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Allenamenti

Trigoria. Verso Roma-Spal, lavoro individuale per Under

La Roma prosegue la propria preparazione a Trigoria in vista della sfida di campionato contro la Spal, in programma sabato alle 15.00 (diretta Sky). La squadra giallorossa è tornata in campo oggi alle 11.15 agli ordini del tecnico Eusebio Di Francesco. Il gruppo ha lavorato in campo dopo la palestra, seguendo questo programma: riscaldamento, esercizi di possesso palla e partitella finale. De Rossi, Kolarov, Pastore e Under hanno svolto un lavoro individuale. Terapie invece per Diego Perotti. Assenti ancora alcuni nazionali, tra cui Olsen, Nzonzi, Schick e Kluivert.

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Liverpool-Roma: sale a 14 il numero di Daspo per gli scontri tra andata e ritorno

Si torna a parlare della semifinale di Champions League dello scorso anno: sono 14 i tifosi colpiti dal Daspo del Questore di Roma, per gli incidenti avvenuti a Liverpool e nella Capitale. L’ultimo provvedimento è di pochi giorni fa nei confronti di un tifoso che, proprio per le violenze del pre-partita in Inghilterra, è stato raggiunto da un mandato di arresto europeo. Per lui la durata del Daspo è di 5 anni, con l’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria  durante i futuri incontri della Roma. Nel maggio scorso erano stati emessi altri 6 Daspo a carico di altrettanti tifosi riconosciuti durante gli incidenti di Liverpool. Altri 7 provvedimenti dello stesso tipo sono stati adottati dal Questore Guido Marino per i tifosi che, durante la gara di ritorno disputatasi all’Olimpico, si sono avvicinati al settore ospiti insultando e sputando verso i supporters inglesi. Tra loro anche il tifoso che ha lanciato un fumogeno. Le indagini che hanno portato all’identificazione dei tifosi “daspati” sono state curate dalla Digos e dal commissariato Prati.

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Esclusive

L’ex mental coach di Perotti: “La pressione può influire sugli infortuni. DiFra? Bravo, ma non un top”

Intervenuto nel corso della mattina di Rete Sport, nella trasmissione condotta da Massimiliano Magni ed Alessandro Cristofori, il professor Daniele Popolizio ha affrontato i temi riguardanti l'approccio psicologico della Roma alla stagione in corso. Mental coach fino a quest'estate di Diego Perotti, il professor Popolizio è Fondatore del Mental Coaching Europeo, più titolato in U.E., Psicologo Specialista Psicoterapeuta e Leone d'Oro di Venezia alla carriera di Mental Coach. Ecco il suo intervento, con in allegato il podcast per riascoltarlo integralmente:

Vorrei partire da cosa è successo all'inizio della stagione. Dal ritiro alla vittoria di Torino, con poi la cessione di Strootman. Da lì un momento complicato dal quale si è ripresa con fatica. Secondo lei la partenza dell'olandese può aver avuto ripercussioni sui giocatori?
Sì, certo.
È un aspetto di cui si è dibattuto molto. Fino alla scorsa estate, assistendo Perotti, ho frequentato Trigoria abitualmente. Da un punto di vista mentale le grandi squadre si vedono in due occasioni tipiche nello Sport, da come affrontano i big match e da come affrontano le partite di routine, nelle quali si è più forti e si deve vincere. Negli sport di squadra può accadere che la singola squadretta ti metta in difficoltà. Strootman è sempre stato un esempio dal punto di vista del training, professionista nell'allenamento, un atleta di alto livello che dava un esempio di applicazione e puntualità, diametralmente opposto per esempio a Nainggolan. In campo poi dava un contributo soprattutto di personalità. La sua cessione ha avuto più un valore psicologico quindi che effettivo, reale.

