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Balotelli: “Alla Roma direi di sì”

Mario Balotelli, attaccante del Nizza, ha parlato del suo eventuale approdo alla Roma SportWeek: "Alla Roma direi sì per la società, i giocatori e i tifosi. Credo che nessuno avrebbe da ridire se ci andassi" ha dichiarato alla rivista mensile il centravanti. 

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Monchi: “La capacità di capire le esigenze dell’allenatore rappresenta il 90% di una trattativa”

Monchi, direttore sportivo della Roma, dopo le anticipazioni di questi giorni, si è raccontato in un’intervista a Fox Sports. Queste le parole del dirigente giallorosso:

Intervista in spagnolo?
Parlo poco ancora italiano, parlo meglio in spagnolo, in modo più profondo.

Perché Monchi?
Il mio nome è Ramon. Tutti mi chiamano così.

Come si allena il pensiero? Legge, guarda serie tv…
Bella domanda. Il pensiero si alimenta leggendo. Libri di storia soprattutto, serie tv sulla storia, e molti giornali. Io ricordo sempre il primo giorno da direttore sportivo, ricevetti un consiglio dal direttore responsabile del Siviglia: “Tutte le mattine, leggi la stampa sportiva”.

Quali e quanti giornali?
Prima di tutto vado in palestra, alle 7.30 a Trigoria. È un allenamento mentale e fisico, butto fuori lo stress. Dopo leggo i giornali, italiani e spagnoli. Circa 35-40 minuti al giorno.

Due saluti importanti: lei al Siviglia e poi Totti alla Roma…
Sono immagini bellissime che tengo sempre nel cuore e nella testa. Sarò sempre riconoscente per l’affetto ricevuto durante gli anni lì, sia come giocatore che come ds. È stato un giorno incredibile, inimmaginabile.

Quel giorno indossava la maglia di Puerta…
Era un omaggio semplice ad Antonio. La storia del Siviglia recente nasce da un suo gol contro lo Schalke 04, ma purtroppo non ha potuto vivere il resto.

Il bacio al terreno?
Il centro nevralgico del campo. Era un gesto simbolico…

I trofei? Lei disse “Non si è mai visto uno stadio applaudire un bilancio”…
Per tutti i tifosi il risultato importante è quello sportivo.

Era corteggiato prima di andare alla Roma? Perché la Roma?
Avevo la necessità di continuare ad essere Monchi. Arrivai alla conclusione che era ciò che necessitavo. Io mi sento “speciale” e avevo bisogno di una squadra che aveva bisogno non solo di un ds, ma di una persona. Nel mio lavoro, la persona è importante come il ds.

È vero che decise di interrompere un provino con il Real Madrid per giocare una partita con il San Fernando?
Sì, è vero. Io giocavo lì e ci giocavamo la promozione in Serie B. Non ero convinto di andare a fare il provino: durò tre giorni, ma poi andai via per andare a giocare con la mia squadra. In quel momento era importante difendere la squadra della mia città. Vincemmo 0-1. Poi il lunedì seguente firmai per il Siviglia.

A Siviglia incontrò Maradona. So di passeggiate di voi due al mattino presto…
Abbiamo costruito il nostro rapporto così. Non potevamo uscire in orari normali, così uscivamo presto. Io dormivo poco e mi piaceva: un po’ per egoismo e un po’ per piacere personale nell’incontrare il migliore al mondo.

Dorme poco?
Poco (ride, ndr). Sei ore al massimo. Dormo il necessario, mentre dormo perdo tempo per altre cose.

Un’altra figura chiave è Carlos Bilardo. Cosa l’ha ispirato di lui?
Mi ha affascinato il suo modo di pensare. La sua massima era “Dare importanza alle cose piccole”. Lui era ossessionato nel controllare tutto e non lasciare nulla al caso.

Gli mostrano una foto di lui da portiere…
Dentro di me sono orgoglioso della mia carriera, anche se non ero fortissimo. Ma ho realizzato il sogno di quando ero bambino.

Ho la formazione delle sue plusvalenze. Chi le ha dato più soddisfazione? Dani Alves?
Dani Alves riflette la mia filosofia di lavoro, che è prendere un giocatore sconosciuto, avere la pazienza di farlo crescere in Europa, fare in modo che il suo rendimento porti a risultati, e poi fare plusvalenza. Questo è il modo perfetto di lavorare per me, e a Siviglia l’ho sempre fatto.

Qual è il rapporto tra la tecnologia e l’occhio di chi guarda un giocatore?
La scelta di un giocatore è un mix tra occhio e computer. Ma l’ultima fase è la visione del giocatore. Il tempo è fondamentale: anticipare gli altri, per questo si utilizzano i dati. Per me è la chiave.

Cercate giocatori in base al gioco della Roma?
Certo, sappiamo chi è il giocatore di cui l’allenatore ha bisogno. La relazione mister-ds, e la capacità di capire le esigenze dell’allenatore, rappresenta il 90% di una trattativa.

Come si conosce una persona prima che arrivi?
Io mantengo sempre una teoria che non so se sia giusta o sbagliata. Non possiamo dimenticarci che un calciatore è un calciatore e una persona. Il giocatore difficilmente dimentica come si gioca a calcio, se ha qualità quella rimane. Alcune volte dimentichiamo che il rendimento del giocatore non ha nulla a che vedere con il giocatore, ma con la persona che sta dietro al giocatore. Pertanto dobbiamo provare a conoscere, più rapidamente possibile, questa persona per approfondirla sotto tutti i punti di vista, informandoci direttamente sul giocatore e su quello che gli sta intorno, come la famiglia e gli amici. Perché se arriviamo alla persona e siamo capaci di porla in uno stato di felicità, il giocatore giocherà meglio. La virtù della società e della squadra deve essere quella di accorciare i tempi di inserimento e adattamento. Questo è quello che fa una grande società.

È stato fortunato quando Rakitic trovò una fidanzata andalusa?
Questo rientra nel fattore fortuna che anch’esso esiste.

Come ha scelto Di Francesco?
La mia e di altri ds, per la carriera che ha fatto al Sassuolo: ha richiamato l’attenzione. Mi sarebbe piaciuto prenderlo.

Come va a Roma?
Monchi doveva cambiare per adattarsi ad una nuova situazione. Ora sono contentissimo di come vanno le cose e dell’accoglienza che ho ricevuto.

