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Roma, si può sperare

La notte di Anfield è targata Mohamed Salah. L’egiziano rifila una doppietta ai suoi ex compagni di squadra, apparsi impauriti per quasi tutta la gara. Il Liverpool, imbattuto nei 13 match stagionali in Champions e miglior attacco della competizione con 38 reti, supera 5 a 2 la Roma e, dopo l’andata, è vicinissimo a Kiev. I gol di Dzeko e Perotti però danno un senso al match del 2 maggio all’Olimpico: come è successo contro il Barcellona, il 10 aprile, per la qualificazione serve vincere minimo 3-0. Come riporta Il Messaggero, è il singolo che fa la differenza più del sistema di gioco che è lo stesso usato per demolire il Barça. Salah incute paura nella difesa giallorossa e mette in seria difficoltà soprattutto Juan Jesus. Gli uomini di Di Francesco si spengono nel primo tempo dopo la traversa di Kolarov e riaccendono la luce soltanto negli ultimi 15 minuti. Nel mezzo il blackout della Roma che si abbassa per proteggersi concedendosi agli attacchi in velocità dei Reds. Mané e Firmino sembrano chiudere i giochi portando la propria squadra sul 5-0. Il finale, però, è della Roma che trova due reti importanti per il ritorno grazie al cambio modulo tornando con il 4-3-3. All’Olimpicobisogna comunque andare per provarci, magari con più coraggio di quanto si è visto ad Anfield.

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La notte che la Roma aspettava da una vita

LA REPUBBLICA (M. PINCI) –  A chi verrebbe in mente, dovendo affrontare un’impresa, di alloggiare all’hotel Titanic? Alla Roma evidentemente sono meno scaramantici del presidente Pallotta, ma forse perché ai paradossi sono abituati. Non è forse paradossale inseguire una finale di Champions League partendo da Liverpool, il “nemico” che ti tolse la gioia di vincerla in casa. E giocarsela al primo anno senza il tuo giocatore più forte. Un anno fa, Monchi abbatteva il totem Totti: con dolcezza, convincendolo a guardare avanti e non indietro. Parevano le basi perché questo fosse una sorta di anno zero, quello in cui i fedeli di una religione improvvisamente decapitata cercano di capire che direzione prendere senza il loro messia. Invece è successo altro. Che la squadra senza Totti si ritrovi a giocare la semifinale di Champions League, a Liverpool, riannodando il filo della storia strappato 34 anni fa. Come se si fosse improvvisamente emancipata da un padre affettuoso ma troppo presente. «Francesco è una luce abbagliante, che non smette di brillare, ma di fatto questo è un tappo per chi sta dietro » , aveva detto l’ex ds Sabatini lasciando Trigoria: pare quasi una profezia, oggi che è saltato quel tappo la Roma ha lasciato uscire tutte le proprie bollicine.

Totti aveva smesso con un cruccio: più di uno scudetto- bis, alla sua carriera romanista era mancata proprio l’affermazione in Europa. La Champions l’aveva giocata sporadicamente e abbandonata al massimo ai quarti, anche quando il mondo lo guardava come la star del calcio italiano, candidandolo al Pallone d’Oro. Chissà che sensazioni hanno attraversato il suo cuore quando ha visto la Roma, che aveva lasciato orfana e commossa il 28 maggio, riuscire dove lui non era riuscito mai: eliminare il Barcellona e arrivare qui, a giocarsi in due atti un biglietto per la finale di Kiev. Di Francesco, che avrebbe voluto allenarlo, nella sua assenza ha ricreato un gruppo e una squadra persino più forti. In cui Totti ha saputo ritagliarsi uno spazio nuovo, da “spalla”: del tecnico, per gestire le tensioni. Dei calciatori, per mediare col club come quando aiutò Nainggolan a gestire le scorie del video blasfemo di capodanno. Perché è riuscito ad abbandonare gli scarpini, ma non quello spogliatoio in cui aveva trascorso gli ultimi 25 anni di vita.

E in fondo non è andata in modo molto diverso al Liverpool, che la semifinale tornerà a giocarla esattamente 10 anni dopo l’ultima volta. Il punto più alto di una lunga ascesa, iniziata nel 2015: l’anno dell’arrivo di Jürgen Klopp, ma pure quello dell’addio del mito Steven Gerrard. Forse uno dei pochissimi calciatori al mondo paragonabili a Totti per identificazione con la propria squadra: lui a staccarsi ci aveva provato, volando a Los Angeles. Era tornato un anno dopo, perché il bisogno di casa era lo stesso di Francesco: oggi allena i ragazzini di 17 anni delle giovanili dei Reds, che quasi per gratitudine acquisteranno, affidandoglielo, il talento di suo cugino 16enne, Bobby Duncan. Come a sperare in un’eredità.