E da tutto questo come si ritrova una squadra così velocemente?
La perdita di Strootman si collega però alla parola alibi: è sempre pericoloso legarsi psicologicamente ad un calciatore, rischi di perdere di vista la realtà, quanto effettivamente ti dà e quanto ipoteticamente ti dà. In questo senso la Juventus è maestra: nella loro storia si sono privati di giocatori fondamentali dimostrando che non lo erano in fondo. Poi Di Francesco è un allenatore bravo, ma non è un top coach, questo è sotto gli occhi di tutti. Ha degli squilli di tromba, è il classico allenatore secondo me che potrebbe fare quel salto definitivo come coach, ma poi si inseriscono tante dinamiche. Il difetto che ha dimostrato in questi anni di carriera è quello che all'improvviso gli sfuggono due o tre partite. è successo col Sassuolo e con la Roma. In una grande squadra non te lo puoi permettere. Poi c'è l'aspetto del gruppo: la squadra quando vede cedere alcuni valori simbolici automaticamente stacca la spina, ad inizio stagione hanno tirato i remi in barca, identificando queste cessioni come una mancanza di obiettivi da parte della società. Il ragionamento dei veterani è stato "stiamo ringiovanendo, ora è toccato a loro, poi toccherà a me". In quel momento Di Francesco è stato un po' bravo ed un po' aiutato da alcune partite più abbordabili, nelle quali ha saputo muovere le pedine con la famosa frase "da adesso non guardo più in faccia nessuno", un chiaro messaggio ai veterani. Questo è un problema storico di Roma. Sappiamo tutti benissimo che sono copioni che si ripetono tutti gli anni: se la vedi o non la vedi sai come va la Roma. Mi diceva un calciatore che ho seguito per anni, Burdisso, che Roma è la migliore piazza dove arrivare secondi, perché ti trattano come un re se arrivi secondo, in altre piazze del nord invece hai perso.

Lo scorso anno la Roma torna in semifinale di Champions League. Questo fattore è stato sfruttato al massimo dal punto di vista psicologico?
Nella mia esperienza professionale vi dico che se vincere è difficile, continuare a vincere lo è ancora di più. Non condivido che vincere sia un'abitudine, ogni volta c'è un ingrediente differente nelle vittorie. La Roma nello scorso anno ha fatto qualcosa di incredibile che rientra però nelle corde di Di Francesco: sulla singola partita può trovarti la giocata, sulla continuità deve migliorare. Anche a livello di empatia, sono molto forti quegli allenatori che chi in un modo e chi in un altro conquistano i proprio giocatori, mentre lui resta un po' distante, non ha quella presa totale. Però no, non hanno incanalato nella maniera corretta quel fattore. Si può ripetere, ma questa squadra non esce dal copione di fondo, che è al di là degli obiettivi della società, al di là del contesto della piazza. Quando nel tuo bunker riesci a creare qualcosa di solido e di continuo non hai quelle caduete, devi trovare l'avversario che ti batte. La Roma ha una caratteristica diversa, si batte.

Rispetto ai provvedimenti che assumono allenatori e società, come la tribuna dimostrativa o l'impiego di giocatori a sorpresa, questo tipo di atteggiamenti sono costruttivi?
Non condivido certe dichiarazioni, come quella di Di Francesco che ricordava come un po' di tribuna potesse far bene ogni tanto. Dai grandissimi allenatori non ricordo frasi del genere, queste sono le famose cose nelle quali la direzione tecnica della Roma dovrebbe crescere. Lo puoi fare, ma non serve dirlo. Quando un allenatore va troppo a riaffermarsi, sembra che ci sia il bisogno di respiongere voci e percezioni che hai. È la vera leadership quella che arriva ai calciatori, si rende al meglio quando si incastrano leadership dei calciatori e del tecnico. Gli allenatori di calcio tendono ancora a vivere con gelosia il proprio ruolo, anche verso gli atleti. Se ne vedono uno che fa troppo da sé lo mettono in panchina. Se qualcuno ce la fa da solo, vedi Totti con Spalletti, il rischio è di sentirsi destituiti.

Schick si è demoralizzato o i suoi sono limiti tecnici?
Semplice, non ha una squadra che sta puntando davvero su di lui. Quando questi giovani talenti incontrano campioni di livello assoluto, come Dzeko, faticano se non li aiuti. E poi il suo problema è riuscire a creare le condizioni migliori per farlo rendere, anche a livello di contesto tattico. Dal punto di vista mentale, così l'atleta si manda in confusione. Lui è arrivato a Roma con un'idea di sé che è stata completamente disconfermata. Già questo avviene quando cambi piazza, qui non sente la fiducia. Non vorrei che cambiando piazza possa ritrovare quella solidità mentale che gli manca.