Ünder?
Giovane, lingua e cultura diversa: aveva bisogno di tempo. Gli abbiamo dato tutto ciò di cui aveva bisogno. Poi lui ha fatto la sua parte: è cresciuto, si è aperto e stiamo sulla strada giusta.

Totti? 
Ha una capacità e un’influenza incredibile, così grande che la Roma deve utilizzare. Sarebbe assurdo non utilizzare i poteri di un supereroe.

Che impatto avrà lo Stadio della Roma? (Domanda di un tifoso, ndr)
La capacità di generare incassi che un nuovo stadio evidentemente presuppone, farà in modo che vengano reinvestiti per diventare una società più moderna e soprattutto più potente.

Terremo i grandi giocatori? (Domanda di un tifoso, ndr)
Questo è il nostro pane quotidiano, come si dice in Spagna, l’eterna discussione se si vende tanto o meno. La Roma vende, quasi tutte le squadre del mondo vendono; l’ho già detto tante volte, non si vende perché si vuole vendere ma perché ci sono delle norme da rispettare che ti obbligano a far quadrare il bilancio e generare una plusvalenza per poter avere un organico di alto livello. È lo stesso discorso che facevo a Siviglia e lo conoscete a memoria.

Avete una chat per le comunicazioni dello staff?
Sì.

Usa Spotify?
No, sento musica della mia città, di Cadice.

Tre persone che non conosce per andare a cena. Chi sceglie?
Difficile. Andrei possibilmente con Gesù Cristo, con un politico importante e con uno storico. A me piace molto la storia, la politica e sono molto cattolico, per questo scelgo queste tre persone.

Ha pensato mai che il lavoro prevaricasse l’uomo?
Sì, molte volte. Mi toglie tempo a due cose per me fondamentali: la famiglia e gli amici. E’ la cosa più negativa, non avere tempo per loro.

Cosa imagina per la Roma del futuro?
L’obiettivo per il futuro è dare ai tifosi ciò che chiedono e che meritano. Devono essere orgogliosi anche per i nostri meriti sportivi. Ma non un titolo, serve stabilità nei successi. Il tifoso deve capire che un titolo non è difficile, ma lo è la continuità.

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Monchi: “L’obiettivo è far arrivare la Roma a lottare per le competizioni che gioca. Non cerchiamo solo il successo a lungo termine, ma anche di vincere a breve”

Il direttore sportivo giallorosso Monchi ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano spagnolo Marca. Ecco le sue parole:

Dopo un anno di Roma è soddisfatto?
Sono felice di come mi sono adattato, di come sta andando, anche se tutto si può ovviamente migliorare. È stato un anno in cui tutto è successo molto velocemente. Dopo aver passato tutta la mia vita al Siviglia, adattarmi a una nuova città, a un nuovo club, a un’altra filosofia, a una nuova lingua… Considerando tutto questo sono felice.

A Roma hai trovato quello che stavi cercando?
A livello professionale sì, perché sto lavorando con la fiducia e il rispetto della società e dei colleghi, ed è quello che stavo cercando. Continuo a lavorare come mi piace, continuo ad essere Monchi.

Hai avuto molti meriti nel periodo d’oro del Siviglia, volevi dimostrare di essere in grado di fare certe cose anche altrove?
Non era una sfida personale, ma un’idea per cambiare la mia carriera dopo tanto tempo a Siviglia, ma senza alcuna sfida. E’ una possibilità che mi ha dato il destino, lavorare fuori dalla Spagna e da Siviglia e cercare di continuare a crescere come professionista in una nuova squadra. Nessuna sfida o test per dimostrare qualcosa. È tutto molto più normale. Non sono venuto a Roma per dimostrare qualcosa, ma per continuare a crescere.

Qual è l’obiettivo a lungo termine alla Roma?
Roma ha una necessità storica di raggiungere successi e titoli. Questa è la risposta facile, ma penso che l’obiettivo professionale e personale debba essere quello di far arrivare la Roma a lottare per le competizioni che gioca. Non cerchiamo solo il successo a lungo termine, ma anche di vincere a breve e migliorare nel tempo.

Nel corso degli anni, sei diventato il simbolo del ds di successo. Tutti i club vogliono avere un Monchi. Come sei arrivato a questo?
Dubito che io sia un simbolo di qualcosa. Sono un professionista che negli anni della mia carriera ha avuto fortuna e successo nel realizzare cose importanti. Altri non sono stati così bravi ma mi hanno aiutato a migliorare. Posso solo essere un riferimento per il lavoro, che è ciò che mi ha dato la possibilità di avere successo. Il lavoro ti dà successo. Bisogna dedicare la massima attenzione e coerenza, adattandosi alle circostanze, per raggiungere l’obiettivo. Quando non ci sono riuscito, ho cercato di imparare.

Il Barcellona ha investito cifre esorbitanti per prendere giocatori dal Siviglia (Alves, Adriano, Keita, Rakitic). Per loro sarebbe stato più economico prendere te prima?
No, al Barça ci sono sempre stati ottimi direttori sportivi. È normale ci sia stata tanta richiesta. Il Barça studia il livello tecnico e caratteriale dei giocatori del Siviglia, è logico perché il livello delle aspettative lì è alto, anche se non quanto al Barça. È lo stesso campionato e c’è già l’adattamento alla lingua e al paese. È logico che sia una fonte da cui attingere. Rivesciamo la cosa e diciamo che i giocatori che hanno lasciato il Siviglia hanno fatto grandi cose, così come i direttori sportivi del Barcellona.

A volte il suo nome è stato accostato al Barça, ma c’è mai stato un momento in cui è stato vicino ai blaugrana?
No. Mi è stato chiesto più volte di questa cosa, ma nessuno dal Barça mi ha mai chiamato. Ci sono sempre state voci, ma non abbiamo mai parlato direttamente dell’argomento.

Qual è il ruolo in cui è più complicato fare un buon acquisto?
I due più specifici: il portiere e l’attaccante. Il portiere perché deve evitare i gol e l’attaccante perché deve farli. È dove è più difficile trovare e colpire.

Si parlava dell’interesse della Roma per Yerry Mina a gennaio. Cosa ne pensi del colombiano?
In inverno non c’è stato niente. Lo conosciamo, ovviamente. Penso che ci vorrà tempo, come al solito, in quanto viene dal Sud America e a Barcellona c’è concorrenza.
È forte, potente, segna e gioca il pallone con ordine. Immagino che se il Barcellona lo ha preso lo è perché ha le qualità, ma è ancora presto.

