti. Inoltre stiamo promuovendo l'elettrificazione delle infrastrutture portuali. È una sfida importante, fondamentale per coniugare efficienza logistica e tutela dell'ambiente". Così il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin in un videomessaggio inviato a LetExpo, evento di riferimento per i trasporti, la logistica ed i servizi alle imprese, organizzato da Alis in collaborazione con Veronafiere. "Il trasporto integrato su gomma, ferro e mare rappresenta più di una mera posizione strategica, un requisito che possiamo definire essenziale per potenziare l'efficienza della nostra produzione – osserva Pichetto – Parliamo di settori di rilievo che stanno accompagnando la transizione energetica senza però, con questo, trascurare l'esigenza di garantire la competitività delle nostre imprese e il loro bisogno di continua innovazione. Sostenibilità e competitività sono le due facce della stessa medaglia". 
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Medici Roma, ‘dieta mediterranea chiave per longevità’

(Adnkronos) – Secondo i dati riportati dall'Aifa (Agenzia italiana del farmaco) gli ultraottantenni italiani assumono quotidianamente tra le 10 e le 15 pillole. Cercare di ridurre questo fenomeno, rendendo quindi sostenibile il Servizio sanitario nazionale attraverso corretti stili di vita e sottolineando l'importanza per i cittadini di un'alimentazione sana, è uno degli obiettivi del convegno 'Alimentazione e salute: la prevenzione come pilastro di longevità e benessere', promosso oggi dall'Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Roma presso il ministero della Salute. Presenti il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida e il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Prevenzione e dieta mediterranea sono state indicate come strumenti fondamentali per favorire il benessere e promuovere un invecchiamento in salute, contribuendo allo stesso tempo alla sostenibilità del nostro Ssn. Nel contesto sanitario contemporaneo – è stato evidenziato – l'alimentazione riveste un ruolo centrale nella promozione della salute pubblica, nella prevenzione delle principali malattie croniche e nel mantenimento di un adeguato livello di benessere lungo tutto l'arco della vita. L'evoluzione epidemiologica degli ultimi decenni ha mostrato un progressivo aumento delle malattie non trasmissibili (Mnt, tra cui patologie cardiovascolari, tumori, diabete di tipo 2 e malattie neurodegenerative) spesso correlate a errate abitudini alimentari, sedentarietà e stili di vita non salutari. In questo quadro l'alimentazione non può più essere considerata soltanto un mezzo di sostentamento, ma una vera e propria determinante di salute, in grado di interagire con fattori genetici, ambientali e sociali. La ricerca scientifica ha dimostrato che una dieta equilibrata, ispirata ai principi della dieta mediterranea, riduce significativamente l'incidenza di molte patologie croniche, contribuendo a migliorare aspettativa e qualità della vita. L'alimentazione è una 'medicina quotidiana', elemento fondante della salute e leva strategica anche per la sostenibilità del sistema sanitario. In questa prospettiva la prevenzione, intesa come investimento sul capitale umano e sulla qualità della vita, deve rappresentare uno dei cardini delle politiche sanitarie future.  Al dibattito hanno partecipato anche il presidente dell'Omceo Roma Antonio Magi e la consigliera dell’Ordine e organizzatrice dell'incontro Maria Grazia Tarsitano. "La salute nel nostro Paese – ha sottolineato Magi – la salvaguardiamo grazie al nostro Ssn, che c'è e che dobbiamo mantenere a tutti i costi. E' un impegno che devono condividere istituzioni, Ordini professionali e cittadini, oggi più che mai, anche alla luce dell'aumento dei costi legato ai farmaci innovativi e alle cure sempre più specialistiche. La prevenzione inizia dalla bocca, quindi dall'alimentazione e dagli stili di vita sani. Prevenire significa anche rendere più sostenibile il Ssn: se riduciamo i costi legati alle malattie evitabili, possiamo preservare questo bene che abbiamo nel nostro Paese. Spesso non ci rendiamo conto che il nostro sistema sanitario è un valore unico, indispensabile come l'aria e la libertà", ha ammonito. "Come ente – ha aggiunto Tarsitano – siamo qui oggi per avviare una nuova serie di attività di supporto concreto con i due ministeri di riferimento, Salute e Agricoltura. Se la prevenzione si svolge quotidianamente, mantenendo informazione e formazione continua su quelli che sono i pilastri più importanti, si possono ottenere risultati reali che incidano positivamente sullo stato di salute della popolazione".  