Oggi Totti e Gerrard vedranno ad Anfield un incontro atteso da 16 anni. Ma la Romaabbatterà un altro tabù: dopo cinque anni, sulla divisa tornerà un marchio, la Qatar Airways, nuovo sponsor da 40 milioni in 3 anni. Curiosamente, “strappato” al Barcellona: come il pass per questa semifinale.

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Liverpool-Roma, le probabili formazioni dei quotidiani

La Roma torna a giocarsi una semifinale di Champions League e lo fa con il Liverpool, squadra che l’aveva battuta nella finale del 1984. Nella partita d’andata ad Anfield, Di Francesco è orientato a schierare un 3-4-2-1, ma ecco le probabili formazioni dei quotidiani: 

LA GAZZETTA DELLO SPORT
Alisson; Fazio, Manolas, Jesus; Florenzi, Strootman, De Rossi, Kolarov; Nainggolan, Under; Dzeko.

LEGGO
Alisson; Fazio, Manolas, Jesus; Florenzi, De Rossi, Strootman, Kolarov; Under, Nainggolan; Dzeko.

CORRIERE DELLA SERA
Alisson; Fazio, Manolas, Jesus; Florenzi, De Rossi, Strootman, Kolarov; Under, Nainggolan; Dzeko.

IL MESSAGGERO
Alisson; Fazio, Manolas, Jesus; Florenzi, Strootman, De Rossi, Kolarov; Nainggolan, Under; Dzeko.

IL TEMPO
Alisson; Fazio, Manolas, Jesus; Florenzi, Strootman, De Rossi, Kolarov; Nainggolan, Under; Dzeko.

CORRIERE DELLO SPORT
Alisson; Fazio, Manolas, Jesus; Florenzi, De Rossi, Strootman, Kolarov; Under, Nainggolan; Dzeko.

REPUBBLICA
Alisson; Fazio, Manolas, Juan Jesus; Florenzi, Strootman, De Rossi, Kolarov; Nainggolan, Under; Dzeko.

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Monchi: “Il calcio e la Roma, il mio pazzo mondo. Di Francesco mi ha rapito”

IL MESSAGGERO (A.Angeloni – M.Caputi – U.Trani – S.Carina) – Si definisce matto. Matto come maniaco. Cioè maniaco nel lavoro. Puntiglioso, esigente. «Sono ambizioso, mi piacciono i fatti non le parole. La gente è stufa delle parole». Monchi racconta la sua esperienza romana, con un italiano molto sofisticato. A un anno dal suo arrivo, è cambiato lui ed è cambiata la Roma. Errori ne sono stati commessi, la splendida avventura in Champions sembrerebbe dire il contrario. «Costruisci una squadra forte e non vinci, poi ne fai una più debole e arrivi fino in fondo. Nel calcio è così». Parla di calciatori e di contesti, come se esistesse un luogo naturale che aiuti un atleta a crescere. «Un giocatore è una persona, con i suoi problemi, le sue esigenze, la sua vita. Funziona da una parte, non funziona da un’altra. Eppure è sempre lo stesso giocatore. Io a Siviglia ho lavorato in un certo modo, qui devo comportarmi in maniera diversa. E’ un concetto che ho capito dopo qualche tempo. Ma ora sono calato nell’ambiente».

La Roma costruita da lei è incompleta…
«Se penso di aver fatto una squadra perfetta, sbaglio; ma sbaglia pure chi sostiene che sia incompleta. Ci sono tante cose che cambiano in una stagione. Alcune anche difficili da gestire. Penso che una rosa limitata non arrivi in semifinale di Champions e non lotti per il terzo posto. Detto questo, penso che tutto sia migliorabile. Parlavo col mio amico Emery, mi ha detto “voi non vi rendete di cosa avete fatto realmente”, riferendosi al dopo Barcellona. La squadra non è perfetta, ne sono convinto, ma ha tante virtù e per questo oggi siamo in un sogno».

Che direttore sportivo è lei?
«Il lavoro di un ds non è solo prendere o vendere un giocatore, ma si sviluppa giorno per giorno. È un lavoro difficile da giudicare. Dopo un anno qui conosco meglio la società, questo calcio e forse questo mi è mancato nel mio primo lavoro di programmazione. E’ la prima volta che esco dalla mia comfort zone dopo ventinove anni».

Come si pone nel suo lavoro?
«Ho smesso di giocare molto presto per un problema alla spalla e ho fatto un anno il team manager. Poi subito il ds in un momento difficile della società, a un passo dal fallimento. Entro nello spogliatoio, vedo tanti miei compagni e, non so se sbagliando, ho provato a essere un ds più di spogliatoio che di ufficio. Ha funzionato, ho continuato così: faccio colazione con i calciatori e con i magazzinieri, vado nel pullman con loro, sto nello spogliatoio, parlo con loro di politica o di amicizie. Il problema non è la qualità dei calciatori, ma la persona. Spesso manca la persona per un rendimento ottimo. Bisogna stare vicino ai calciatori. Una volta volevo prendere Bielsa. Lui mi ha detto che mi avrebbe fatto entrare nello spogliatoio ma non lo avrebbe gradito. Non l’ho più preso. Oggi però siamo ancora amici».