Come vedi la partita di Champions League contro il Barça?
Ovviamente è difficile. È la prima parola che viene in mente. Con un’alta percentuale di possibilità per il Barça, ma non è per niente impossibile. Non è affatto già decisa. Devi lottare, sapendo che le tue possibilità sono più basse, perché è quello che dice la storia, la qualità e il fatto che abbiano un giocatore come Messi. Cercheremo di cogliere l’occasione. La speranza che c’è adesso a Roma è molto grande e la speranza a volte sposta le montagne e ti aiuta a raggiungere cose impossibili.

Il giorno del sorteggio non c’era troppo ottimismo. Con l’avvicinarsi della partita ci credi?
L’ottimismo non deve essere l’argomento di un direttore sportivo. Continuo a pensare che non abbiamo avuto fortuna nel sorteggio e che sia difficile, ma nessuno dovrebbe considerare la Roma già morta. Io mantengo la stessa opinione.

Cosa ne pensi dell’evoluzione che il Barça ha avuto con Valverde?
Penso che sia migliorato, è un cambiamento importante rispetto a Luis Enrique. Penso che sia un allenatore, per quello che ha fatto per molto tempo, con una capacità enorme e non sono sorpreso di come il Barça si sia adattato alla sua idea di gioco.

A Barcellona è stato celebrato l’accoppiamento con la Roma. Questo eccesso di sicurezza può avvantaggiarli?
Immagino che i giocatori non saranno esageratamente ottimisti quanto la stampa. Si tratta di un po’ di ignoranza, la Roma non è molto conosciuta né una squadra molto seguita, ma ha una formazione titolare con molti giocatori di livello internazionale. Sono convinto che lo spogliatoio del Barcellona non abbia lo stesso ottimismo e rispetti la Roma il più possibile. Il Barça sa che a questi livelli non ci sono avversari facile.

Per quelli che non hanno visto la Roma al di fuori della Champions League, cosa devono aspettarsi?
Non voglio darti indizi, ma è una squadra compatta, con le linee molto ravvicinate che lasciano pochi spazi, con un pressing alto ed è forte fisicamente. Questo è il riassunto, senza dare indizi.

Una delle attrazioni della partita sarà Alisson. Stai già cercando di trattenerlo?
Nessuno ce lo ha chiesto. È chiaro che sia difficile passare inosservato per le prestazioni che sta facendo. Non dimentichiamo che è il portiere del Brasile e attira molte attenzioni, ma non siamo disturbati da queste voci attorno a lui.

Immagino che il sogno di ogni direttore sportivo sia trovare un talento come Messi. Averlo da bambino per fargli fare tutta la sua carriera nella tua squadra. Ti sei mai imbattuto in un caso del genere?
Non così tanti. Qui a Roma abbiamo un esempio di questo viaggio come è Totti, che qui è nato e ha finito dopo anni avendo vinto un campionato e una Coppa del Mondo. Non è facile in questo mondo in cui ci troviamo trovare un giocatore del livello di Messi o Totti, che ha fatto tutta la sua carriera nella stessa squadra. Questo dice molto di loro, ma sono casi difficili da ripetere.

Sogni di incontrare il Siviglia più avanti in Champions League?
Se ci incontreremo sarà un buon senso perché vorrà dire che siamo passati entrambi. Sarei felice, anche se sarebbe una situazione molto complicata da gestire. Però sarebbe una gioia per entrambi.

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Bologna-Roma, i convocati: non ce la fa Ünder, si rivede Defrel

Come anticipato da Eusebio Di Francesco in conferenza stampa, al termine dell’allenamento Cengiz Ünder ha accusato un problema al retto femorale della coscia sinistra e non è stato convocato per la gara di Bologna. Verrà valutato giorno per giorno in vista della gara di Barcellona, in programma mercoledì 4 aprile alle 20.45. Tornano a disposizione invece Defrel e Luca Pellegrini, assenza confermata per Lorenzo Pellegrini. Ecco la lista completa dei convocati per la trasferta in Emilia:

PORTIERI: Alisson Becker, Bogdan Lobont, Lukasz Skorupski.

DIFENSORI: Luca Pellegrini, Juan Jesus, Aleksandar Kolarov, Elio Capradossi, Federico Fazio, Alessandro Florenzi, Bruno Peres, Jonathan Silva, Kostas Manolas.

CENTROCAMPISTI: Radja Nainggolan, Kevin Strootman, Daniele De Rossi, Maxime Gonalons, Gerson.

ATTACCANTI: Diego Perotti, Edin Dzeko, Patrik Schick, Gregoire Defrel, Stephan El Shaarawy.

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Gioia Tumminello: l’attaccante di nuovo a disposizione di Zenga

Buone notizie per Marco Tumminello. L’attaccante della Roma, in prestito al Crotone dallo scorso agosto, è finalmente tornato nella lista dei convocati, a disposizione quindi di mister Zenga per la gara contro la Fiorentina. Il giocatore, che era fermo da settembre a causa della rottura del legamento crociato del ginocchio, ha espresso la sua felicità in una storia su Instagram: “Si ricomincia! Felice di essere tornato tra i convocati“.

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Di Francesco: “Pellegrini out, Ünder ha avuto un problema. Barcellona? Pensiamo solo al Bologna. Qui dentro dobbiamo crescere”

Vigilia di Bologna-Roma, anticipo delle 12.30 nella 30^ giornata della Serie A 17/18. Eusebio Di Francesco, intervenuto in conferenza stampa, presenta il match ai microfoni dei cronisti presenti. Queste le sue parole:

Come stanno i calciatori dopo la sosta per le nazionali?
Sono rientrati quasi tutti in ottime condizioni, tranne due: Pellegrini, che sicuramente non sarà della partita contro il Bologna ma siamo ottimisti nel poterlo recuperare contro il Barcellona, valuteremo il lunedì di Pasqua il suo rientro in gruppo ma credo sia fattibile. Ünder ha avuto qualche problemino e lo stiamo valutando ora, che ha avuto un problema muscolare. Se dovesse essere tutto negativo verrà convocato ma non so se sarà utilizzato a Bologna. Niente di che.

