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Manchester City-Real Madrid: orario, probabili formazioni e dove vederla in tv

(Adnkronos) – Big match in Champions League. Oggi, martedì 17 marzo, il Manchester City ospita il Real Madrid – in diretta tv e streaming – nel ritorno degli ottavi di finale della massima competizione europea. La squadra di Guardiola scenderà in campo per provare a ribaltare la pesante sconfitta dell'andata, quando al Bernabeu la tripletta di Valverde permise al Blancos di Arbeloa di imporsi 3-0, avvicinando così la qualificazione ai quarti.  La sfida tra Manchester City e Real Madrid è in programma oggi, martedì 17 marzo, alle ore 21. Ecco le probabili formazioni: 
Manchester City (4-2-3-1): Donnarumma; Khusanov, Ruben Dias, Guehi, O'Reilly; Rodri, Bernardo Silva; Semenyo, Cherki, Doku; Haaland. All. Guardiola 
Real Madrid (4-4-2): Courtois; Alexander-Arnold, Rudiger, Huijsen, Fran Garcia; Valverde, Pitarch, Tchouameni, Arda Guler; Brahim Diaz, Vinicius. All. Arbeloa  Manchester City-Real Madrid sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva sui canali SkySport. Il match sarà visibile anche in streaming sull'app SkyGo e su NOW.  
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Chelsea-Psg: orario, probabili formazioni e dove vederla in tv

(Adnkronos) – Il Chelsea ospita il Paris Saint-Germain in Champions League. Oggi, martedì 17 marzo, i Blues ospitano i parigini – in diretta tv e streaming – a Stamford Bridge nel ritorno degli ottavi di finale della massima competizione europea. Si riparte dal 5-2 del Parco dei Principi con cui la squadra di Luis Enrique, campione d'Europa in carica, si è aggiudicata il primo round del doppio confronto, avvicinando la qualificazione ai quarti.  La sfida tra Chelsea e Psg è in programma oggi, martedì 17 marzo, alle ore 21. Ecco le probabili formazioni: 
Chelsea (4-2-3-1): Sanchez; Gusto, Fofana, Chalobah, Cucurella; James, Caicedo; Palmer, Fernandez, Garnacho; Joao Pedro. All. Rosenior 
Psg (4-3-3): Safonov; Hakimi, Marquinhos, Pacho, Mendes; Zaire-Emery, Vitinha, Neves; Kvaratskhelia, Dembelé, Barcola. All. Luis Enrique  Chelsea-Psg sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva sui canali SkySport. Il match sarà visibile anche in streaming sull'app SkyGo e su NOW.  
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Milioni di sedentari entro 2050 e mezzo milione di morti premature in più ogni anno, ecco perché: la previsione choc

(Adnkronos) – L'aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico potrebbe spingere milioni di adulti in tutto il mondo verso l'inattività fisica entro il 2050, ed essere collegato a circa mezzo milione di morti premature e a perdita di produttività per miliardi di dollari. E' quanto suggerisce la proiezione contenuta in uno studio pubblicato sulla rivista 'The Lancet Global Health'. Il pianeta sta diventando sempre più caldo per effetto del climate change, e questo crescente calore – avvertono gli autori – probabilmente influenzerà anche quanto le persone possono essere attive da un punto di vista fisico. La sedentarietà è già un grave problema di salute globale: circa 1 adulto su 3, infatti, non soddisfa le linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità per l'esercizio settimanale. Lo studio ha analizzato i dati di 156 Paesi tra il 2000 e il 2022 per calcolare una stima dell'impatto dell'aumento delle temperature sull'attività fisica a livello globale. Il modello indica che entro il 2050 ogni mese aggiuntivo con una temperatura media superiore a 27,8 gradi centigradi aumenterebbe l'inattività fisica di 1,5 punti percentuali a livello globale e di 1,85 punti percentuali nei Paesi a basso e medio reddito, senza tuttavia un chiaro impatto in quelli ad alto reddito. Ciò si traduce in un numero previsto di 0,47-0,70 milioni di morti premature in più all'anno e in perdite di produttività comprese tra 2,40 e 3,68 miliardi di dollari.  L'aumento maggiore dell'inattività fisica, secondo la previsione, si registrerà ovviamente nelle regioni più calde come l'America Centrale, i Caraibi, l'Africa subsahariana orientale e l'Asia sud-orientale equatoriale, dove la sedentarietà potrebbe aumentare di oltre 4 punti percentuali per ogni mese trascorso con la colonnina che segna sopra i 27,8 °C. Si tratta però di proiezioni basate su modelli, precisano gli autori, ricavate da sondaggi sull'attività fisica auto-riferita e che tengono conto solo delle variazioni di temperatura. Pertanto, avvertono gli esperti, permangono notevoli incertezze circa l'impatto reale. Ciò che i risultati sicuramente suggeriscono – illustrano gli autori – è la necessità di intervenire per proteggere la popolazione dall'aumento delle temperature, ad esempio progettando città più fresche, offrendo spazi climatizzati a prezzi accessibili per l'esercizio fisico e fornendo consigli chiari su come proteggersi dal caldo estremo, oltre a ridurre le emissioni di gas serra. 