Vale anche per l’allenatore?
«È la persona più sola del calcio. Tutti siamo allenatori, tutti prendiamo le distanze dall’allenatore, però. Per questo credo che un ds deve stare molto vicino al suo tecnico. Il ds deve essere uno strumento per l’allenatore, con la scelte che fa va incontro a problemi. Per questo giorno per giorno è importante il ds: così capisco meglio quando arrivano i guai. Se risolvi i problemi prima che diventino grandi è meglio. Io sono un po’ matto, sono imbevuto di bilardismo. Bilardo era ossessionato dai piccoli dettagli. Io sono così. Penso che i grandi successi arrivino dai piccoli dettagli».

Quando sceglie un calciatore, guarda se sia anche la persona giusta?
«La risposta ideale sarebbe sì, ma direi una bugia. Prendo un giocatore in un contesto, ma quando arriva qui c’è un nuovo contesto. Non posso sapere cosa succede alla persona quando arriva. Io provo a capire il suo carattere. Ad esempio Poulsen, era perfetto, professionista al 100%».

A Totti questo non lo dica.
«No, altrimenti si arrabbierebbe (ride)»

E se prende un giocatore non idoneo?
«Ci sono circostanze che non puoi prevedere a volte, circostanze che colpiscono la persona. Non è un alibi, ma a volte la società non può gestirle. Accadono e basta. Avevo una squadra fortissima al Siviglia, che è arrivata nona e che in estate ha prodotto 200 milioni di cessioni. L’anno successivo, con una rosa meno forte, ha vinto l’Europa League».

Balotelli è un profilo che interessa?
«Questa è una domanda trabocchetto. Se tu hai bisogno di questo tipo di giocatore, lo puoi prendere. Edin e Balotelli sono il giorno e la notte. Se mi dici un vice Dzeko, in generale si cerca un giocatore con le caratteristiche simili. Il giudizio su Balotelli non si può fare solo sulla persona ma si deve riflettere sul suo livello tecnico, che è da giocatore importante. È un profilo che non scarto».

Quante partite vede a settimana?
«Dieci, quindici: vedo tante immagini, tanti video tagliati. Però per capire bene un giocatore va seguito tante volte e in tante circostanze diverse. Meglio dal vivo»

Come si spiega la Roma in semifinale ma così lontana dallo scudetto?
«Nel calcio purtroppo o fortunatamente 2+2 non sempre fa 4. È vero che mancano punti, ma ne mancano alcuni per cattivo rendimento e qualcuno per sfortuna. L’esperienza è la madre di tutta la scienza. Noi ora abbiamo accumulato una esperienza importante. Dovete pensare che c’è un nuovo allenatore e un nuovo ds. Io sono ambizioso, ma credo che se all’inizio della stagione mi avessero prefigurato questo momento… Insomma, non possiamo restare con un pensiero negativo».

Ma cose da migliorare ci sono…
«È vero, non so se molto o poco ma qualcosa sì. Sappiamo dove abbiamo sbagliato e dove abbiamo fatto bene, ora possiamo pianificare la prossima stagione. Se restiamo fermi a riflettere solo sulla distanza dalla Juve non va bene, c’è sempre una semifinale di Champions conquistata. Quando abbiamo vinto la prima Europa League a Eindhoven con il Siviglia, abbiamo passato la notte in Olanda. Durante il volo per tornare ho detto al mio presidente “ora dobbiamo lavorare eh! Non è difficile arrivare in cima, è difficile rimanervi”».

Dove vuole portare la Roma?
«Più vicino al successo. Se arrivi tante volte vicino, vinci. Oggi lo siamo, passi indietro non ne possiamo fare. Una cosa è dire che qualcosa non è andata bene, una cosa però è dire che è tutto sbagliato».

Quanto c’è di Monchi in questa semifinale?
«Penso che nella vita poche cose sono coincidenze ma caricare il successo in semifinale sul ds mi sembra una follia».

Il suo Siviglia ha costruito i successi in Europa, mentre nella Liga è arrivato una sola volta tra le prime 4 negli ultimi 10 anni. E’ un caso?
«La filosofia del Siviglia era diversa da qui. Storicamente, quando giocavo lì , andavamo al nostro Circo Massimo per festeggiare la qualificazione in coppa. In 58 anni il Siviglia non aveva giocato una semifinale. Quando trovavamo la strada dell’Europa League, quando eravamo lì vicini alla vittoria, dimenticavamo tutto il resto. Al tifoso interessa la vittoria, s’è stancato delle parole».