Inciderà più l’aspetto fisico o quello mentale? 
Entrambi, ho sempre detto che sono fondamentali. Ho parlato con tutti quelli rientrati, la valutazione più importante è che alcuni giocatori sono stati usati poco o niente e altri che hanno giocato 90 minuti, devo fare una considerazione importante in vista di tutte queste gare ravvicinate.

Che gestione tecnica ci sarà domani tra Dzeko e Schick?
Sono tutti e due al 50%, o giocherà uno o l’altro. Tutto questo si lega al discorso fatto prima, oggi in allenamento ho visto delle cose, stasera farò ancora meglio le mie valutazioni, ritengo che possa giocare nel ruolo di centravanti o Edin o Patrik.

Potrebbe giocare uno tra El Shaarawy e Perotti al posto di Under?
Sì, sono tre che si giocano il posto lì davanti: Perotti, El Shaarawy e Gerson. Quello più sicuro di giocare è El Shaarawy, sempre in relazione alle sette gare importanti che abbiamo. Defrel ha meno allenamenti nelle gambe, difficilmente partirà dall’inizio.

Come ha reagito la squadra al sorteggio col Barcellona? Si sente la pressione? 
Voi lo sentite tanto, io un minimo niente. C’è il Bologna da affrontare. Non lo dico perché faccio l’allenatore e devo portare la squadra in questa direzione, ma è troppo importante mantenere la nostra posizione in classifica, sapendo che sarà una partita non facile. Loro non hanno mai vinto con una big e hanno il desiderio di poterlo fare anche se sono tranquilli. La nostra testa deve stare sul Bologna.

Schick è tornato carico. Per lei è meglio sia partito o avrebbe voluto averlo qui?
Avrei voluto averlo qui, ma spesso l’aspetto mentale fa la differenza. A volte staccare, trovare le energie e il gol può dare una carica importante. Stiamo facendo presupposti, se domani scenderà in campo mi auguro che possa dimostrare realmente che è tornato con questa grande carica.

Ci sono altre possibilità di turnover oltre a quella tra Dzeko e Schick? 
Non posso dirvi altro sull’utilizzo dei calciatori. Noi abbiamo in sette giorni tre gare importantissime. Anzi in dieci giorni ne abbiamo quattro. Da qualche parte dovrò muovere. È impensabile che io non cambi qualcosa. Ci sarà per forza il turnover, lo farò ma domani credo che farò il giusto, non esagererò. Il problema più grande si può verificare a lungo andare a seconda di come arrivi nelle altre gare. Non si può stabilire chi gioca domani, col Barcellona e con la Fiorentina. Dobbiamo prima affrontare le partite, i problemi sono dietro l’angolo. Guardate quello che è successo a Ünder, che ha avuto questo fastidio e ti condiziona nelle scelte della gara di Bologna.

Domani la famiglia sarà divisa…
Non è divisa, è tutta per mio figlio. Forse l'unico che farà il tifo per me è mio figlio piccolo.

Tuo figlio è più bravo di te tecnicamente? 
Sì, ma io ho altre qualità, anzi le avevo ora non ce le ho più (ride, ndr). È in un periodo in cui non sta facendo benissimo, deve un pochino ritrovarsi, ha fatto un percorso importante, può e deve ancora migliorare e crescere. Mi auguro possa fare molto di più di me, ha le qualità per poterlo fare.

C’è la possibilità di far riposare Kolarov? 
C’è più la possibilità che possa giocare rispetto a quella che non possa farlo. Ti ho risposto.

Col senno di poi si dà una spiegazione del calo arrivato? Nainggolan dice che succede ogni anno… 
Lui ha parlato di questi anni, non solo della mia gestione. Ci stiamo lavorando e ci dobbiamo ragionare. Sicuramente qualcosina si deve fare per non far calare fisicamente e mentalmente la squadra. Dopo il passaggio del turno col Qarabag qualcosina possiamo aver mollato, sbagliando, dopo aver vinto il girone di Champions. Nel nostro ambiente, e non parlo della parte esterna, dobbiamo crescere qui dentro. La squadra è tornata a brillare fisicamente, attraversando momenti difficili. Nei momenti difficili, che tutte le squadre attraversano, non siamo riusciti a portare a casa risultati, dobbiamo essere più cinici per portare a casa il risultato, io in primis. Sono valutazioni che faccio e che faremo in futuro.

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Il mondo di Gerson: “La vita è fatta di opportunità. In Italia ho imparato che spesso le cose più belle sono le più semplici”

Il calciatore giallorosso Gerson si è raccontato in una lunga intervista alla rivista online L'Ultimo Uomo (D.Saltari). Ecco le parole del brasiliano:

Sull'infanzia e le responsabilità.
"Per me la pressione è una cosa normale. Da quando sono piccolo sono abituato ad assumermi le mie responsabilità: ho avuto una vita, quando ero più piccolo, fatta anche di sofferenze. Ho iniziato molto presto a lavorare per aiutare la mia famiglia. Poi, grazie al mio talento calcistico sono riuscito a cambiare la vita della mia famiglia. È una cosa che mi rende orgoglioso, così come sono orgoglioso di essere giovane e di avere già una mia famiglia. È vero che ci sono molte persone che dipendono da me, ma è una cosa che mi rende felice. Saudade? Non è né più né meno il tipo di nostalgia che avrebbe un italiano se andasse a vivere in Brasile. È normale avere un po’ di nostalgia di casa ma la vita è fatta di lavoro, soprattutto, e sono qui per cogliere questa opportunità. Forse mi manca un po’ mia madre, non viene qui spesso. Non le piace viaggiare. Ho avuto un’infanzia difficile: in famiglia siamo in quattro, oltre a me ci sono altri tre fratelli, soltanto mio padre lavorava e qualche volta capitava che mancasse da mangiare. Quello che non mancava mai erano i fagioli. Ero triste della situazione perché volevo aiutare e non lo potevo fare. I miei amici dell’infanzia sono quasi tutti finiti nel giro della criminalità o in carcere, dove sono cresciuto io. E chissà io cosa avrei fatto (se non avessi fatto il calciatore, nda). Io ho sempre avuto la testa sulle spalle, non credo che avrei fatto quella fine, anche se a volte le circostanze della vita sono imprevedibili".

