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Ünder o non Ünder, il dilemma di Di Francesco

CORRIERE DELLA SERA (G.Piacentini) – Esordiente dal primo minuto o cambio in corsa, per mettere pressione con la sua velocità alla difesa, non proprio irresistibile, dello Shakhtar.Che Cengiz Ünder, domani sera, sarà un protagonista dell’andata di Champions tra gli ucraini e la Roma è indubbio, se lo sarà dall’inizio o, invece, a partita in corso, Di Francesco lo deciderà soltanto dopo la rifinitura di oggi. Il talento turco, quattro gol e un assist nelle ultime tre partite di campionato, è in forma e non vede l’ora di debuttare nella coppa più prestigiosa, ma domenica è uscito con i crampi (niente di preoccupante) dalla Dacia Arena di Udine. Gengo, come lo chiama Di Francesco, in Europa è ancora fermo a zero minuti, ma ha voglia di lasciare la sua firma anche in Champions: da qualche settimana le sue gambe vanno più veloci rispetto a quelle dei compagni e la sua testa è libera da pressioni. In campo si diverte, ha fiducia, tenta giocate anche complicate e, pur essendo il più giovane, spesso trascina i compagni. In una squadra che non entra tra le prime otto d’Europa da dieci anni(c’era Luciano Spalletti in panchina) la sua freschezza può e deve essere un valore aggiunto.

E forse può e deve esserlo anche la sua personalità, nonostante Di Francesco, al sito della Uefa, ieri gli abbia «consigliato» di continuare a lavorare con umiltà, senza mai mollare. «In questo momento – le parole del tecnico – ha la spigliatezza per far diventare importante qualsiasi cosa io gli chieda». Strappi sulla fascia, cross, triangolazioni ma soprattutto quel tiro in porta «improvviso, che sembra che col piede nasconda il pallone». Come faceva Vincenzo Montella, uno che in giallorosso ha vinto uno scudetto e che è stato l’ultimo allenatore della Roma a guidare la squadra in Champions in Ucraina. Era il 2011, si giocava a Donetsk, accanto a lui in conferenza c’era Totti: stavolta invece si scenderà in campo a Kharkiv, la Donbass Arena è stata bombardata, accanto a Di Francesco ci sarà Florenzi. Non Cengiz, perché la società ha deciso di lasciarlo lontano dai riflettori, anche se a Roma è già stato battezzato come il «nuovo Salah». Se però domani dovesse fare ancora bene sarà difficile, se non impossibile, continuare su questa linea. 

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Turkish Airlines

Il Tempo (T.Carmellini) – La Roma vola con la Turkish Airlines. Aspettando la conferma del tanto atteso main sponsor (ormai dovremmo esserci), ci pensa il «piccolo» turco Under a far decollare i giallorossi di Di Francesco e riportarli al terzo posto in classifica grazie anche al clamoroso tonfo serale dell’Inter a Genova. La Roma, che a Udine ha raccolto la terza vittoria consecutiva (decima di fila con l’Udinese), deve anche ringraziare la coppia Ranocchia-Pandev che ha fatto lo sgambetto al suo ex allenatore, proprio nella settimana dei veleni: Di Francesco ha elegantemente dribblato a fine gara, senza voler tornare sulla vicenda. L’uomo del giorno è comunque ancora una volta Under, il ventenne turco che dopo un periodo di buio è tornato a brillare in tutta la sua lucentezza, realizzando il quarto gol in tre partite: praticamente da quando si è sbloccato ha sempre segnato. Battesimo del gol contro il Verona, poi doppietta e assist col Benevento prima della «mina» di ieri che ha scosso la Roma e messo la giornata in discesa. Già, perché rischiava di essere un’altra giornata di passione, ancora tanta fatica per andare in gol nonostante la solita buona dose di gioco e manovra.