Cosa pensa quando sente Sabatini dire che questa squadra la sente sua?
«Ma è vero. Questa squadra ha tanto lavoro di Walter. Io la parola “mia” non la uso, la Roma è dei tifosi. Se il Siviglia avesse vinto il successo sarebbe stato mio perché ne sono tifoso».

La Roma del futuro come la immagina?
«Bisogna prima di tutto sedersi e capire dove vogliamo arrivare. Anche Di Francesco ha cambiato modulo. Questo significa che proviamo a trovare la soluzione che ci alzi il livello di rendimento. Prima di tutto dobbiamo lavorare insieme senza dimenticare che sopra di noi c’è la società, che è l’unica cosa che resta. Non si prendono decisioni solo con le idee del ds e dell’allenatore, altrimenti dimentichiamo la cosa più importante, la sostenibilità della società. Oggi per fortuna non possiamo decidere qual è la rosa della prossima stagione, perché ci sono tante cose che possono cambiare. Siamo in diverse posizioni, dalla più negativa, eliminati dal Liverpool, o al terzo posto e campioni d’Europa. Cambia tutto. Prima di decidere dove vogliamo arrivare, dobbiamo capire l’idea del mister e la disponibilità della società a livello di capacità economica e di brand. Può sembrare una follia, ma il brand è decisivo».

Così tanto?
«Ho visto un cambio tra prima e dopo la gara col Barcellona nella risposta dei procuratori e dei giocatori».

Come nasce l’idea Di Francesco?
«Quando sono arrivato qui in Italia avevo già fatto delle scelte: pensavo che un ds straniero dovesse prendere un allenatore italiano. Quindi ne ho disegnato il profilo: uno che potesse conoscere la Roma, che avesse fame, che nel suo percorso i calciatori da lui allenati avessero fatto una crescita sportiva ed economica. Di Francesco incarnava questi principi. Ho fatto 3 appuntamenti con lui: dopo il primo ero già convinto. Un allenatore con me si ritrova a lavorare con un ds molto “matto”. Forse il miglior allenatore del mondo non potrebbe lavorare con me se non ci fosse sintonia. Per questo era importante capire la sinergia tra noi. C’è stata dal primo momento. Se non instauro un buon rapporto con l’allenatore, non si può lavorare bene. Io ho bisogno di capire che l’allenatore si fidi di me. Ora c’era bisogno di un allenatore così, un’altra volta magari servirà uno con caratteristiche diverse».

Interviene anche sulle questioni tattiche?
«Se mi viene chiesto, do un parere, altrimenti no».

Roma e il calcio italiano sono come li immaginava?
«Oggi credo di essere cresciuto come professionista, come persona e sono contento. È vero che ho avuto bisogno di tempo per capire che il tifoso della Roma è stanco di ascoltare parole, vuole fatti. A volte dobbiamo metterci nella testa dei tifosi e capire che sono stanchi, non vogliono che uno spagnolo arrivi e dice cosa diventerà la Roma. La gente è stanca di ascoltare. Oggi per fortuna sono felici perché abbiamo fatto qualcosa».

Cosa non è ancora riuscito a fare?
«Ho avuto dal primo giorno la libertà assoluta per fare quello che voglio. È vero che è mancata una cosa, il tempo mentale. Ho sbagliato a pensare che lo stesso Monchi di Siviglia potesse funzionare qui. Una volta che ho lavorato su questo mancava tempo. Ma è stato un mio problema. Qui ho autonomia totale, parlo tutti i giorni con Pallotta. Ho autonomia ma comunico su tutto. Credo sia giusto così. Se decido di vendere, vendo. La responsabilità deve essere sempre collegata all’autonomia».

Dzeko stava andando via a gennaio. Sarebbe stato un bel problema.
«Capisco che a volte il messaggio che può usare un ds potrebbe sembrare una bugia, perché è vero che non possiamo raccontare tutto tutto tutto. Ma io dico meno bugie possibili. In una conferenza io ho detto che noi, per via del FFP, dovevamo fare una plusvalenza. E che ero obbligato ad ascoltare tutte le offerte. È arrivata una offerta più o meno interessante per Edin. Per questo abbiamo fatto uno step in più, ma alla fine non si è trovato l’accordo perché l’accordo In dieci gironi di negoziazione ho visto Edin fuori dalla Roma, ma gli ultimi giorni non avevo dubbi sulla sua permanenza: nessuna delle tre parti era convinta dell’operazione».

Prenderebbe un giocatore spagnolo?
«Se posso, sì. Il calcio italiano è diventato un po’ più spagnolo e viceversa, quindi si sono avvicinati. Oggi il divario non è così lontano».

Che sensazioni le provoca il Liverpool?
«Non ho mai giocato ad Anfield, ma l’ultima finale che ho vinto col Siviglia è stata proprio contro i Reds. Per me sarà un debutto».

Rivedrà Salah.
«Non ho un grande rapporto con lui, è molto timido e siamo stati insieme poco tempo. Ma ci saluteremo carinamente».