Lei conosce molto bene Diego Perotti, che ora vive un momento di difficoltà anche a livello fisico. In alcuni ambienti ha già patito la sua fragilità. Certi infortuni possono essere riconducibili al non sentirsi più al centro del progetto Roma? Manca la fiducia di sé?
Come da prassi, con Diego ci siamo salutati alla fine della scorsa stagione, non bisogna creare dipendenza e l'atleta voleva proseguire per un po' da solo. Il dubbio da fuori mi è venuto, sono situazioni tipiche che si vedono nello Sport. Quando cambia un po' il vento intorno ad un alteta aumentano statisticamente gli infortuni di tipo non traumatico. La possibilità c'è, Diego ha perso un Mondiale per infortunio, sicuramente immagino che un po' di delusione su questo possa essere somatizzata. Se una società è top, bisogna fare bene la scelta sul proseguire con un atleta che ancora può darti qualcosa o sul cambiare, perché se si sbaglia poi nella psiche del professionista è difficile riuscire a trovare il modo di dare il meglio per quella società. Non parlo coscientemente, ma a livello inconscio può succedere.

Si parlava di allenare la mentalità delle società. A noi ha colpito l'arrivo di Ronaldo alla Juventus. Arriva un dio del calcio e lo si presenta in modo sobrio. Segnale agli altri giocatori che al centro c'è la società a prescindere da chi arriva? Dipende dal contesto?
È una domanda controversa. La strategia dipende dal momento storico che attraversi come società. In un momento di dominio sportivo in Italia ma non in Europa come quello che attraversa la Juventus, non era così inimmaginabile, è stata una mossa anche politica ed economica del club. Se l'acquisto lo avesse fatto la Roma, lo si sarebbe dovuto sbandierare ai quattro venti, anche per aumentare l'entusiasmo degli altri giocatori. A Torino si è sempre vinto con la programmazione, in una città come Roma si vince più con l'entusiasmo. E le grandi imprese i giallorossi le hanno sempre fatto con l'entusiasmo. Alla programmazione si arriva passando attraverso lo step dell'entusiasmo. L'esempio è la squadra di Capello, lui può stare antipatico ma nonostante la forza di quel gruppo un altro tecnico non avrebbe vinto. Nei momenti di difficoltà ha tenuto la rotta, cosa che non è riuscita poi a Spalletti. Tecnico che la posizione l'ha raggiunta, certo, ma in che modo? Scontentando una piazza, attaccando pubblicamente una bandiera quando sarebbe bastata moderazione, fallendo tutte le gare principali. Di Francesco ora forse è più inesperto, ma ha maggior potenziale rispetto a Spalletti.

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La nostra storia: il 16 ottobre 1953 nasce Falcão

L'Ottavo Re di Roma. Nasce il 16 ottobre 1953 Paulo Roberto Falcão e per i romani e romanisti questa data non può essere banale. Appena 107 le gare in giallorosso, condite da 22 gol, ma ricche di significato per tutto ciò che il brasiliano ha rappresentato nella Capitale. Regista elegante, allenatore in campo secondo molti, è stato uno dei centrocampisti più forti e completi di tutti i tempi. In Italia è stato tra i principali protagonisti della cavalcata verso lo scudetto 1982/83, mentre in ambito europeo ha trascinato nella stagione successiva la Roma alla finale di Champions League poi persa contro il Liverpool, non potendo calciare nessuno dei rigori decisivi. Nell'85, dopo un brutto infortunio, lasciò la Capitale per tornare in patria, al San Paolo. Oggi Falcão compie 65 anni. Tanti auguri, campione!

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Garcia: “A Roma c’è solo un club per me. Vi spiego cosa non funzionò”

L'ex allenatore giallorosso Rudi Garcia si è raccontato in una lunga intervista ai microfoni del Corriere dello Sport. Ecco un estratto delle sue parole:

All’Olimpico i laziali la fischieranno…
Giusto così, visto che io sono e sarò sempre un romanista. Basta che tutto resti nell’ambito del fair play, dello spettacolo: si è avversari in campo, non fuori. Non è una guerra.

Allenerebbe mai la Lazio?
No, mai. A Roma c’è solo un club per me. La Lazio merita rispetto, lo stesso che i suoi tifosi hanno dato a me. Ma io ho fatto un altro percorso e non posso ignorarlo.

Il Marsiglia si trova in casa un altro rinforzo romanista: Kevin Strootman. Come è andata la trattativa?
Quando ho saputo che la Roma avrebbe preso Nzonzi ho chiamato il mio ds, Zubizarreta, e ho chiesto di sondare. In cuor mio però non pensavo che avrebbe accettato di venire al Marsiglia, visto che era appena diventato padre. E invece… Forse Kevin in quel momento non avvertiva la fiducia della società e io ho sfruttato questa opportunità.