Fino al gol del turco era stata una Roma a tre cilindri con molti giocatori non al top della condizione: male Florenzi che non è riuscito a trovare il tempo giusto di una giocata, tanta fatica anche per De Rossi che tornava titolare per la prima volta quest’anno dopo aver smaltito un fastidiosissimo problema al polpaccio. E ha ballato non poco anche Juan Jesus al quale è toccato l’ingrato compito di sostituire Kolarov a sinistra per dare un turno di riposo al terzino che fin qui le aveva giocate tutte. Ecco, l’attenuante della «fatica» giallorossa era proprio l’imminente appuntamento Champions (la Roma volerà infatti domani in Ucraina dove mercoledì sera giocherà l’andata dell’ottavo di finale contro lo Shakhtar Donetsk), che ha costretto Di Francesco a fare un po’ di turnover:obbligato. Riposo che non è toccato a Dzeko ancora una volta sotto tono e che a momenti sembra svogliato, anche se alla fine si sacrifica e strappa la sufficienza. Peccato, perché già a partire da mercoledì in coppa a questa Roma serviranno tutti gli uomini migliori: da qui in vanti non si può più sbagliare nulla. Chiaro che aver messo dietro l’Inter è già un bel passo avanti, la Roma si è messa di nuovo nelle condizioni di non dover dipendere da nessuno se non da se stessa, aspettando anche l’altra rivale in chiave Champions che domani sera all’Olimpico prova anche lei a sorpassare Spalletti e restare in scia.

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Roma, esplode la Ünder mania. DiFra: «Cengiz, un talento puro»

Corriere della Sera (G.Piacentini) – Si scrive Cengiz Under, ma per i tifosi romanisti è «il nuovo Salah». L’attaccante turco ieri pomeriggio a Udine ha dato il via alla terza vittoria consecutiva della Roma con un gran gol, il suo quarto nelle ultime tre gare, ed ha fatto letteralmente impazzire i tifosi che sui social network hanno cominciato a scomodare paragoni eccellenti. «Abbiamo trovato il sostituto di Salah, bravo Monchi a sceglierlo e Di Francesco a valorizzarlo in questo modo» è il tweet di un tifoso che racchiude nel migliore dei modi il pensiero della maggioranza. Qualcuno si spinge anche più in là, e ricordando il soprannome di «Dybala turco» che lo ha accompagnato al suo arrivo, scrive che «è anche meglio dell’originale».

In molti, però, sono già preoccupati per una possibile futura cessione. «Abbiamo capito chi sarà la prossima plusvalenza in casa romanista”. Per tutti il merito è di Eusebio Di Francesco. «Con i giovani – le parole a fine gara del tecnico – ci vuole pazienza. La prima cosa da sottolineare è la disponibilità del calciatore, lui ha sempre lavorato per ritagliarsi degli spazi. La crescita passa dagli allenamenti e Cengiz ha sempre lavorato con serietà, ancora meglio quando è tornato dalle vacanze. Deve fare meglio nelle scelte ma gioca più di squadra. I mezzi tecnici del resto sono evidenti, la sua velocità di esecuzione al tiro è impressionante». Il tecnico romanista è soddisfatto, non solo per la terza vittoria consecutiva ma per il modo in cui è arrivata. «Vedevo una squadra in crescita da alcune partite, con il lavoro abbiamo ritrovato certezze e precisione sotto porta. I cinque gol al Benevento ci hanno fatto bene sotto ogni punto di vista. Abbiamo cambiato modulo perché serviva spostare la testa ai calciatori, ci abbiamo lavorato e ora il 4-2-3-1 è un valore aggiunto». Due giorni fa Luciano Spalletti aveva polemizzato in conferenza con Di Francesco, ricordando che con lui la Roma lottava per lo scudetto. «Il riferimento alle squadre che vincono creando poco era un complimento, perché quella è una qualità che a noi spesso è mancata. Davanti alla scorsa stagione della Roma io posso solo togliermi il cappello ma non devo dare risposte, devo pensare alla Champions e devo spendere energie per la mia squadra e basta. Il resto non mi interessa». Tutti concentrati sullo Shakhtar, quindi. «È una squadra che sa quello che vuole, dobbiamo essere aggressivi: questa gara andrà giocata con grande intelligenza, considerando che la qualificazione si conquista in180 minuti».