Firmerebbe per arrivare quinto in campionato ma in finale?
«Se so che vinciamo la Champions sì. Per i tifosi è meglio arrivare in finale, ma per noi è più importante conquistare la qualificazione. Sono due cose differenti: la qualificazione in campionato porta soldi per la prossima stagione, quelli che entrano per il percorso in Champions vanno in questo bilancio».

In sintesi: lo scorso mercato la Roma ha pagato l’eliminazione nel preliminare 2016 contro il Porto…
«Sì».

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Kevin Strootman: “Odio il Fantacalcio e la parola leader. Ora aspetto Salah”

LA REPUBBLICA (M.Pinci) – Tra le istantanee della notte col Barcellona, ce ne è una che lo ritrae euforico. Alisson ha inciso un commento evocativo: “Sorride!”. Perché Kevin Strootman ha fama da duro, ma quella partita gli ha sciolto il cuore: «Non dirò che è stata la mia migliore: voglio che sia tra qualche settimana».

Eppure, il suo amico Salah dice che la Roma avrebbe voluto evitare il Liverpool.
«Se lo dice lui va bene. In semifinale giochi con squadre fortissime, Bayern e Real sono di un altro livello e il Liverpool sta facendo bene. Noi abbiamo voglia di arrivare in finale. Salah è il più pericoloso, in campo non saremo amici».

Vi siete scritti in questi giorni?
«Le ultime due volte non mi ha risposto, ha cambiato sei volte numero. Gli riscriverò dopo la semifinale. Speriamo di rivivere una serata come col Barça. Il video del terzo gol l’avrò rivisto 500 volte: lo stadio era magico».

Quando avete iniziato a credere all’impresa?
«Prima della partita ci credevamo forse il 10%, sapevamo sarebbe servita la perfezione. Dopo il primo gol ci siamo detti: “Ce la possiamo fare”. La difesa è stata spettacolare, la prendevano sempre loro. Nello spogliatoio c’era lo spirito per fare quella partita».

Nata da un modulo, il 3-4-3, imparato in due giorni.
«Ma lo avevamo fatto già lo scorso anno, tutti sapevamo cosa fare, con le indicazioni del mister e dello staff. Son stati perfetti anche i tempi: abbiamo segnato subito, un altro dopo l’intervallo e il terzo non troppo presto ( ride). Ero sicuro che non ci avrebbero segnato più».

Con chi ha condiviso la gioia?
«Con i miei genitori. Non stanno più insieme, ma sono sempre venuti a vedere le partite. A 14 anni giocavo già a un livello più alto di mio fratello, lui aveva scelto di giocare con i suoi amici e loro andavano a vedere anche lui. Ci hanno sostenuto sempre. Venivano a seguirci sui campetti il sabato mattina, alle 8.30, con un freddo a meno 15: se adesso sono in semifinale di Champions è pure per loro una cosa speciale».

Sono dedicate a loro le stelle che ha tatuate sul braccio?
«Sono le date di nascita di mio fratello, di mio padre e di mia madre. Il prossimo sarà per mia figlia».

Strootman il duro che diventa papà?
«Tutti mi dicevano che sarebbe stato speciale. Non vedo l’ora. Io e Thara l’abbiamo voluto. Per tanta gente è difficile avere figli, noi abbiamo ricevuto un miracolo. Quando arrivammo, lei studiava per diventare maestra e viveva qui con me, viaggiava ogni settimana tra Roma e l’Olanda. Non era facile, ma siamo a due ore da casa, in una delle più belle città del mondo, non in Russia o in un posto disagevole. Ora ha finito e abbiamo preso un cane. E poi le famiglie vengono a trovarci».

Il suo primo ricordo legato al calcio?
«Avevo 3-4 anni, giocavo in giardino ogni giorno con mio fratello, più grande di me. A 4-5 anni andai in una squadra, non potevano farmi giocare con la categoria F-1, perché non avevo ancora 6 anni. Poi ricordo il Mondiale ‘94. Per voi è quello di Baggio, per me quello della punizione di Branco che ha fatto fuori l’Olanda».

L’infortunio al ginocchio l’ha cambiata?
«Chi non ne ha avuti può entrare in campo e tirare cento palloni in porta, se lo faccio io non gioco più per tre settimane. Quando devi fare 50-55 partite all’anno, serve professionalità».

Si sente un leader?
«È bello sentirselo dire, ma per me i leader sono De Rossi, Kolarov. Se vinciamo sono un leader, se perdiamo non lo sono più. Nel calcio è così. Perciò è una parola che non mi piace».

Cos’altro non le piace?
«Il Fantacalcio. C’è gente che mi scrive: “Kevin, mi fai un gol per il Fantacalcio?” Ma come, solo per quello devo far gol?».