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Sal Da Vinci, parla l’avvocato Claps: “Se le critiche diventano offese, agirà legalmente”

(Adnkronos) –
"C'è differenza tra critica alla canzone e offesa personale". Così Carlo Claps, avvocato e amico di Sal Da Vinci, è intervenuto sulle polemiche degli ultimi giorni che hanno coinvolto il cantante vincitore del Festival di Sanremo 2026 e la canzone portata in gara 'Per sempre sì'. Claps, ospite oggi in collegamento con La Volta Buona, ha spiegato le intenzioni del cantautore napoletano: "Se le critiche diventeranno offese ricorreremo a vie legali". Claps ha voluto chiarire la posizione di Sal Da Vinci: "Lui è sereno, si sta godendo il momento. Lui non vuole agire contro nessuno al momento, però vuole che io monitoro le dichiarazioni per valutare insieme a lui eventuali azioni legali".  Secondo il legale, alcune affermazioni sarebbero andate oltre la semplice critica artistica, arrivando a colpire l'identità del cantante in quanto napoletano e rappresentante della cultura partenopea: "Si è oltrepassato il limite e c'è stata anche discriminazione in alcune dichiarazioni, su questo noi ci incontreremo per valutare", ha spiegato. Claps ha commentato il dietrofront del giornalista Aldo Cazzullo, che aveva definito il brano "adatto ad un matrimonio della camorra", salvo poi precisare che si trattava di una semplice "battuta". L'avvocato ha replicato: "Io non sono molto d'accordo su questa interpretazione".   In collegamento anche il maestro d'orchestra Adriano Pennino, che ha diretto al Festival di Sanremo 2026. Sulle dichiarazioni rilasciate da Eros Ramazzotti che ha giudicato il brano di Sal Da Vinci "Non male, ma l'arrangiamento è retrò, non ci rappresenta all'Eurovision". Il maestro ha spiegato: "L'arrangiamento è stato fatto per quella canzone e per la sua composizione, non abbiamo voluto rovinare la canzone originale. Il pezzo è fantastico fatto in quel modo. Io comunque tutta questa modernità non la sento in giro".   
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Whatsapp, arrivano gli account per under 13 gestiti da un genitore

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Arrivano gli account Whatsapp per gli under 13, che saranno configurati e gestiti dai genitori. Lo annuncia Whatsapp, l'app di messaggistica detenuta dal gruppo Usa Meta, assicurando che saranno introdotti "nuovi controlli pensati per limitare la loro esperienza" alla messaggistica e alle chiamate, attraverso le impostazioni predefinite più rigorose. La novità è stata messa a punto "in collaborazione con famiglie ed esperti", si spiega. "Implementeremo gradualmente gli account gestiti da un genitore nei prossimi mesi e non vediamo l'ora di ricevere i feedback degli utenti per continuare a sviluppare WhatsApp e offrire alle famiglie il modo più sicuro e privato per comunicare". 
Gli account per i più giovani sono stati sviluppati in risposta ai feedback dei genitori, che "ci hanno espresso il desiderio di poter introdurre i propri preadolescenti a Whatsapp" attraverso un’esperienza pensata specificamente per gli under 13''. Dovranno essere creati e gestiti attivamente dai genitori o dai tutori e rimanere collegati al loro account Whatsapp. Consentono esclusivamente di effettuare chiamate e inviare messaggi''. In questo modo sarà possibile gestire chi può contattare i propri figli preadolescenti, i gruppi a cui possono accedere e le relative impostazioni sulla privacy. 
I genitori potranno decidere chi può contattare l'account e in quali gruppi è possibile entrare. Inoltre possono controllare le richieste di messaggi da parte di contatti sconosciuti e gestire le impostazioni sulla privacy dell'account.  