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Udinese-Roma 0-2, le pagelle dei quotidiani

La Roma centra la terza vittoria consecutiva, espugna la Dacia Arena e sale al terzo posto in classifica. Questi i voti dei quotidiani:

IL MESSAGGERO (ANGELONI)

Alisson 7; Florenzi 6, Manolas 6.5, Fazio 6.5, Juan Jesus 6; Pellegrini 6.5, De Rossi 6.5; Under 7.5, Nainggolan 6.5, El Shaarawy 6; Dzeko 6.5. Subentrati: Perotti 6.5, Strootman 6, Defrel 6. Allenatore: Di Francesco 7.

IL TEMPO (AUSTINI)

Alisson 7.5; Florenzi 5, Manolas 6.5, Fazio 6.5, Juan Jesus 6; Pellegrini 5, De Rossi 6; Under 8, Nainggolan 6.5, El Shaarawy 5.5; Dzeko 6. Subentrati: Perotti 7, Strootman 5.5, Defrel 6.5. Allenatore: Di Francesco 6.5.

LA GAZZETTA DELLO SPORT (BIANCHI)

Alisson 7; Florenzi 6.5, Manolas 5.5, Fazio 6, Juan Jesus 6; Pellegrini 6, De Rossi 6; Under 7, Nainggolan 7, El Shaarawy 5; Dzeko 6. Subentrati: Perotti 6.5, Strootman 6, Defrel SV. Allenatore: Di Francesco 6.5.

LA REPUBBLICA (PINCI)

Alisson 7; Florenzi 6, Manolas 6, Fazio 6.5, Juan Jesus 5.5; Pellegrini 6, De Rossi 5.5; Under 7.5, Nainggolan 6, El Shaarawy 5.5; Dzeko 5. Subentrati: Perotti 6.5, Strootman 6.5, Defrel SV. Allenatore: Di Francesco 6.5.

CORRIERE DELLA SERA (VALDISERRI)

Alisson 7; Florenzi 5.5, Manolas 6.5, Fazio 6.5, Juan Jesus 6; Pellegrini 6, De Rossi 6; Under 7.5, Nainggolan 6.5, El Shaarawy 5.5; Dzeko 6. Subentrati: Perotti 6.5, Strootman 6, Defrel SV. Allenatore: Di Francesco 7.

CORRIERE DELLO SPORT (POLVEROSI)

Alisson 7.5; Florenzi 6, Manolas 6.5, Fazio 6.5, Juan Jesus 6; Pellegrini 6.5, De Rossi 6; Under 7.5, Nainggolan 6.5, El Shaarawy 5.5; Dzeko 6. Subentrati: Perotti 7, Strootman 6, Defrel 6.5. Allenatore: Di Francesco 7.

IL GIORNALE (DI DIO)

Alisson 6.5; Florenzi 6, Manolas 6, Fazio 6.5, Juan Jesus 5.5; Pellegrini 5.5, De Rossi 6; Under 7, Nainggolan 6.5, El Shaarawy 5.5; Dzeko 6. Subentrati: Perotti 6.5, Strootman SV, Defrel SV. Allenatore: Di Francesco 6.5.

LA STAMPA (IOIME)

Alisson 6.5; Florenzi 6.5, Manolas 6, Fazio 6.5, Juan Jesus 6; Pellegrini 6, De Rossi 6.5; Under 7, Nainggolan 6.5, El Shaarawy 5.5; Dzeko 5.5. Subentrati: Perotti 6.5, Strootman 6, Defrel SV. Allenatore: Di Francesco 6.5.

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Udinese-Roma, le probabili formazioni dei quotidiani. Riposo per Kolarov, al suo posto Juan Jesus

La Roma scende in campo alla Dacia Arena per sfidare l’Udinese nel match valido per la sesta giornata di ritorno di Serie A. Ecco la probabile formazione dei giallorossi secondo i maggiori quotidiani.

LA REPUBBLICA 

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Strootman; Ünder, Nainggolan, Perotti; Dzeko.

IL TEMPO

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Pellegrini; Ünder, Nainggolan, Perotti; Dzeko.

LA GAZZETTA DELLO SPORT

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; Pellegrini, De Rossi; Ünder, Nainggolan, Perotti; Dzeko.

CORRIERE DELLO SPORT

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Pellegrini; Ünder, Nainggolan, El Shaarawy; Dzeko.