Gli inizi da calciatore.
"Inizi a giocare che sei piccolo, insieme a tantissimi ragazzi, e non sai se riuscirai ad arrivare in fondo ad una strada che è piena di ostacoli, di difficoltà. Poi un giorno eravamo in casa e c’era una bottiglia d’acqua sul tavolo… ad un certo punto è caduta, e io l’ho calciata al volo. Mio padre era lì con me e ha intravisto del talento. Da quel momento si è convinto che io sarei diventato un calciatore. Nessuno gli dava credito, lui è stato l’unico a crederci. Mio padre innanzitutto è stato il mio primo allenatore. Eravamo in una condizione economica difficile ma lui non si è perso d’animo, ha preso un patentino da allenatore facendo dei corsi pubblici con lo scopo di insegnarmi quello di cui avevo bisogno, quello che mi mancava calcisticamente. Mio padre è una delle persone che più ha creduto in me, in più di un’occasione si è privato di qualcosa per assecondare la mia carriera da calciatore. È vero che sono arrivato a Roma anche grazie al mio talento e alle mie forze. Ma sono consapevole che senza di lui non sarei qui oggi. Dopo è stato tutto davvero fulmineo. È stato veloce, ma è stata anche la realizzazione di un sogno. Quando si è nel settore giovanile in Brasile si parla tra ragazzi e il sogno di tutti è quello di arrivare in Europa. Ma bisogna essere preparati anche mentalmente per fare questo salto. La vita è fatta di opportunità".

Sulla maglia di Totti regalatagli da Walter Sabatini.
"Era un regalo di cui ero felice, abbiamo fatto una foto: per me non c’era nient’altro. Poi c’è sempre qualcuno pronto a polemizzare, a interpretare le cose in maniera negativa. Però dal mio punto di vista e dal punto di vista delle persone che erano lì era un semplice regalo, una bella maglia. Arrivato a Roma ho avuto subito la fortuna e il privilegio di allenarmi al fianco di Totti e di assistere in prima persona al suo addio al calcio. È un ricordo che conserverò per sempre. È stato incredibilmente emozionante".

Il primo anno alla Roma.
"Il club all’inizio aveva la percezione che avevo anche io: cioè di non essere ancora pronto per il calcio italiano e il calcio europeo. E riteneva fosse una buona idea quella di cedermi in prestito per fare esperienza. Mi rendevo conto che mi mancava ancora qualcosa però volevo restare nel club, volevo imparare ciò che mi mancava qui. Su questo ho insistito molto, fino alla fine, perché sapevo che dovevo migliorare, ma non volevo lasciare il club. Contro la Juventus effettivamente rimasi un po’ sorpreso (di essere schierato titolare, nda) perché era un periodo in cui non stavo giocando ed era una partita importantissima. In quella circostanza mancò un po’ di preparazione mentale da parte mia. A partire da quella partita, sono venuti fuori molti dubbi su quello che era il mio gioco. Dopo quella partita con la Juventus sono stato massacrato. Poi si parlò di un possibile prestito al Lille… ci sono state un po’ di situazioni che mi hanno lasciato un po’ triste, abbattuto. La delusione è durata poco perché la vita va avanti velocemente e se ci si sofferma troppo a piangersi addosso, a farne questioni di ego, ti passa davanti e neanche te ne accorgi. Questa è una cosa che mio padre mi dice da quando sono piccolo: quando si attraversano momenti di difficoltà, il tuo ruolo è quello di restare sempre a testa alta, di guardare avanti senza autocommiserarsi. Le cose non sono andate bene all’inizio. E la colpa non era né del club, né dell’allenatore… la colpa era mia, perché non ero pronto. Un calciatore deve essere sempre pronto, non soltanto fisicamente ma anche mentalmente".

La rinascita.
"Finita la stagione, sono tornato a casa e anche rivedendo amici e familiari sono entrato in un ordine di idee diverso, ho analizzato la situazione, ho capito dove ho sbagliato e sono tornato con la ferma volontà di fare meglio. Penso sia stato questo a dare la svolta della mia carriera in Europa. E credo che la morale sia di non dare la colpa agli altri, ma solo ed essenzialmente a se stessi. L'applicazione difensiva? È qualcosa che sono stato obbligato ad imparare qui in Italia. Però mi ha fatto e mi sta facendo molto bene perché invece in Brasile c’è più un calcio di qualità, tecnico in cui non si bada troppo alla fase difensiva, alle marcature. Appena arrivato qui tutti mi hanno detto che era necessario imparare a marcare, ad aiutare la squadra. Una cosa che ho imparato qui in Italia è che spesso le cose più belle sono le più semplici. A volte vuoi fare qualcosa di straordinario per impressionare gli altri e finisci per avvitarti su te stesso. Altre volte, invece, fai qualcosa di semplice e tutti restano colpiti dalla bellezza di quel gesto. Ci sono giocatori più propensi a giocare di prima o a due tocchi. A me, in certi momenti della gara, per assumermi delle responsabilità, piace tenere la palla".

I modelli.
"Da quando ho messe piede qui, Nainggolan ha sempre cercato di aiutarmi, mi piace parlare con lui e davvero lo ammiro per come interpreta il calcio, per come va in campo. Ha una grinta, una forza e un carattere straordinario, a volte gioca anche in condizioni fisiche non perfette tanto è forte il suo desiderio di aiutare la squadra. Lo guardo e spero di potermi avvicinare a quel tipo di giocatore. Non devo migliorare un singolo aspetto, la velocità, la forza, il tiro, devo concentrarmi per migliorare tutte queste cose insieme. Tutti i calciatori devono avere nella propria testa la volontà di migliorare, di imparare qualcosa sempre. Questo vale per tutti, anche per Messi, Cristiano Ronaldo, Neymar, per i migliori giocatori del mondo: puoi fare sempre qualcosa per migliorarti. Questo vale ad ogni età: a 20 anni come a 40. È importante fare una vita da professionista: andare a letto presto, venire al campo d’allenamento, allenarsi duramente, farlo tutti i giorni con questo stimolo, con questa mentalità di imparare. È soprattutto una questione mentale, la volontà di pensare che si può sempre migliorare".

