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Spinazzola: ”Mou ci dà qualcosa in più a livello caratteriale. I tifosi? Uno stimolo aggiuntivo”

Spinazzola, ospite di Q&A su StarCasinò Sport, ha rilasciato una lunga intervista. Di seguito le parole dell’esterno giallorosso.

Da poco hai compiuto 30 anni, è una bella cifra.
“È una bella cifra, mentalmente mi sento giovanissimo, però erano meglio i 18anni. Un bilancio? Stiamo bene, abbiamo figli stupendi, mogli stupendi, genitori e sorelle tutti bene. A livello di carriera ottimo”.

Gli infortuni, hai mai pensato di non farcela o sei sempre stato ottimista?
“Nono, ci sono stati parecchi mesi ma di non farcela nel senso che ritorno a giocare ma non come avrei voluto, quello è il non farcela, il non essere tornato me stesso. È il mio dono e il mio difetto che la pazienza è poca, io voglio risultati immediati e quindi è un dono e un difetto”.

Sei stato paziente, hai fatto la gavetta, cambiando diverse squadre?
“Si perché sono duro. Io do molte testate. Dopo c’è un momento che cado e quello mi da la scintilla per rialzarti e superare”.

Quanto hai capito di avercela fatta?
“A livelli alti da quando ho cambiato ruolo che prima facevo l’esterno alto, il quinto. Ai livelli alti quando ho giocato a quattro da terzino. Li ho detto posso arrivare in alto in questo ruolo”.

Segnavi da piccolo?
“Si però è la mia testa diceva sempre di fare assist, sempre, però segnavo perché ero uno dei più forti e segnavo molto. Poi dopo mi hanno spostato più esterni e già li ho segnato meno gol, facevo molte più corse, assist. Più salivo di livello e più mi dicevano vai indietro che è meglio”.

Di fatto, è lo stesso percorso che ha fatto Gianluca Zambrotta. È la tua figura di riferimento?
“Ce ne sono tanti. Anche Marcelo, Dani Alves e Maicon ad esempio, non li vedo come terzini, ma registi”.

L’equilibrio tra attacco e difesa l’hai trovato pian piano?
“Sì, sotto l’aspetto fisico superarmi è difficile perché posso riprendere l’avversario. Sulle diagonali e sui colpi di testa posso migliorare e ne sono consapevole”.

Qual è la partita che rigiocheresti?
“La mia prima partita in Champions, Juventus-Atletico Madrid, è stata la serata perfetta sia per la difficoltà che per il risultato. Peccato che dopo uscimmo”.

Com’è stato cambiare da Torino a Roma?
“Due ambienti diversi. A Torino non ti fermano molto; ad esempio vedevo Chiellini in monopattino in giro per la città. Poi è più piccola, a misura d’uomo, la giri in centro tranquillamente, mentre Roma è più caotica. Mi ricordo che all’inizio non sapevo gli orari del traffico e rimanevo imbottigliato. Io, abituato a piccoli centri, a fare 10km in un’ora e mezza diventavo pazzo. Roma è un altro mondo”.

Quanto ti danno i tifosi?
“Tanto. Quando entri e vedi tutto per te hai uno stimolo in più”.

Che effetto ti ha fatto il festeggiamento per la Conference League?
“Me lo immaginavo, qui sono matti completamente, in senso buono. E non abbiamo neanche fatto tutto il giro, pensa quanta gente non abbiamo visto”.

Ti hanno fatto più impressione i festeggiamenti per la Conference League o il trionfo agli Europei?
“I festeggiamenti per la Roma. L’Europeo è stato un trofeo nazionale, fu importantissimo e me lo ricorderò per tutta la vita”.

Perché è così “special” Mourinho?
“Perché sotto il livello caratteriale ci serviva e ci dà qualcosa in più, è diverso. Sotto la gestione spogliatoio, durante gli allenamenti si sente poco, poi quando c’è da farsi sentire con tutti, si fa sentire e ti fa capire dove sbagli e cosa fai bene”.

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