CORRIERE DELLA SERA

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Pellegrini; Ünder, Nainggolan, Perotti; Dzeko.

IL MESSAGGERO

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Pellegrini; Ünder, Nainggolan, El Shaarawy; Dzeko.

IL GIORNALE

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Pellegrini; Ünder, Nainggolan, El Shaarawy; Dzeko.

LA STAMPA

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Pellegrini;Ünder, Nainggolan, El Shaarawy; Dzeko.

IL ROMANISTA

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Juan Jesus; De Rossi, Pellegrini; Ünder, Nainggolan, El Shaarawy; Dzeko.

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Alisson: “So battere i rigori ed in campo non scherzo mai. Lo Shakhtar sembra un club brasiliano”

Alisson Becker, portiere della Roma, ha rilasciato una lunga intervista a Sportweek, parlando della sua prima stagione da titolare con la maglia giallorossa. Queste le sue parole:

E’ impossibile per un tifoso comprare una sua maglia: non è in vendita! 
Lo so, tante persone si lamentano e mi scrivono sui social. Mi spiace sentire che i tifosi che mi vogliono bene la vorrebbero ma non possono, è una cosa brutta che non ci sia quella del portiere!

Da solo, tra i pali, anche quando deve esultare dopo un gol…
Vorrei sempre correre verso gli altri, ma i miei compagni mi guardano e mi fanno dei segni per condividere quel momento con me. E’ bello comunque, anche perché io esulto con Dio.

Nella prima stagione alla Roma era una riserva, si è sentito un po’ abbandonato?
Sì, un po’, però ho passato più tempo con mia moglie: un mese dopo l’arrivo a Roma, lei era incinta e così ho pensato meno alle cose che andavano male. Però ho lavorato e imparato tanto, anche insieme a un portiere grandissimo come Szczesny: quando sono arrivato a Roma ero pronto come calciatore, adesso sono pronto anche per il calcio italiano.

La chiamano “o goleiro gato”, il portiere figo. Bisogna “parare” anche le tifose?
Una volta in Brasile ha dovuto parare anche mia moglie perché io non mi sono accorto di nulla. Avevamo appena vinto il campionato Gaucho e siamo andati in un ristorante a festeggiare con i compagni e le famiglie. All’ingresso c’erano tanti tifosi e alcune ragazze mi hanno toccato il sedere: lei parava togliendo le mani di tutte!

La parata che ricorda più volentieri?
Brasile-Argentina 3-0 nel 2016, qualificazioni al Mondiale: sullo 0-0 ho preso un tiro da fuori area di Biglia e subito dopo abbiamo segnato il gol del vantaggio. Con la Roma ho fatto una bella partita contro l’Atletico Madrid all’Olimpico, in Champions, ma non bisogna pensare troppo alle belle parate perché magari la mandi in angolo e prendi gol un secondo dopo.

Quanto fa male quanto la palla entra in porta?
E’ brutto anche quando vinci, mi viene una rabbia… Ho fatto tante parate, però ho preso tanti gol. Il peggiore è stato annullato contro l’Ecuador nella Coppa America 2016. L’attaccante ha fatto un mezzo tiro dalla linea di fondo verso la porta, la palla ha deviato sul primo palo, ha colpito il mio braccio ed è entrata, ma per l’arbitro era uscita e ha ordinato la rimessa.

Chi, invece, lascia entrare nella sua porta?
Le persone che hanno bisogno. Nel mio Paese sostengo la chiesa che frequento, il pastore è un grande amico. Lui cerca di aiutare persone con tanti tipi di problemi e io aiuto lui a farcela. Viviamo in un mondo in cui tutti cercano di passare sopra le persone per avere potere e ricchezza, ma quello che conta davvero è l’amore, aiutare il prossimo ed essere una buona persona. Ed e quello che insegnerò a mia figlia.

A cosa pensa quando stanno per battere un rigore?
A pararlo! E’ il momento in cui sono più solo che mai. Studio come tirano i calciatori e cerco di ricordare quello che ho visto, ma ho la mia idea già prima che inizi la partita. Il più bello che ho paralo è stato contro il Palmeiras nella Coppa del Brasile. Eravamo 0-0 e lo tirava il paraguaiana Lucas Barrios, quando ho parato è venuto giù lo stadio. Anche io so batterli, ma lascio fare agli altri.