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Fazio: «La mia Roma-Liverpool è un sogno, non un incubo. La storia comincia qui»

CORRIERE DELLA SERA – Il centrale argentino Federico Fazio si è raccontato alla vigilia di Liverpool-Roma. Ecco uno stralcio delle sue parole: “A me piace il calcio. Non solo giocarlo, ma anche guardarlo e studiarlo. Le squadre storiche: il Real Madrid degli anni Sessanta, il Milan di Sacchi, le grandi argentine che voi magari conoscete poco. Certo che so che cosa è successo tra Roma e Liverpool il 30 maggio 1984. Basta andare su un social… Però, proprio per questo, vorrei ribadire un concetto: quella di domani contro il Liverpool, ad Anfield, uno stadio storico, è la nostra partita. Siamo in semifinale di Champions League perché abbiamo lavorato duro, eliminando Chelsea, Atletico Madrid, Shakhtar e Barcellona. Niente succede per caso. Rispetto i sentimenti di tutti, ma non voglio trascinare il passato nel presente. Questa per me è una partita da giocare e da godere”.

Immaginiamo: tra otto giorni, all’Olimpico, si va ai calci di rigore. Lei che fa? Tira? Su Falcao che non si presenta sul dischetto, qui, stanno ancora a discutere…
«Non sono un rigorista, ma se l’allenatore me lo chiede certo che lo tiro».

Conoscete meglio voi Momo Salah o è lui che conosce meglio voi?
«È una bella gara. Diciamo che noi lo conosciamo benissimo e che lui ci conosce bene perché è stato nella Roma di Spalletti e non in quella di Di Francesco. Detto questo, il Liverpool non è soltanto Salah. Se pensiamo soltanto a fermare lui, sbagliamo».

Ha parlato di Anfield e del suo impatto sui giocatori. Lo sa che la Roma è l’unica tra le semifinaliste a non avere il suo stadio di proprietà?
«Avere i tifosi a un centimetro è importantissimo. Uno stadio crea identità, diventa la tua casa, può fare la differenza. Anche per questo è alla base del progetto della Roma».

Roma è la Città Eterna, non ama che qualcuno le insegni qualcosa. Però nel calcio ha vinto poco e Siviglia tanto, per esempio cinque tra Coppe Uefa e Europa League. Che cosa porterebbe qui, con la bacchetta magica, dopo aver già portato il direttore sportivo Monchi?
«Con la bacchetta magica niente, con il lavoro tanto. Si parla spesso di mentalità vincente e io ho visto, a Siviglia, che è il prodotto di un gruppo che parte dai dirigenti e arriva fino ai magazzinieri. Per me è importante chiunque lavora a Trigoria, anche se poi in campo vanno undici giocatori. Roma e Siviglia si somigliano: c’è un derby sentitissimo, ci sono radio e tv locali, ci sono avversarie in campionato che hanno più soldi e più trofei in bacheca. Per arrivare in alto servono due cose: una sconfinata voglia di vincere e la continuità nei comportamenti. Non sono cose che si costruiscono in pochi giorni, bisogna saper assorbire le eventuali sconfitte, che fanno parte del calcio, senza perdere la fiducia in quello che stai facendo. Sono arrivato a Siviglia a 19 anni, catapultato dal Mondiale Under 20 che avevo giocato con l’Argentina. Ho firmato e sono partito in un giorno. All’arrivo mi ha preso in consegna Enzo Maresca, che stava sempre con me e mi riempiva di consigli utili. È stata una grande lezione e adesso, quando posso, lo faccio anch’io».

Di Francesco dice che il calciatore ideale è Cengiz Under, che non capisce l’italiano e perciò è impermeabile al famigerato «ambiente romano». È così?
«Provate voi a imparare il turco! Al di là dello scherzo, per me non è un problema gestire l’esterno: in Argentina e in Spagna è molto simile».

Ma Francesco Totti, a Roma, non può girare per strada nemmeno adesso che ha finito di giocare…
«A me basta mettere un cappellino. Mi piace girare per Roma e quando ho il giorno libero vado con mia moglie a vedere le tante bellissime città che ci sono in Italia. Mio bisnonno e mio nonno sono nati qui. Il primo ha combattuto in guerra, il secondo è partito per l’Argentina nel 1949. Era una nazione che dava lavoro e opportunità, adesso la stiamo distruggendo».

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Ünder: “Noi a Kiev ci saremo: è il sogno di tutti. Se facciamo il nostro gioco possiamo farcela”

CORRIERE DELLO SPORT – Intervista a Cengiz Ünder, in vista del match di domani ad Anfield. Ecco uno stralcio delle sue parole:

Allora, come ti prepari a vivere questa semifinale?
«Ho venti anni, posso dire che questo per il momento è il successo più grande che sono riuscito ad ottenere, ma non mi basta. Vogliamo arrivare in finale, ci teniamo molto, ci tengo anche io. Sto vivendo i giorni più felici della mia vita a Roma, sono molto orgoglioso dei miei compagni, spero che vinceremo e arriveremo in finale».