Il rapporto con Ronaldinho.
"Conoscerlo è stata una delle cose più belle che mi è capitato nella vita. Il consiglio che mi ha dato è quello di essere sempre concentrato, di lavorare sempre duro perché la strada sarebbe stata difficile, complicata. Ma anche che se uno si impegna, se lavora con impegno, allora Dio gli darà sempre una mano. Ancora oggi prima di scendere in campo mi piace ripetere, a mo’ di litania, tra me e me, una frase che diceva sempre, che era: Vamos a ser feliz. Secondo me questa è una delle chiavi non soltanto nel calcio ma anche nella vita. Certo, si gioca per vincere dei titoli, per guadagnare del denaro… ma per me è importante anche andare in campo ed essere felici".

Il presente.
"Giocare a Londra col Chelsea? Per un calciatore professionista tutte le partite diventano importanti, non soltanto quelle contro il Chelsea ma anche quelle con le piccole squadre. In questo senso, io cerco di allenarmi sempre bene perché non sai mai quando arriverà l’occasione di giocare, è una cosa che ripeto in ogni intervista. È necessario allenarsi sempre al meglio perché non sai mai quando l’allenatore riterrà che meriti un’occasione. E non devi lasciarti sfuggire l’occasione perché non sai mai quando ricapiterà. Giocare al Camp Nou è un sogno. Il Barcellona è una delle migliori squadre del mondo. Andiamo lì per giocarci le nostre possibilità, per cercare di qualificarci. Sappiamo che sarà una partita difficile, ma lo sarà anche per loro. Anche incontrare Messi è uno dei sogni che avevo. Ma ne ho molti altri ancora da realizzare".

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Nainggolan: «Barcellona, Juve, Cina e video: vi dico tutto. A Capodanno ho sbagliato, però io vivo così. Andare via? Non adesso»

Il Tempo (T.Carmellini – A.Austini – E.Menghi) – Tutto d’un fiato, senza pensare troppo a come rispondere, e pazienza se qualcuno s’offende. Radja Nainggolan è così, prendere o lasciare, ed è per questo che piace ai romanisti. Tornato dal Belgio con qualche speranza in più di giocare il Mondiale, ma infastidito per il pressing asfissiante su di lui dei media locali, il centrocampista della Roma si racconta senza veli a Il Tempo. Dal video-scandalo di Capodanno di cui si è pentito alla sfida col Barcellona da affrontare «a viso aperto», dalle chiamate di Spalletti dell’estate scorsa fino all’offerta arrivata a gennaio dalla Cina, dove non è ancora arrivato il momento di andare. Il Ninja adesso è felice qui. E vuole lasciare il segno fino in fondo.

Ce la fate a pensare al Bologna o siete già con la testa a Barcellona?
«Una vittoria al Dall’Ara ci darebbe motivazione e la possibilità di continuare la striscia positiva, spero che la pausa per nazionali non influenzi la squadra perché dobbiamo giocarcela al massimo. E poi ci concentreremo sulla Champions».

Come si fa a uscire “vivi” dal Camp Nou?
«La cosa buona è che non abbiamo niente da perdere, possiamo farci ancora più belli in Europa. Affrontiamo una squadra che non ha mai perso, sarà tosta e per chi la guarda da fuori pensa che sia impossibile batterli. Questo può diventare un punto di forza per noi perché ci considerano già spacciati e magari è un aspetto che ci motiva ancora di più. Andiamo là a giocarcela a viso aperto».

Lei come ci arriva?
«Adesso sto bene, non sento più dolori mentre prima ho avuto qualche problema fisico ma ho continuato a giocare perché voglio sempre dare una mano alla squadra. Ci aspettano tante partite in pochi giorni, quindi dovremo essere consapevoli della nostra forza e tenere duro. Questo sarà il momento più importante anche per qualificarci alla prossima Champions: dobbiamo stare tutti sul pezzo».

Soddisfatto finora della sua stagione? 
«È meno esaltante rispetto all’anno scorso perché uno può giocare male ma se fa gol viene comunque elogiato. Io quest’anno segno poco, faccio qualche assist in più, però raccolgo meno attenzioni: il calcio è fatto così. Mi sento comunque a posto con me stesso, ho sempre dato il massimo, mi prendo le mie responsabilità e quando le cose vanno male possono criticarmi tranquillamente».

Il modulo c’entra? 
«Se ne parla troppo, sono caz… e. Gioco in un’altra posizione rispetto a prima ma ci sono partite in cui ho fatto benissimo partendo in un ruolo e altre in cui sono andato peggio restando lì. Forse sono un po’ meno libero, ma mi metto a disposizione dell’allenatore e non faccio nessun problema».

È vero che avete chiesto a Di Francesco di cambiare?
«No, non ci siamo mai lamentati con lui. Purtroppo a Roma è così: se i risultati non arrivano viene detto che siamo tutti contro l’allenatore. Invece non c’era nessun complotto, la gente chiacchiera troppo, è facile esprimere un pensiero e poi dire l’esatto il contrario».

Vi siete spiegati la crisi di dicembre-gennaio? 
«Non so davvero che dire. Ci succede tutti gli anni, questi cali arrivano sempre e poi ci riprendiamo. Che succede? Forse ci accontentiamo, stare lassù magari ci fa pensare che le cose andranno avanti da sole. Poi perdi una partita, non sei preparato, arriva la seconda e prendi il via. Se avessimo vinto una gara in mezzo a quel periodo magari saremmo ripartiti prima, facile dirlo a posteriori ma una spiegazione esatta non ce l’ho».

Quanto ha insistito Spalletti per portarla all’Inter?
«C’era l’interessamento da parte loro perché l’allenatore mi stima e viceversa, anche se si fanno sempre mille storie su di lui… ma lasciamo perdere. Io con Spalletti ho sempre avuto un buon rapporto, mi ha messo nelle migliori condizioni per esprimermi. Ma alla fine quest’estate non c’era nessuna possibilità che io andassi via da Roma».

Non voleva partire lei? 
«Non è che non volessi andarci, c’era un interessamento ma niente di concreto, non esisteva un’offerta, eppure si scriveva: “Spalletti si porta dietro Nainggolan, Strootman etc”. Erano soprattutto chiacchiere».