In cosa invece è rigoroso?
Nel lavoro. Sono serissimo e non scherzo mai in campo. Mi diverto, perché faccio un lavoro che amo ma il calcio si risolve nel dettaglio. Si lavora per arrivare alla perfezione.

Roma è in trepidazione per la sfida con lo Shakhtar.
Sarà una partita dura tra due squadre che vogliono vincere e che hanno qualità. Nello Shakhtar ci sono miei connazionali che conosco e la squadra ha le caratteristiche del calcio brasiliano. Con Taison siamo cresciuti nel settore giovanile e con Fred abbiamo proprio giocato insieme in prima squadra.

La papera peggiore?
In campo qualcuna, nella vita troppe. Una tremenda alla tv brasiliana, in un talk show: avevo appena firmato con la Roma e il conduttore mi chiese se avevo già imparato le parolacce in italiano. Ho detto delle cose terribili senza rendermi conto della gravità. Quando l’ho capito, era troppo tardi.

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De Sanctis: “Il calcio giocato non mi manca. Monchi? Ha dei valori umani importanti”

Morgan De Sanctis, team manager della Roma, ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano Il Centro. L’ex portiere ha percorso passo passo tutte le tappe della sua carriera fino ad arrivare all’esperienza in giallorosso. Queste le sue parole:

De Sanctis, come ci si sente a stare in panchina e non poter entrare in campo?
«Io sono stato un privilegiato, ho avuto la capacità e la fortuna di giocare fino a 40 ad alti livelli. Ho chiuso la carriera con il Monaco campione di Francia e semifinalista di Champions League. Avevo un altro anno di contratto a Montecarlo, ma la possibilità offertami dalla Roma associata al fatto che non potevo pretendere di giocare per sempre mi ha portato a fare questa scelta. Tutti mi dicevano: “Finché puoi gioca”. E io aggiungo: “Finché ne vale la pena”. Bisogna rendersi conto di quanto tu puoi dare e di quanto puoi ricevere dal calcio. Il calciatore ad alto livello vive un privilegio, quasi un’esistenza parallela. Il calcio giocato non mi manca, perché ho deciso io di lasciare e perché faccio un altro lavoro che mi prende in toto. Però, mentalmente, il passaggio dal campo alla scrivania è duro. Io non ho avuto il tempo di pensarci».

Che cosa fa il team manager?
«E’ la figura cuscinetto tra la società e la squadra. Tutto quello di cui i giocatori e il tecnico hanno bisogno dalla società passa attraverso il team manager. E viceversa. Io svolgo queste mansioni grazie all’aiuto di Gianluca Gombar, un collaboratore preziosissimo».

Il momento più bello della carriera?
«Ho due flash: uno l’esordio da titolare con la maglia del Pescara, nel 1994, a Francavilla, contro il Venezia e con il famoso rigore parato a Vieri; l’altro, in Francia, l’ultima gara della passata stagione con la festa in campo per la conquista della Ligue 1. Due flash in cui c’è un ragazzino inconsapevole della vita che l’aspetta e l’uomo che a 40 anni va in campo con la moglie Giovanna e le figlie Anastasia e Sara di 17 e 14 anni. Non c’è solo la carriera bella, ma anche la famiglia».

C’è un posto dove ha lasciato il cuore?
«Non uno in particolare, tutti i posti mi hanno dato qualcosa. Ovviamente, le esperienze più significative sono le tre più lunghe, quelle di Udine, Napoli e Roma».

Il rimpianto?
«In posti come Napoli e Roma il rimpianto è quello di non aver vinto lo scudetto. A Napoli due volte secondi, due volte secondi anche in giallorosso. Prima il Milan e poi la Juve degli ultimi anni mi hanno negato questa gioia. In questi posti avrebbe garantito l’eternità sportiva e sarebbe stata la ciliegina sulla torta».