Con i tuoi gol sei diventato un beniamino dei tifosi della Roma.
«Secondo me la tifoseria è molto importante, anche in Turchia il tifo è molto caldo, però la squadra in cui ho giocato prima di arrivare alla Roma non aveva una tifoseria molto numerosa. L’Istanbul Basaksehir è una squadra giovane, fondata venti anni fa. Sono molto orgoglioso di aver fatto il salto da una tifoseria di una squadra nata recente- mente a quella della Roma. Anche se lo scorso anno siamo arrivati secondi e abbiamo fatto una buona stagione. E’ emozionante sentire che una tifoseria come quella della Roma strilla il mio nome, questo mi fa venire i brividi. Voglio continuare a segnare per sentire invocare il mio nome più spesso».

Con quali armi la Roma può sperare di battere il Liverpool?
«Io penso che se facciamo il nostro gioco, se ci muoviamo come squadra e seguiamo le direttive del tecnico, possiamo farcela. Lo abbiamo dimostrato con il Barcellona. Abbiamo giocato insieme, ci siamo aiutati e la partita l’abbiamo vinta. Contro il Liverpool vogliamo ripetere la stessa situazione».

Quando Monchi ti ha chiesto di venire alla Roma, cosa hai pensato?
«Ero in ritiro con la mia squadra in Slovenia, sapevo dell’interessamento, controllavo spesso su Internet come andava la trattativa, telefonavo spesso al mio procuratore. Quando c’è stata la prima dichiarazione ufficiale su twitter ho chiesto conferma al mio agente e ho accettato subito. Il giorno dopo ho lasciato il ritiro della mia squadra e dopo altre 24 ore ero qui a Trigoria. La prima notte non sono riuscito a chiudere occhio per l’emozione. E’ uno dei traguardi più belli che abbia realizzato fino ad oggi».

Sei uno dei giocatori rivelazione del campionato e i paragoni si sprecano. Di Francesco ti ha avvicinato a Montella.
«Anche se non lo conoscevo, ho visto moltissimi gol di Montella sui social della Roma, dai filmati che ho guardato si deduce che è stato un attaccante molto importante, tutti parlano molto bene di lui. Oggi tra i giocatori che mi piacciono di più c’è David Silva, sono stato suo tifoso sin da ragazzino, anche se abbiamo ruoli un po’ diversi. Speri di crescere per diventare un giocatore importante quanto lui».

Si parla molto di club inglesi interessati a te.
«Ho firmato un contratto di cinque anni, per il momento non voglio pensare a nes- sun trasferimento. Sono molto contento di stare qui. Sono appena arrivato, sarebbe una pazzia fare un altro trasferimento così ravvicinato. Ho ancora tanto da fare qui. Pos- sibilmente vincere».

In campo però vi capite.
«Il linguaggio del campo è sempre lo stesso, lì ci capiamo, io le parole fondamentali le capisco. E poi a volte basta uno sguardo».

La semifinale contro il Liverpool: è il momento più importante della vostra carriera?
«Ci teniamo molto ad arrivare in finale, probabilmente è il sogno di tutti i giocatori. Speriamo di essere noi a passare in finale. I miei genitori vogliono venire a Kiev».

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Roma, tre squilli a Salah

IL MESSAGGERO (U. TRANI) –  La Champions di domani prima di quella del presente: la Roma sa come comportarsi in Emilia e, a differenza di quanto fatto a Bologna alla vigilia di Pasqua (1 a 1 deludente), sistema la classifica (3° posto) con il 10° successo esterno, prima di volare in Inghilterra per la semifinale d'andata contro il Liverpool. Il 3 a 0 contro la Spal è la sintesi quasi perfetta della prestazione di Ferrara. Addirittura il punteggio, contando le chance avute e di conseguenza gli errori commessi davanti a Meret, non la inquadra come dovrebbe. Di sicuro sono giuste l'interpretazione e la concentrazione. Come la preparazione. E qui si vede il lavoro di Di Francesco che ottiene il massimo pur lasciando a riposo i titolari Florenzi, Jesus, Kolarov, De Rossi, Under e soprattutto Dzeko, e anche utilizzando il 4-3-2-1, ennesima virata tattica per andare incontro alle esigenze della squadra e alle caratteristiche dei singoli. Sono 6 le novità dopo il turno infrasettimanale contro il Genoa, ma il turnover extralarge, nella circostanza, non rallenta i giallorossi che, a 4 turni dal traguardo, sfruttano l'anticipo per staccare la Lazio quarta (-3) e l'Inter quinta (-4), in campo oggi rispettivamente contro la Sampdoria all'Olimpico e il Chievo al Bentegodi.