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Torino-Lione: svelata la prima talpa per lo scavo del tunnel base in Italia

(Adnkronos) – È lunga come due campi da calcio, pesa migliaia di tonnellate ed è progettata per scavare in diverse situazioni geologiche con coperture fino a 2.000 metri di roccia. La prima delle due maxi frese (Tbm)destinate al versante italiano del tunnel di base del Moncenisio, cuore della futura linea ferroviaria Torino-Lione, è stata consegnata ufficialmente oggi nello stabilimento Herrenknecht in Germania dove è stata costruita per il raggruppamento di imprese Uct (Itinera, Ghella e Spie Batignolles). La Tbm è destinata al cantiere di Chiomonte, in Val di Susa, dove realizzerà la seconda discenderia prima di proseguire con lo scavo della galleria sud del tunnel di base, già iniziato sul lato francese, avanzando sotto la montagna fino a Susa. A regime nei prossimi anni, saranno 7 le frese che realizzeranno il 75% degli scavi del tunnel di base in Italia e Francia. Alla cerimonia di consegna, sancita dalla rotazione della testa della Tbm, hanno partecipato Daniel Bursaux e Maurizio Bufalini, presidente e direttore generale di Telt, la società binazionale italo-francese responsabile della realizzazione e della futura gestione della sezione transfrontaliera della Torino-Lione, le imprese del raggruppamento Uxt, e della direzione lavori Is2p (Fs Engineering, Arx, Systra, Setec), oltre al console italiano a Friburgo Pietro Falcone e alla vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino. In video collegamento i ministri italiano e francese dei Trasporti Matteo Salvini e Philippe Tabarot.  “Oggi – ha osservato Bufalini – tocchiamo con mano i lavori della Torino-Lione che sono in pieno svolgimento: questa Tbm ci dà la consapevolezza che l’opera entra ora in una nuova fase anche sul versante italiano. Il collegamento rappresenta una grande infrastruttura europea, pensata per rafforzare la mobilità sostenibile e l’integrazione tra i territori. Allo stesso tempo è una sfida tecnica di straordinaria complessità, resa possibile grazie al sostegno e alla collaborazione dei governi e dell’Europa, che continuano a credere nel valore strategico di questo progetto” “Mentre sono già stati scavati quasi 50 km di gallerie, di cui 20 km per il solo tunnel, il cantiere del tunnel di base del Moncenisio conoscerà una forte accelerazione nei prossimi mesi e negli anni a venire, con sette nuove frese che scaveranno simultaneamente in Francia e in Italia – ha aggiunto Bursaux – non siamo soltanto il più grande cantiere di infrastruttura ferroviaria attualmente in attività sul nostro continente, con già più di 3.000 donne e uomini al lavoro: siamo anche i costruttori di un nuovo collegamento che ci permetterà di vivere in un’Europa meglio connessa e più sostenibile”. “La consegna della prima fresa destinata allo scavo del tunnel di base lato italiano è un momento importante e simbolico – ha osservato Chiorino -questa cerimonia rappresenta un passo concreto verso la realizzazione di un’infrastruttura strategica per l’Italia e l’Europa tutta. La Torino-Lione è una scelta di futuro che rafforza collegamenti, competitività e opportunità di sviluppo del territorio. Ma è anche un grande progetto di lavoro, che già attualmente coinvolge centinaia di persone nei cantieri e che nei prossimi anni genererà importanti occasioni occupazionali. Come Regione Piemonte stiamo accompagnando questo percorso e lo stiamo facendo attraverso politiche attive del lavoro e della formazione, affinché le opportunità create dalla Torino-Lione possano tradursi in lavoro e crescita per il nostro territorio. Lo facciamo nella convinzione che investire nelle infrastrutture significhi investire anche nelle competenze e nel capitale umano, nell’occupazione di qualità e nel futuro della nostra Nazione”. 