Invece la proposta dalla Cina quanto era concreta? 
«C’è stato qualcosina, nulla di serio. Sarei bugiardo a dire che i soldi non mi interessano, ho 30 anni… Però la verità è che in passato ho respinto offerte importanti, due anni fa potevo andare al Chelsea e guadagnare di più, ma per me non esiste solo l’aspetto economico. Mi spiego, un conto è dire: “vado a divertirmi due anni in Cina e a prendere i soldi”. C’è gente disposta a tutto, pure a lavarsi i panni con le sue mani, pur di andare a prendere tutti quei soldi. Un altro discorso è se devo restare a pari livello e allora mi conviene cambiare città e stile di vita così spesso? Non ho ancora questo pensiero. Sto bene qui e basta».

Di Francesco com’è rispetto a Spalletti? 
«Una persona abbastanza tranquilla, ci fa star bene come gruppo e sul 4-3-3 tatticamente secondo me è forte forte. Sta facendo risultati buoni, al primo anno in una squadra importante non è male arrivare ai quarti di Champions. Ha la positività dentro il cervello che trasmette a noi giocatori. Sia lui che Spalletti sono bravi allenatori».

Sarebbe importante dare continuità al percorso di un tecnico? 
«Sì, ora bisogna arrivare tra le prime quattro e poi Di Francesco deve rimanere per forza perché è giusto che continui lui a lavorare su questo nuovo gruppo».

Lei quante altre stagioni giocherà? 
«Ho sempre detto che non farò il calciatore fino a 40 anni per un semplice motivo: amo godermi la vita. Lo faccio anche da calciatore, che per me è sempre un hobby, mentre la cosa più importante è vivere bene. Io non ce la farei a giocare in una società importante e restare chiuso dentro casa tutto il giorno. La nostra vita è anche molto stressante, quando le cose vanno male si deve stare attenti a dove si va. Non è facile, stai in viaggio quattro giorni a settimana, dovunque ti muovi ti fanno le foto e adesso che Totti non gioca più tocca sempre a me, capito? (ride, ndr). A parte questo, io ragiono stagione per stagione, spero di continuare a stare bene, poi quando ci sarà da far spazio ai giovani, lascerò».

Si è pentito per quel video a Capodanno? 
«Ho fatto una cavolata, io il 31 dicembre non sono mai stato a casa, magari se ero in giro non sarebbe successo. Invece ho preso il telefono, è successo quello che è successo, mi dispiace perché ho dato un brutto esempio, ma io non sono così: ho due figlie, sono bravo e cerco di insegnare loro il massimo possibile. Soprattutto nei loro confronti è stata una cosa sbagliatissima. Però in quelle situazioni non si capisce più niente e scusarsi dopo non serve. È capitato una volta, mica tutti i giorni combino cose del genere».

La tribuna con l’Atalanta come l’ha presa? 
«La società mi ha fatto una multa salata, ha preso una decisione che ho condiviso tranquillamente, non c’è stata nessuna rottura tra me e Monchi, l’allenatore o il presidente. Non ho detto mezza parola, era giusto così, mi prendo le mie responsabilità, sto zitto, pedalo, prima si smette di parlarne e meglio è». Prendiamola a ridere: a padel gioca meglio rispetto a quel video? «Non vedevo più le palle, quindi… (ride, ndr)».

Tra i commenti in diretta è spuntato Balotelli. 
«Sì, quello me lo ricordo… Non posso dire niente contro lui, come stile di vita siamo molto simili, una persona ha diritto di fare ciò che vuole: io la vedo così. Qui in Italia Mario ha la stessa attenzione che i media belgi rivolgono a me, chiamano anche lui il “bad boy”, ma sono tutte scemenze. Non ho mai avuto problemi con i miei compagni, non faccio male a nessuno e lascio tutti tranquilli. Però poi ti vedono fare una singola cosa e montano una storia enorme: in Belgio sono troppo pesanti. Purtroppo se commetti un errore a 18-19 anni ti appiccicano un’etichetta addosso e te la porti avanti per sempre».

Si è ricreduto su di lei il ct Martinez? 
«Mi sa di no, ha detto che non farà le scelte in base al pubblico, capito? A parte gli scherzi, sono contento perché ho avvertito l’affetto della gente e non me l’aspettavo. Adesso ho conosciuto meglio la parte umana dell’allenatore, non immaginavo fosse così: mi è successa una cosa particolare, ho chiesto un permesso e mi ha lasciato andare nonostante ci fosse la rifinitura. Nella mia posizione avevo anche paura di chiederlo, ma me l’ha dato tranquillamente».

Ai Mondiali ci andrà?
«Lo spero, ce la sto mettendo tutta, ma non dipende da me. Ci ho già creduto quattro anni fa e non mi hanno convocato quindi ora penso a fare il mio e lascio la scelta a Martinez, anche se penso di meritarmi uno spazio».

Come fa ad avere tutti questi talenti il Belgio? 
«Il settore giovanile è all’avanguardia a livello mondiale, in passato l’Anderlecht giocava il Viareggio con un squadra sotto età di un anno ed entrava sempre fra le migliori otto. Poi non tutti arrivano in fondo, il contesto dove cresci a volte è difficile, io ho avuto la fortuna di spostarmi in Italia molto giovane, crescere e lasciarmi tutto dietro. Come nazionale possiamo migliorare: all’Europeo siamo usciti troppo presto».

E lo scudetto chi spera lo vinca?
«Dico la verità, ce l’ho con la Juve ma spero lo vincano loro. Niente contro il Napoli, per come giocano se lo meritano, ma se per cinque anni arrivo sempre secondo e poi lo vince una squadra diversa dalla Juve, mi roderebbe. Mertens non me ne voglia».

Qual è la vostra vera rivale per entrare in Champions? 
«Dipende soprattutto da noi. La Lazio ha l’Europa League, gioca di giovedì e non saràfacile. L’Inter è una squadra che ha fatto cinque partite male, poi è andata a Genova su un campo durissimo e ha vinto 0-5: cose inspiegabili. Noi abbiamo avuto un calo, magari anche loro e sono ripartiti adesso. Spero che alla fine la Roma sarà tra le prime quattro perché è troppo importante. Ci sono ancora scontri diretti da giocare, noi abbiamo il derby».

La Lazio si sta lamentando per i torti arbitrali. 
«Vedono rigori anche quando non ci sono e secondo me è capitato che in qualche partita siano stati agevolati. È successo pure a noi in passato di protestare tanto, ad esempio quando ci hanno fischiato contro due rigori con la Juve per falli avvenuti fuori area. Gli episodi sono infiniti, però si deve andare avanti. Invece i laziali parlano ancora deifatti della terza giornata, ma siamo arrivati alla trentesima…».