Qualcuno sussurra che lei abbia perso autorevolezza dopo la ribellione di Totti alla sostituzione contro il Torino…
Non voglio essere volgare ma non mi viene una parola migliore: queste sono stronzate. Sappiamo tutti quando sono iniziati i miei problemi alla Roma.

Lo sveli, qui e ora.
Alla fine del secondo campionato, dopo il derby che confermò il nostro secondo posto, dissi quello che pensavo sul gap con la Juventus, sull’impossibilità di vincere lo scudetto. A quel punto era finita, la mia strada era segnata. Però mi fa piacere che Francesco abbia detto le stesse cose poche settimane fa. In Francia un proverbio dice che non va bene avere ragione troppo presto….

Chi ha deciso la sua sorte allora? Pallotta? Baldissoni?
Non lo so, non mi importa. So solo che i contatti con il mio successore erano stati presi da tempo. Non c’è stato molto rispetto… Ero già condannato dall’inizio della stagione e lì sbagliai anche io.

In cosa?
A farmi togliere il preparatore, Paolo Rongoni, che poi ho ripreso qui a Marsiglia. Accettai due professionisti scelti dalla società (Norman e Lippie, ndr) che non venivano dal mondo del calcio: errore. Troppi infortuni, mi spiegarono. Ma mi sembra, e lo dico con sincero dispiacere, che a Trigoria il problema sia rimasto.

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Kluivert: “Sto migliorando, sono sempre più consapevole della mia forza”

Justin Kluivert, esterno della Roma e della nazionale olandese, ha rilasciato un'intervista al quotidiano De Telegraaf, tornando a parlare dei suoi obiettivi per questa stagione. Ecco le sue parole:

“Come vedete gli Oranje stanno tornando, è bello da vedere. Poter farne parte è un grande obiettivo. Stavolta non sono con loro, ma penso di essere uno dei ragazzi che dovrà formare il futuro. Con la Roma, i momenti in cui ho giocato ho fatto solo il mio. In allenamento sto migliorando: sto diventando più forte e ne sono sempre più consapevole. Capisco cosa i compagni vogliono da me e cosa vorrei io da loro. Dobbiamo lavorare e costruire il futuro su questo, ed è così che spero di giocare più minuti. L’Ajax lo guardo con orgoglio. È il mio vecchio club, dove ho sempre giocato fin da piccolo. È bello vedere i tuoi amici brillare”.

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Rassegna stampa

Roma, i due cari nemici

IL MESSAGGERO (A.Angeloni) – Guai se a Edin tocchi Patrik; guai se a Patrik tocchi Edin. Ma alla fine ne gioca uno e qui, guai a Di Francesco se tocchi Dzeko. Una questione tecnica, di spessore, di abitudine. Dzeko è Dzeko, gioca sempre. Come era Totti per tutti. Come Batistuta per Capello, che a Montella rinunciava, a Gabriel no. Poi Vincenzino si arrabbiava, entrava e faceva gol. Patrik questo (ancora) non lo fa, probabilmente per una questione di carattere, di sfiga. Non è un cattivo, è un tecnico, un raffinato, un sublime. Non che Edin lo sia, ma ora si sente a casa e uno a casa sua fa un po' quello che vuole. A proposito di casa. Sarà così ancora per molto tempo? Non si sa. E in fondo la risposta la ritroviamo in quegli occhi imbronciati che ogni tanto ci fa vedere dopo un gol o dopo un non gol. Chissà, forse qualcosa è cambiato ed è un suo modo per trasmetterlo. I fatti dicono che Dzeko ha il contratto in scadenza 2020, cioè come se fosse domani. La società deve capire (Trigoria ci sono un paio di correnti di pensiero) se varrà la pena fare un altro sforzo economico per allungarlo e fargli chiudere qui la carriera o lasciarlo andare via.