Ricorda il primo giorno da portiere?
«Come se fosse oggi! Avevo 5 anni, ero a Guardiagrele, il mio paese, al campetto dell’oratorio. Sono andato dritto in porta e mi sono sentito subito a mio agio. Mi sentivo a casa mia. Sono rimasto sempre lì, mai avuto altre aspirazioni. Ricordo quel giorno, cielo scuro, faceva molto freddo».

Quando ha capito che avrebbe fatto il portiere?
«Mi sono sempre portato dietro i giudizi della gente, in paese come in città. Tutti dicevano che ero bravo. Ma, in realtà, la prima volta che ho pensato che la mia vita potesse prendere una piega ben definita è quando sono stato ceduto (per due miliardi delle vecchie lire, ndr) dal Pescara alla Juventus, nel 1997. Mai vissuto il calcio come un’ossessione. Ho giocato sempre pensando a divertirmi, questa è stata la mia forza. Alla Juve mi sono reso conto che oltre a divertirmi c’erano delle responsabilità da assumersi. In campo e fuori. Ho sempre fatto vita da professionista. Mai fumato, mai ubriacato, mai trovato nei casini. Comportandomi normalmente sono stato il vero trasgressore».

La parata più bella?
«Me ne viene in mente una in particolare. Era la finale di coppa Italia 2012, Napoli-Juve 2-0. Eravamo avanti 1-0 e ho deviato un colpo di tacco di Quagliarella alzando un piede, nonostante fossi con il corpo proteso dall’altra parte. Poco dopo facemmo 2-0».

La papera?
«Gli errori fanno parte del mestiere. I portieri più grandi sbagliano al momento giusto o fanno meno errori possibile. Non ricordo di aver commesso papere che abbiano pregiudicato obiettivi a livello di squadra».

L’amico nel calcio?
«Difficile fare amicizia nel nostro mondo, io ne ho uno che supera tutti a mani basse: Massimo Margiotta, siamo cresciuti insieme a Pescara. E poi siamo stati compagni in Nazionale e a Udine. Con le famiglie ci siamo visti anche a Natale».

La svolta della sua carriera quando ha lasciato Udine?
«Sì, volevo andare all’estero. Dopo otto anni rischiavo di appiattirmi dopo aver fatto anche la Champions con la maglia bianconera. Negli ultimi due anni mi stavo adagiando. La possibilità di andare all’estero ha fatto sì che mi rimettessi in discussione. Ho fatto esperienze che mi hanno arricchito, sul piano professionale e umano».

Il rapporto con la Nazionale?
«Quello che vale per me, equivale a tutti i portieri che sono stati dietro a Gigi Buffon. Sono stato convocato circa 70 volte, ho giocato solo 6 gare. Ho partecipato a un Mondiale, due Europei, una Confederations Cup e alle Olimpiadi di Sidney 2000. E’ stato un grande privilegio stare insieme a Gigi, dal 2005 fino al 2013. Peccato per il 2006, mister Lippi fece una scelta diversa. Pazienza!».

Chi è l’erede di De Sanctis?
«Sto rivedendo un modo di parare più essenziale. Prima era spettacolare, ora si sta tornando alla concretezza. A me piace il portiere efficace. Quello che più si avvicina alle mie caratteristiche è Alisson, che ha avuto una maturazione più veloce della mia. Io sono diventato più bravo dopo i 30 anni e il brasiliano è maggiormente evoluto nel gioco con i piedi».

Gli allenatori, il meglio e peggio? 
«Oggi dico grazie a tutti e in particolare al primo, Giorgio Rumignani, che mi ha fatto esordire; a Marcello Lippi che mi ha portato in Nazionale; e a Mazzarri e a Spalletti, tra i più preparati in assoluto. E poi il compianto Gino Di Censo, come dimenticare chi mi ha cresciuto?».

Il peggio?
«Io di solito faccio buon viso a cattivo gioco, ho sempre accettato le scelte, anche quelle non condivise. Ho sempre cercato di lasciare un buon ricordo alle persone con cui ho lavorato».

Il rapporto con i presidenti?
«Buono. Ho avuto problemi con Pozzo e De Laurentiis solo nel momento in cui ho comunicato loro che sarei andato via. Volevano tenermi, ma io desideravo cambiare aria».