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Iran, l’altra guerra: ecco come il conflitto sta colpendo la tecnologia globale

(Adnkronos) – La Corea del Sud non confina con l'Iran. Non ha soldati sul campo. Non è parte di nessuna alleanza militare in Medio Oriente. Eppure, nelle prime quattro giornate di borsa dopo l'inizio del conflitto, il suo mercato azionario ha perso il diciotto per cento del proprio valore, il calo più rapido dal 2008. Oltre cinquecento miliardi di dollari svaniti in pochi giorni. Non per via di missili o sanzioni. Per via dell'energia. È questa l'altra guerra che, oltre al prezzo del petrolio e della benzina, porta la crisi nel settore della tecnologia, soprattutto nella produzione di chip e nei data center.  Per capire cosa sta succedendo bisogna guardare una mappa. Lo Stretto di Hormuz è un corridoio d'acqua largo poco più di cinquanta chilometri, tra l'Iran e la penisola arabica. Da lì passa circa un quinto di tutto il petrolio mondiale. E da lì passa quasi tutto il petrolio che alimenta le fabbriche sudcoreane di chip. La Corea del Sud importa circa il settanta per cento del suo petrolio dal Medio Oriente, e praticamente tutto viaggia attraverso Hormuz. Quando lo stretto si è chiuso, il problema è diventato immediato. Le due grandi aziende sudcoreane di semiconduttori, Samsung e SK Hynix, insieme controllano l'ottanta per cento della produzione mondiale di un tipo di memoria fondamentale per l'intelligenza artificiale, e quasi il settanta per cento di un altro tipo usato in ogni computer e telefono del pianeta. Entrambe hanno perso oltre il venti per cento del loro valore in borsa nel giro di due giorni. "La guerra in Iran non ha creato questo problema", scrivono Darcie Draudt-Véjares, ricercatrice del Carnegie Endowment for International Peace, e Tim Sahay, co-direttore del Net Zero Industrial Policy Lab alla Johns Hopkins University. "Ha semplicemente reso evidente quanto quella dipendenza sia diventata pericolosa".  Quello che il conflitto ha reso visibile non è una crisi nuova. È una crisi vecchia che nessuno aveva risolto. La Corea del Sud, pur essendo uno dei Paesi più avanzati al mondo nella produzione di tecnologia, produce ancora la maggior parte della sua energia bruciando petrolio e gas importati. Ha rimandato per anni il passaggio alle energie rinnovabili. Ora paga il conto. Il nuovo grande complesso industriale in costruzione a Yongin, a sud di Seul, destinato a diventare il più grande polo di produzione di chip al mondo e ad aprire in parte nel 2027, avrà bisogno da solo di sedici gigawatt di energia: circa il diciassette per cento di tutta la domanda nazionale al picco. Chi lo alimenterà, e con cosa, è una domanda ancora senza risposta definitiva.  Non è la prima volta che una crisi geopolitica mette in discussione la tenuta di queste filiere produttive. La pandemia aveva bloccato le fabbriche. La guerra in Ucraina aveva complicato l'accesso al neon, altro gas usato nella produzione di chip. Ogni crisi ha il suo materiale, il suo punto debole nascosto.  C'è poi un secondo fronte, quello delle materie prime usate direttamente nella produzione dei chip. Due in particolare sono sotto osservazione: l'elio e il bromo. Il 2 marzo scorso, alcuni droni iraniani hanno colpito un impianto nel Qatar. Non era una raffineria di petrolio, non era una base militare. Era una fabbrica di elio. Il Qatar produce oltre un terzo dell'elio mondiale. Dopo i droni iraniani, l'impianto di Ras Laffan è rimasto offline. Phil Kornbluth, presidente di Kornbluth Helium Consulting, ha detto che è ormai difficile immaginare uno scenario in cui l'interruzione duri meno di due o tre mesi, con altri quattro o sei mesi prima che le forniture tornino alla normalità. L'elio è lo stesso gas che gonfia i palloncini, ma nelle fabbriche di chip serve a mantenere temperature e condizioni molto precise durante la lavorazione. Non ha sostituti pratici. Il bromo, invece, serve a incidere i circuiti sui chip. Quasi due terzi della produzione mondiale viene da Israele e Giordania, due Paesi al centro, in modi diversi, della crisi regionale. "C'è un rischio moderato sui materiali critici. L'elio è quello che stiamo monitorando con più attenzione", ha detto Peter Hanbury, partner della divisione tecnologica di