LA DOPPIETTA IN BOSNIA – Il dubbio è concreto, diciamo così, si respira nell'aria. Perché si comincia a parlare di un centravanti da andare a reperire sul mercato, perché spesso si è criticato Dzeko per i suoi atteggiamenti etc etc. Roma la conosciamo: è una città che sa come dirti le cose. Poi c'è Schick, un investimento (conveniente al club per la modalità di pagamento) oneroso, sul quale la società vorrebbe puntare e ora vorrebbe valorizzare. E i fatti dicono che, con Dzeko, di spazio per il ceco ce n'è poco. Sia chiaro: nessuno dei due, profondamente amici (anche se in campo spesso si sono mandati a quel paese, ma succede) protesta, brontola o lancia messaggi. Uno, Dzeko, continua a fare quello che deve fare e i numeri sono lì a dimostrarlo (ieri sera a segno con la Bosnia contro l'Irlanda del Nord: due gol e uno annullato); l'altro, Schick, aspetta e spera che la ruota giri. Parliamo di due ottimi calciatori, ma che insieme, con Di Francesco, difficilmente vedremo. O li vedremo, così come li abbiamo visti, se Patrik viene schierato a destra. Ruolo che non ama. Lo stato dell'arte: Patrik è riserva di un giocatore insostituibile. Il dilemma per Monchi & company è capire se anche l'anno prossimo sarà il caso di vivere questa situazione. Che intanto potrebbe cambiare solo il centravanti ceco.

REAZIONI – Come? Semplice: sfruttando al meglio le minime occasioni. Cosa che fino a ora, anche per sfortuna, non è riuscito a fare. Una volta il tiro finisce sulla traversa, un'altra volta in curva, una volta scivola. Ecco, con un pizzico di vigore in più, forse potrà aiutare la fortuna a ricordarsi di lui. Contro la Spal probabilmente avrà la sua chance, ma l'impressione è che la gerarchia sia chiara. Dzeko per restare a Roma dovrà accettare un rinnovo a ribasso (ora prende 4,5 milioni più bonus a stagione) e a marzo compirà 33 anni. Quindi un accordo verosimilmente fino ai suoi 36. Presto sapremo. In caso contrario Dzeko andrà via («Ho vissuto quattro anni e mezzo grandiosi in Inghilterra. Tornare in Premier? Forse è troppo tardi per farlo, anche se poi non si sa mai… Al momento, però, sono felice alla Roma») a un anno dalla scadenza, senza portare troppi soldi nelle casse della Roma. Se invece le parti dovessero continuare insieme, sarà difficile pensare a una conferma di Schick. Perché Dzeko gioca sempre. Almeno finché c'è Di Francesco. Ma questa è tutta un'altra storia.

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Capello: “Potrei tornare alla Roma come consulente”

“Non vedo come la Juve possa perdere lo scudetto: ha dato dimostrazione di forza, quasi di superbia nei confronti degli avversari, la vedo ultrafavorita e senza competitors”. Questo lo sguardo di Fabio Capello sul campionato. L’allenatore dell’ultimo scudetto romanista, ai microfoni di Radio anch'io sport, si candida poi a un ruolo nella dirigenza giallorossa: "Ho ottimi ricordi di Roma come giocatore e come allenatore, ma ormai ci sono altre persone che possono fare qualcosa di più, magari potrei tornare per una consulenza”. 

Capello parla anche del successo dell’Italia in Polonia: “Il calcio italiano è ormai fatto di possesso palla, nel dna di tutti c'è questo. Questa squadra è tecnicamente molto valida, ma non dimentichiamo che la Polonia mi è sembrata un pò dimessa”.

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Perotti, altro stop: problema al polpaccio sinistro per l’argentino

Nuovo stop per Diego Perotti. Al termine dell’allenamento odierno, l’argentino ha accusato un problema al polpaccio sinistro. Le sue condizioni saranno valutate nei prossimi giorni, anche se è difficile immaginarlo a disposizione per la gara di sabato contro la Spal. 

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Calciomercato

Dzeko, la Premier e la Roma: “Ora felice in giallorosso, ma non si sa mai”

“Tornare in Premier League? Forse è tardi ma non si sa mai". Con queste parole Edin Dzeko affronta l'argomento calciomercato ai microfoni di Sky Sports News alla vigilia del match tra Bosnia ed Irlanda. "Ho passato quattro anni e mezzo lì e ci siamo divertiti ogni minuto di ogni partita. Adoro la Premier League e l’Inghilterra, quindi vedremo, ma al momento sono felice a Roma“ ha chiosato il bomber, che ha parlato anche della sua esperienza in Nazionale: "Ancora non lo so se questo sarà il mio ultimo Europeo. Ma ci sarà chi verrà dopo di me, mi sostituirà e batterà anche i miei record, che sono fatti proprio per essere superati. Ora io sono qui e il sogno di ogni giocatore è giocare per la propria patria: questa maglia dev’essere la motivazione più grande".