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Mauro Icardi e Wanda Nara in tribunale, la nuova battaglia sulle case italiane

(Adnkronos) – Nuovo capitolo giudiziario nella vicenda tra Mauro Icardi e Wanda Nara. L’attaccante 33enne argentino, in forza attualmente al Galatasaray, ha avviato, a quanto apprende l'Adnkronos, un’azione legale per ottenere la restituzione degli immobili da lui acquistati in Italia durante il matrimonio, oggi al centro del contenzioso patrimoniale tra i due ex coniugi.  La questione è stata affrontata questa mattina nella prima udienza davanti al giudice, Dott.ssa Ilaria Gentile, della V sezione civile del Tribunale di Milano, che al termine dell’udienza ha proposto la possibilità di una transazione per tentare di chiudere la controversia in via conciliativa. Mauro Icardi è assistito dagli avvocati Valeria De Vellis e Raffaele Rigitano, mentre Wanda Nara è rappresentata dall’avvocato Giuseppe Di Carlo. Il nuovo contenzioso arriva al termine di una storia che è sempre andata oltre il campo da gioco, trasformandosi spesso in un caso mediatico con una dinamica di coppia sempre al centro dei riflettori. Wanda Nara, ex manager e compagna per anni di Icardi, ha spesso avuto un ruolo chiave nella carriera del calciatore, gestendone immagine, trasferimenti e comunicazione, un unicum nel panorama calcistico internazionale.  Icardi in Italia ha giocato con le maglia della Sampdoria dal 2011 al 2013 e con quella dell'Inter dal 2013 al 2019 porima di trasferirtsi al Psg e poi in Turchia. Nel 2021 la coppia affrontò la celebre “crisi del like”, un terremoto sentimentale esploso sui social a seguito di presunti tradimenti, poi ricomposta dopo settimane di post, stories e dichiarazioni pubbliche. Nei mesi successivi, nuove frizioni, separazioni annunciate e smentite, riconciliazioni lampo e successivi allontanamenti hanno contribuito a un clima costante di incertezza, riacceso più volte dai media argentini e italiani. La questione economica, legata a contratti, proprietà immobiliari, investimenti e diritti di immagine, è da tempo uno dei nodi più delicati, acuitosi con la fine del matrimonio e la ripartizione degli asset accumulati negli anni più intensi della carriera di Icardi. La disputa sugli immobili italiani è quindi solo l’ultimo tassello di una vicenda complessa, in cui aspetti personali e patrimoniali continuano a intrecciarsi. 
—sportwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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Endometriosi e il dolore negato, l’indagine: “Spesso poco creduto e riconosciuto”

(Adnkronos) – Il dolore spesso non viene riconosciuto né creduto per chi soffre di endometriosi. È uno dei risultati che emergono da un sondaggio nazionale su oltre 830 testimonianze di donne – oltre la metà (52%) del Nord; il 23% del Centro; il 13,6% del Sud; il 6% dalle Isole, con alcune residenti all’estero – promosso dalla Fondazione italiana endometriosi e diffuso in occasione della campagna di sensibilizzazione dedicata al tema della normalizzazione del dolore femminile. L’iniziativa prevede una serie di installazioni visive nelle metropolitane italiane con l’obiettivo di rendere visibile un fenomeno spesso invisibile: il modo in cui il dolore femminile viene ridotto d’importanza, minimizzato nella società, nelle relazioni quotidiane e, talvolta, anche nei contesti sanitari.  Uno dei dati più significativi dell’indagine, condotta in forma anonima, riguarda l’età di insorgenza dei sintomi dolorosi che, nel 57% dei casi, compaiono già durante l’adolescenza, mentre circa il 20% li sperimenta tra i 18 e i 25 anni. Quote più ridotte riferiscono l’insorgenza tra i 26 e i 35 anni (circa il 17%) o dopo i 35 anni (circa il 5%). Questo dato – riporta una nota – suggerisce che “molte donne iniziano a convivere con i sintomi fin dall’età scolastica”. Il questionario rivela che il 66% delle partecipanti dichiara di essersi sentita “spesso non creduta quando parlava dei propri sintomi”, mentre un ulteriore 23% afferma che questo è accaduto ‘almeno qualche volta’. Solo una minoranza molto ridotta dichiara di non aver mai vissuto questa esperienza.   Uno degli aspetti più critici riguarda il rapporto con il sistema sanitario. Alla domanda su come sia stato trattato il proprio dolore in ambito sanitario, “il 45,7% afferma che è stato minimizzato, il 18,2% che è stato messo in dubbio e il 14,2% che è stato ignorato”. Solo circa una donna su cinque (21%) dichiara di essersi sentita “pienamente creduta dai professionisti sanitari”. Un altro dato particolarmente rilevante riguarda la normalizzazione del dolore mestruale. Il 91% delle partecipanti afferma di essersi sentita dire almeno una volta che il dolore del ciclo è ‘normale’, mentre l’87% riferisce di aver ricevuto, esplicitamente o implicitamente, il messaggio che ciò che stava vivendo fosse qualcosa di fisiologico.   