La Var le piace?
«Viene usata un po’ troppo, l’arbitro è condizionato e se decidi guardando i replay allora potrei fare anch’io il loro mestiere. Sbagliare è umano, gli errori li commettiamo tutti, secondo me la Var dev’essere presa in causa solo nei momenti importanti della partita, non ogni mezza cosa altrimenti il gioco si ferma troppo spesso. Ho visto dare un cartellino rosso per un’entrata valutata al video mentre in campo quel giocatore non era stato neppure ammonito. Ma se l’arbitro non se la sente di dare un’espulsione deve restare buona la sua valutazione dal vivo».

Giudizio su Monchi? 
«Bravissimo. Sta tutti i giorni qua, rispetto a Sabatini è più coinvolto nello spogliatoio, viene, parla, è sempre disponibile e quando c’è da dire una cosa lo fa, se c’è da rimproverarci non ha problemi: le persone così mi piacciono».

E Totti dirigente? 
«Lo aiuta molto. Ha appena smesso, sa come stare vicino alla squadra e in che modo ragionano i calciatori. Si danno una mano a vicenda, l’inserimento di Monchi così positivo dentro lo spogliatoio è stato possibile anche grazie a Francesco, che a volte ci parla in nome del direttore sportivo. E in certi casi per noi è più facile ascoltare Totti piuttosto che Monchi».

Perché Schick sta faticando? 
«È un ragazzino, ha 20 anni. Alla Samp ha fatto benissimo, si vede che ha tanta qualità, in allenamento fa cose da giocatore importante, ma a Roma devi dimostrare tutto subito, avere le ossa pronte ed è difficile. Qui se sbagli le prime tre partite ti iniziano a fischiare. Lui ha anche paura perché l’hanno pagato molto, si mette sempre a disposizione, dà il massimo, vorrebbe incidere subito e forse gli manca il gol. Ma non ho dubbi: è forte».

Perché ha tagliato la cresta?
«L’ho tolta solo per un periodo, poi me la rifaccio. È una cosa mia, piace tanto ai bambini e tra poco tornerò alla “normalità”».

Un rimpianto ce l’ha? 
«Mi ripeto tutti i giorni la stessa frase: “domani posso anche non esserci più ma mi sono goduto la vita al massimo come volevo”. Quindi i rimpianti sono pochi».

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Nainggolan: “Andiamo a Barcellona per giocarcela a viso aperto visto, non abbiamo nulla da perdere”

Il centrocampista giallorosso Radja Nainggolan ha rilasciato un’intervista al quotidiano Il Tempo. Questa un’anticipazione delle parole del belga:

Adesso c’è il Bologna ma chiaramente l’attenzione è per la partita della prossima settimana contro il Barcellona…
No, magari è quello che fanno più da fuori. Penso che noi abbiamo una partita sicuramente difficile a Bologna dove anche in passato abbiamo avuto qualche difficoltà. Bisogna affrontarla al massimo e poi ci concentreremo per la partita di Barcellona.

Come si prepara una partita contro una squadra come il Barcellona?
Penso che sia una partita molto difficile, ma si sa. La cosa buona è che non abbiamo niente da perdere. Possiamo solo far bene, possiamo farci ancora più belli in Europa. Quindi cerchiamo di vincere contro il Bologna, perché comunque sia una vittoria ti da sempre una motivazione in più per continuare una striscia buona. Spero poi che questo riposo per le nazionali non avrà avuto qualche influenza magari sulle prestazioni della squadra, perché adesso arriva una partita dopo l’altra e dobbiamo stare bene come abbiamo finito.

Tu eri in campo quella sera al Camp Nou in quel 6-1. Avete imparato qualcosa? Come si gioca in quello stadio?
È una partita difficile, è una squadra che ancora non ha perso e sicuramente sappiamo che è una partita tosta. Per come la pensa la gente fuori è una partita impossibile, ma magari per noi può diventare un punto di forza visto che la gente ci da già per perdenti, poi magari ci può dare qualche motivazione in più. Ripeto noi andiamo là per giocarcela a viso aperto visto che non abbiamo nulla da perdere.

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Monchi: “Non si vende perché si vuole vendere, ma perché ci sono delle norme da rispettare”

Monchi, direttore sportivo della Roma, si è raccontato ai microfoni di Fox Sports. Questa un'anticipazione dell'intervista, che verrà  trasmessa domani alle 19.30:

Sul metodo di lavoro…
Io mantengo sempre una teoria che non so se sia giusta o sbagliata. Non possiamo dimenticarci che un calciatore è un calciatore e una persona. Il giocatore difficilmente dimentica di giocare a calcio, se ha qualità quella rimane. Alcune volte dimentichiamo che il rendimento del giocatore non ha nulla a che vedere con il giocatore, ma con la persona che sta dietro al giocatore. Pertanto dobbiamo provare a conoscere, più rapidamente possibile, questa persona per approfondirla sotto tutti i punti di vista, informandoci direttamente sul giocatore e su quello che gli sta intorno, come la famiglia. Perché se arriviamo alla persona e siamo capaci di porla in uno stato di felicità, il giocatore giocherà meglio. La virtù della società e della squadra deve essere quella di accorciare i tempi di inserimento e adattamento. Fortunato quando Rakitic trovò una fidanzata andalusa? Questo rientra nel fattore fortuna che anch’esso esiste.

Sullo stadio…
La capacità di generare incassi che un nuovo stadio evidentemente presuppone, farà in modo che vengano reinvestiti per diventare una società più moderna e soprattutto più potente.

Sulla permanenza dei giocatori alla Roma…
Questo è il nostro pane quotidiano, come si dice in Spagna, l’eterna discussione se si vende tanto o meno. La Roma vende, quasi tutte le squadre del mondo vendono; l’ho già detto tante volte, non si vende perché si vuole vendere ma perché ci sono delle norme da rispettare che ti obbligano a far quadrare il bilancio e generare una plusvalenza per poter avere un organico di alto livello. È lo stesso discorso che facevo a Siviglia e lo conoscete a memoria.

Tre persone che non conosce per andare a cena. Chi sceglie? 
Difficile. Andrei possibilmente con Gesù Cristo, con un politico importante e con uno storico. A me piace molto la storia, la politica e sono molto cattolico, per questo scelgo queste tre persone.