C’è poi l’aneddoto di quell’Inter-Napoli con annessa irruzione del presidente De Laurentiis nello spogliatoio nell’intervallo? 
«Ero appena arrivato a Napoli, nel 2009, e il presidente con il suo modo vulcanico manifestò malcontento rispetto alle prove mie e della squadra».

Di preciso che cosa accadde?
«Entrò nello spogliatoio di San Siro, stavamo perdendo. E cominciò a prendere di mira alcuni giocatori. “Pierpaolo, che portiere mi hai preso?”, chiese al dg Marino. Mai potevo immaginare che ce l’avesse con me. Non mi sentivo sotto accusa. Ero troppo sicuro delle mie qualità e della mia forza. Fu un episodio, dopodiché per quattro anni solo complimenti. E quando gli ho detto che andavo via, ha cercato di trattenermi. A Napoli ho lasciato un ottimo ricordo».

Da Udine a Siviglia, svincolandosi grazie all’articolo 17 all’epoca pressoché sconosciuto. 
«Avevo tre proposte nell’estate del 2007: Siviglia, Betis e Sunderland. Due di questi tre club mi garantivano il posto da titolare. A Siviglia c’era Palop, 34 anni, capitano, uno dei giocatori più importanti della storia moderna del Siviglia. Quando mi venne a parlare Monchi disse che avrei dovuto giocarmi il posto con Palop. E io accettai. Fino a novembre feci la riserva, poi sono entrato, approfittando di un infortunio di Palop, giocando bene. Al suo ritorno il tecnico gli ha ridato la maglia da titolare e io ho maturato la decisione di andare via perché non potevo essere un secondo portiere in quel momento della carriera».

A Siviglia ha conosciuto il ds Monchi che poi l’ha riportato alla Roma.
«E’ un andaluso, ha dei valori umani importanti, un grande professionista. Ha apprezzato i miei comportamenti. Ci siamo conosciuti a Siviglia e dopo il primo anno mi ha ceduto in prestito al Galatasaray e la stagione successiva mi ha venduto al Napoli. Quando è arrivato a Roma si è ricordato di me ed è nata la collaborazione».

E’ nata come?
«Alla fine della scorsa stagione, mi ha chiamato: “Morgan, ho bisogno di te”. Ci vediamo, pensavo mi proponesse di fare la riserva di Alisson. D’altronde, io avevo un altro anno di contratto con il Monaco. Mi chiese: “Come stai?”. Io gli risposi affermativamente. Mi fece parlare e solo alla fine disse che mi voleva come dirigente. E non come portiere. Fu molto divertente, mi chiese di smettere in maniera molto brillante…».

E’ mai stato sul punto di tornare a Pescara?
«Nell’estate del 2016, dopo la fine della mia esperienza alla Roma da calciatore, c’è stata una telefonata del presidente Sebastiani che poi non ha avuto seguito. Da quello che so, la società e Oddo avevano già preso un impegno con Bizzarri che era sotto contratto con il Chievo».

De Sanctis unico italiano a giocare in Champions con cinque squadre diverse.
«Dagli ottavi in poi, è un’emozione unica. Per un calciatore ci sono gli Europei, i Mondiali e la Champions. Competizioni top. Ho giocato la Champions con Udinese, Napoli, Roma, Siviglia e Monaco. E l’ho fatta anche con Juventus e Galatasary, ma senza giocare».

E’ vero che a Trigoria, quando capita, interagisce con Di Francesco in dialetto abruzzese?
«Certo, con Eusebio e con gli altri componenti dello staff tecnico. Capita spesso, serve per accelerare la comunicazione. Conosco Eusebio da più di venti anni anche se non abbiamo mai lavorato insieme. Lui è testimone di grandi valori. Però, ho sempre apprezzato una cosa, quella carezza che mi faceva sul viso quando ci incontravamo. Una bella persona. Ora sto conoscendo anche un grande allenatore».

Il suo rapporto con l’Abruzzo?
«Ho deciso di stabilirmi a Roma con la famiglia. Ma sono guardiese, sono abruzzese. Ho la residenza a Guardiagrele e il 4 marzo tornerò per votare. Quando penso alla mia terra mi vengono in mente i principi con cui la famiglia mi ha educato. Due paroline chiave: forte e gentile. Vado orgoglioso del mio Abruzzo, non a chiacchiere, veramente!».