ROTAZIONE VITALE – Il caldo (29 gradi) e il campo (stretto e corto) non frenano la Roma di scorta. Chi entra, insomma, non sbanda: Peres fa il suo dovere e anche di più, Silva (24° giocatore utilizzato) si presenta senza arrossire e Schick di testa segna finalmente in campionato a quasi un anno dalla sua ultima rete in serie A (29 aprile 2017). Gli altri 3 cambi, invece, sono di sostanza: Manolas, Strootman e Nainggolan. Sono le colonne del gruppo: fisicità e personalità. Di Francesco, dunque, riesce a centrare il suo principale obiettivo, cioè conservare l'identità a cui tiene e non rinuncia. Così i giallorossi tornano a vincere fuori casa dopo più un mese, con il 10° clean sheet esterno che è il record per i 5 migliori tornei d'Europa (è il 20° stagionale, contando i 5 di Champions all'Olimpico).

TIRO AL BERSAGLIO – La Spal quartultima, solo 1 gol incassato nelle 4 gare interne che hanno preceduto questa, non resiste con il suo 5-3-2, vulnerabile e timido: il 1° ko dopo 8 partite complica il percorso verso la salvezza. Peres, Strootman, El Shaarawy, Pellegrini e Nainggolan, in alcune fasi pure Gonalons, alzano il rimo. Sono in partita e coinvolgono Schick che è presente. Elegante e anche decisivo, da rifinitore e da finalizzatore. El Shaarawy, Pellegrini e Nainggolan si pappano le chance per archiviare la pratica già nella prima parte, chiusa in vantaggio nonostante i soliti sprechi. Vicari, anticipando Strootman, infila Meret sull'imbucata passaggio di Pellegrini. Il difensore si fa male: entra Grassi e Semplici, fino all'intervallo, passa al 4-4-2 (ad inizio ripresa, inserendo Simic, torna al 5-3-2). L'autorete indirizza comunque il match che poi finisce dopo meno di un'ora con i gol di Nainggolan, destro potente in diagonale, e Schick, girata di testa su cross di Pellegrini. La rotazione adesso prosegue in corsa: Under per Strootman, Perotti per Nainggolan e per il 4-2-3-1 e Gerson per Pellegrini. Meret, bravo nell'evitare ai compagni l'umiliazione della goleada, si arrende e lascia il posto a Gomis. I tifosi giallorossi, come i giocatori, adesso pensano solo al Liverpool. E, dopo aver esultato con Schick, chiamano Dzeko: al centravanti titolare chiedono la finale.

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Peres & Silva, il tandem che non t’aspetti

IL MESSAGGERO (U. TRANI) – La suola, mostrata in pubblico. Allora qualcosa è cambiato davvero. Brunetto, al secolo Bruno Peres, sembra un altro. Dal piedone salva gol con lo Shakhtar alle giocate di fino,punta, tacchetti e finta con la Spal. E’ il sintomo della resurrezione per la ritrovata fiducia nei propri mezzi che per tanti nemmeno aveva.

Brunetto non deve essere Maicon, deve semplicemente essere un affidabile, uno su cui puoi contare. La strada, a quanto pare, è quella giusta. «Non sono ancora contento e felice, posso e devo fare meglio. Sono felice per essermi ripreso, sto migliorando. E’ importante per me e per la squadra. Mi dà fiducia, si vede che ho un atteggiamento diverso, quello che si aspettavano tutti. Non mi devo accontentare». E ora c’è il Liverpool dell’amico Salah. «Manolas è quello che lo sente di più, ma Momo deve stare attento, sennò prende le botte…Scherzi a parte, quella con il Liverpool è una partita che può cambiare la nostra vita».

E’ il pomeriggio dei terzini di scorta. Chissà se la vita, dopo Ferrara, cambierà a Jonathan Silva, all’esordio in campionato dopo quasi 3 mesi d’attesa. Per ora si accontenta dei primi passi da giallorosso. «Purtroppo quando sono arrivato ero infortunato, quindi dovevo solo pensare al recupero.Mi hanno aiutato molto lo staff e i compagni. Adesso voglio ricambiare questa fiducia, volevo dimostrare al mister che aveva una riserva valida in panchina. Di Francesco mi ha aiutato ad entrare dentro i suoi schemi e per fortuna non è un sistema di gioco così diverso da quello dello Sporting Lisbona».

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Salah record ma i Reds si fanno rimontare. Klopp infuriato: «Non siamo pronti»

IL TEMPO (M. VITELLI) – Il Liverpool si addormenta nel finale e regala al WBA, fanalino di coda della Premier, un insperato 2-2. I Reds – Firmino, Chamberlain, Lovren, Robertson e Arnold a riposo – passano subito con Ings al 4’ e raddoppiano con Salah (31° in campionato e record di Luis Suarez eguagliato) al 72’. Sembra finita ma il WBA ci crede e agguanta il pari con i gol di Livermore (79’) e Rondon (88’). «Ora non siamo pronti per la Roma – dice nervoso Klopp a fine gara – dovremo esserlo martedí».