Quando si analizza l’origine di questo messaggio, emerge che “nel 34,9% dei casi proviene dal medico, nel 20,9% dalla famiglia, nel 7,1% dagli amici, nel 4,8% dal contesto lavorativo e nel 3% dall’ambiente scolastico”. Il dato suggerisce che la banalizzazione del dolore femminile – si legge nella nota – può essere alimentata da diversi contesti sociali e istituzionali. Le conseguenze di queste dinamiche influenzano anche il modo in cui le pazienti raccontano i propri sintomi. Dopo essersi sentite dire che il dolore era “normale”, il 30,5% dichiara di aver cambiato medico, il 18,4% di aver ridotto il modo in cui raccontava i propri sintomi, mentre circa il 18% ha cercato informazioni o conferme online. Una quota più ridotta afferma invece di aver smesso del tutto di parlarne.  Un altro elemento emerso dal sondaggio riguarda la psicologizzazione del dolore femminile. Il 26,9% delle partecipanti afferma che il proprio dolore è stato associato a una presunta instabilità mentale, mentre il 24,4% dichiara che questo è accaduto almeno occasionalmente. Il sondaggio mette in luce anche una dimensione culturale più ampia. Alla domanda se l’idea che una donna sia ‘abituata a sopportare il dolore’ faccia parte del pensiero collettivo, il 93% delle partecipanti risponde affermativamente. Infine, l’indagine evidenzia alcune dinamiche nelle relazioni sociali: il 51% delle partecipanti indica, paradossalmente, che sia stato più difficile far comprendere il proprio dolore ad altre donne, mentre il 42% indica gli uomini, suggerendo come la normalizzazione del dolore femminile possa essere interiorizzata anche all’interno dello stesso contesto femminile.  Nel complesso, i risultati del sondaggio restituiscono l’immagine di un fenomeno che non riguarda solo la medicina, ma anche la cultura. Molte delle testimonianze raccolte mostrano come il dolore femminile venga ancora frequentemente minimizzato o interpretato come qualcosa che una donna dovrebbe semplicemente imparare a sopportare. Questa dinamica può contribuire a ritardare il riconoscimento dei sintomi e a rendere più difficile per molte pazienti ottenere ascolto e diagnosi. L’endometriosi, che colpisce oltre 1,8 milioni di donne in Italia, diventa così anche il simbolo di una disuguaglianza più ampia: una malattia reale, ma spesso invisibile nello sguardo sociale e sanitario.  Tra le frasi più usate per normalizzare il dolore nell’endometriosi (circa il 14% delle testimonianze) comprendono: ‘È normale’; ‘Capita a tutte’; ‘Il ciclo fa male a tutte le donne’. Un altro 6–7% riducono il problema a semplice dolore mestruale, con affermazioni come ‘È solo il ciclo’ oppure ‘Sono solo dolori mestruali’. Circa il 5% delle testimonianze riguarda invece frasi che ridimensionano la percezione del dolore o mettono in dubbio l’intensità dei sintomi, con espressioni come ‘Stai esagerando’ o ‘Sei troppo sensibile’. Nel 4–5% dei casi, il dolore viene attribuito a fattori emotivi o psicologici, con frasi come ‘È solo stress’ oppure ‘È tutto nella tua testa’. Circa il 4% fa riferimento alla maternità come presunta soluzione ai sintomi, con frasi tipo: ‘Fai un figlio e passerà’ o ‘Dopo una gravidanza starai meglio’. Infine, oltre il 65% comprende una grande varietà di frasi diverse che rientrano nello stesso schema culturale di minimizzazione del dolore: ‘Succede a tutte le donne’; ‘È una fase’; ‘Devi solo sopportare’ o ‘Vedrai che passa con il tempo’.  Nel loro insieme, queste testimonianze restituiscono un quadro molto chiaro: accanto alla dimensione clinica dell’endometriosi, molte donne raccontano di essersi confrontate con una narrazione sociale che tende a normalizzare o ridimensionare il dolore femminile, con possibili conseguenze sul riconoscimento dei sintomi e sul percorso verso la diagnosi. In questo contesto, la campagna prevede, nelle installazioni visive, l’inserimento di alcune delle frasi che molte donne con endometriosi dichiarano di essersi sentite dire nel corso della loro vita che contribuiscono a ridimensionare o banalizzare i sintomi. Tra le frasi riportate nella campagna: ‘Sei una donna, è normale per te provare dolore’; ‘Fai un figlio che ti passa’ e ‘Sei stressata’.   Attraverso questa campagna – conclude la nota – la Fondazione intende stimolare una riflessione pubblica in occasione del mese dell’endometriosi su quanto sia importante ascoltare e riconoscere i sintomi, favorendo una maggiore consapevolezza sull’endometriosi e sulle difficoltà che molte donne incontrano nel percorso verso la diagnosi. 
—salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)