Bain & Company, alla Cnbc. "Il Qatar è una delle principali fonti. Canada e Stati Uniti sono anch'essi grandi fornitori", ha aggiunto, lasciando intendere che alternative esistono, ma richiedono tempo per essere attivate. L'industria globale dei semiconduttori vale quest'anno circa mille miliardi di dollari. È su questa industria che poggiano il cloud, l'intelligenza artificiale, i pagamenti digitali e buona parte delle comunicazioni mondiali. Una interruzione prolungata delle forniture non sarebbe solo un problema economico. Sarebbe un problema di infrastruttura globale, e questa guerra sta mostrando con chiarezza quanto quelle infrastrutture siano fragili.  C'è però un altro problema, ancora meno visibile. Il primo marzo scorso, droni iraniani hanno colpito due strutture di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti e una terza in Bahrain. Non erano basi militari. Erano gli edifici dove vivono i dati di milioni di persone. Dopo gli attacchi, i residenti di Dubai e Abu Dhabi si sono svegliati senza poter pagare un taxi, ordinare da mangiare o controllare il proprio conto in banca. Nvidia ha chiuso temporaneamente i suoi uffici a Dubai. Google ha avuto decine di dipendenti bloccati nella stessa città per le cancellazioni dei voli. Chris McGuire, che ha lavorato sulla sicurezza tecnologica al Consiglio per la Sicurezza Nazionale sotto Biden e oggi è ricercatore al Council on Foreign Relations, ha detto al Guardian che se le grandi aziende tecnologiche vogliono continuare a investire in Medio Oriente, dovranno farsi una domanda molto concreta: "Se si vuole davvero puntare sul Medio Oriente, forse significa mettere la difesa missilistica sui data center". "Questo è solo l'inizio degli attacchi ai data center", ha aggiunto McGuire. "Oggi sono l'obiettivo meno importante che saranno mai stati. Da qui in poi, con l'intelligenza artificiale sempre più centrale per l'economia e per le operazioni militari, la loro importanza non può che crescere". (di Angelo Paura) 
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Hormuz, tanti no al piano di Trump. Meloni: “Intervenire sarebbe passo verso coinvolgimento”

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Donald Trump aspetta risposte positive, ma il telefono squilla poco. Il presidente degli Stati Uniti continua a sollecitare la formazione di una coalizione internazionale, con il contributo primario della Nato, per liberare e aprire lo Stretto di Hormuz bloccato dall'Iran con la conseguente paralisi del commercio del petrolio nel Golfo Persico. L'aumento dei prezzi impone una soluzione al rebus, ma l'iniziativa di Trump fatica a decollare.  "Numerosi Paesi mi hanno detto che sono in arrivo. Li annunceremo presto: alcuni sono molto entusiasti, altri meno. Alcuni sono Paesi che abbiamo aiutato per moltissimi anni. Li abbiamo protetti da terribili minacce esterne, eppure non si sono mostrati così entusiasti. E il livello di entusiasmo è importante per me", dice Trump con dichiarazioni generiche: non è chiaro chi abbia dato la propria disponibilità e come intenda contribuire. "Dopo 40 anni che vi proteggiamo, non volete essere coinvolti in qualcosa di così insignificante, in cui verranno sparati pochissimi colpi perché gli iraniani non ne hanno più a disposizione? Io chiedo se hanno dragamine e mi dicono che preferirebbero non essere coinvolti", le argomentazioni del numero 1 della Casa Bianca.  Non è chiaro nemmeno per quale motivo Trump chieda l'intervento di altri paesi, Cina compresa, visto che "non ne abbiamo bisogno". "Voglio vedere come reagiscono", dice con l'ennesima giravolta verbale. "Ho sempre pensato che questa fosse una debolezza della Nato, il nostro compito era proteggerli. Ma ho sempre detto che, quando avremo bisogno di aiuto, loro non ci proteggeranno. Noi abbiamo costruito il più grande esercito del mondo e proteggiamo le persone. Se avessimo bisogno delle loro navi o di qualsiasi altra cosa, di qualsiasi mezzo che potrebbero avere, dovrebbero venire subito ad aiutarci perché noi li abbiamo aiutati per anni", dice. Il presidente non rende nota la lista nera degli 'ingrati', il compito probabilmente spetterà al segretario di Stato. "Saremo delusi da qualche nazione e vi diremo quali sono", dice Trump delegando l'incarico a Marco Rubio.  