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Sponsor, cessioni, stadio: ecco il piano

CORRIERE DELLO SPORT (R.Maida) – Salvo miracoli nel percorso che ricomincerà la settimana prossima nel gelo di Kharkiv, la Roma non vincerà la Champions League e di conseguenza chiuderà la sua settima stagione americana senza un titolo in bacheca. Strootman ieri ha spiegato con la necessità di vendere l’impossibilità, o meglio la grande difficoltà, di festeggiare uno scudetto, o addirittura una coppa europea, facendo un confronto con le prime due della classifica che sono Juventus e Napoli e che pure, in effetti, hanno incassato molto denaro dalle cessioni, da Pogba a Higuain, da Vidal a Cavani, da Bonucci a Lavezzi. In realtà però la Roma ha ereditato una situazione debitoria molto difficile dalla gestione precedente e, in ossequio all’ambizione di frequentare l’Europa e nel rispetto del fair play finanziario, è stata obbligata più delle altre società a “rientrare” attraverso la politica del trading, le plusvalenze nelle compravendita dei calciatori.

PIANO A – Non sarà sempre così ovviamente, nei piani di Pallotta e dei dirigenti che quotidianamente lavorano a Trigoria. Nell’incontro della scorsa settimana l’ad Gandini e il dg Baldissoni hanno illustrato all’Uefa il proprio piano industriale, nella speranza di non ricevere altre sanzioni dopo l’accordo del 2015 che prevedeva il perfetto equilibrio tra ricavi e costi entro il 2017. L’obiettivo è stato mancato di pochi milioni a causa del dietrofront di Manolas, che ha rifiutato un trasferimento già fatto allo Zenit e ha costretto Monchi a cedere in fretta Rüdiger al Chelsea, procurando una plusvalenza minore. Perciò entro il 30 giugno non si scappa: la Roma, al netto delle imposte e degli investimenti sul settore giovanile e sulle infrastrutture, non può chiudere il bilancio in perdita. Per farlo, cederà probabilmente un altro giocatore importante.

PIANO B – Ma c’è anche un’altra possibilità. Se il direttore commerciale Danovaroriuscisse a chiudere la trattativa con il main sponsor – l’annuncio è atteso da un giorno all’altro – e la squadra riuscisse a superare un turno in Champions per poi tornarci l’anno prossimo, la Roma potrebbe cavarsela con un paio di operazioni in uscita meno dolorose sul piano tecnico, unite magari alle plusvalenze su qualche giovane (Verde, Sanabria) o alle cessioni di alcuni esuberi (Doumbia, ieri a segno con lo Sporting in Euroleague) che non fanno parte dell’attuale organico. Dal prossimo bilancio poi Monchi avrebbe meno vincoli per migliorare la rosa, aspettando il bivio decisivo per l’incremento dei ricavi: l’apertura del nuovo stadio.

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Mercato Roma, dall’Inghilterra: su Pellegrini gli occhi di Chelsea, Juventus e Milan

Come anticipato dal procuratore Giampiero Pocetta ai microfoni di Rete Sport, Lorenzo Pellegrini, giocatore del Sassuolo sul quale la Roma eserciterà molto probabilmente il diritto di recompra (10 milioni di euro), continua a suscitare molto interesse per il prossimo mercato anche in Europa. Secondo quanto riportato dal portale britannico Talk Sport infatti, oltre a Milan e Juventus, ci sarebbe anche il Chelsea di Antonio Conte sul centrocampista romano.

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Mercato Roma, Baldissoni vola a Londra. In ballo lo sviluppo commerciale del club

Il dg Mauro Baldissoni è volato oggi a Londra ma non è in programma alcun incontro con il ds Monchi, come accaduto una settimana fa. Da Trigoria fanno infatti sapere che il direttore generale giallorosso sia volato in Inghilterra per alcuni incontri inerenti lo sviluppo commerciale del club capitolino. Il ritorno di Baldissoni è previsto già nella giornata di domani.