Il presidente non usa toni particolarmente gratificanti nemmeno per chi, a suo dire, si unirà all'impresa. Il Regno Unito, dice, non si è comportato bene. "Non sono contento di come ha agito, ma parteciperà", dice prima di bacchettare il premier britannico Keir Starmer. "Mi ha detto 'sto incontrando il mio team per decidere'. E gli ho detto 'perché devi vedere il tuo team?'. Sei tu il primo ministro, sei tu che devi prendere la decisione, non devi parlare con nessuno. Dopo che abbiamo distrutto le capacità militari dell'Iran e la zona è diventata molto più sicura, ha detto che avrebbe mandato due portaerei: gli ho detto 'no non le vogliamo più'… E' stato deludente", l'affondo di Trump. "Stiamo discutendo, con partner europei, del Golfo e gli Usa, e ovviamo dobbiamo valutare molte opzioni. Noi abbiamo già sistemi di sminamento autonomi nella regione, valutiamo opzioni ed esperienza, ma lavoriamo con gli alleati", dice Starmer nelle stesse ore. 
Bene, ma non benissimo, il colloquio con il presidente francese Emmanuel Macron. "Da 1 a 10, darei voto 8. Ma parliamo pur sempre della Francia, non ci aspettiamo la perfezione…", dice Trump, convinto che anche Parigi "aiuterà".  Trump il 31 marzo dovrebbe essere in Cina per la visita fino al 2 aprile. Il viaggio, con annesso incontro con Xi Jinping, potrebbe slittare. "Rinvieremo di poco probabilmente, magari un mese", dice Trump. " C'è una guerra in corso. Penso sia importante che io sia qui". Il rinvio sarebbe legato a motivi logistici e di opportunità, vista la guerra in corso, ma diventerebbe anche un segnale se la Cina – che secondo Washington dipende fortemente dal petrolio del Golfo – non aderisse all'appello. Pechino per ora si esprime con le parole del portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian. La Cina, dice, "una volta di più sollecita le parti a fermare immediatamente le operazioni militari, a evitare ulteriore escalation della situazione tesa e a evitare che il disordine regionale abbia un ulteriore impatto sull'economia globale. Stiamo comunicando con le parti coinvolte per lavorare a una de-escalation della situazione".  
Categorica la posizione della Germania. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz esclude la partecipazione del paese alla guerra in ogni forma: "Non abbiamo il mandato delle Nazioni Unite, dell'Unione Europea o della Nato richiesto dalla Legge Fondamentale. E' stato dunque chiaro dall'inizio che questa guerra non è una questione che riguarda la Nato", dice nel corso di una conferenza stampa a Berlino. La Germania, ha quindi chiarito, non è stata consultata né dagli Stati Uniti né da Israele prima dell'inizio della campagna. Questo significa – prosegue – che non c'è mai stata una discussione sul "se" le truppe tedesche sarebbero state coinvolte. Per tale motivo "la questione del come la Germania potrebbe essere coinvolta militarmente qui non si pone". 
Semaforo rosso anche dal Giappone. "Nell'attuale situazione con l'Iran, al momento non consideriamo l'avvio di un'operazione di sicurezza marittima", afferma il ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi. "La domanda è quello che il Giappone dovrebbe fare di sua iniziativa e quello che sarebbe possibile nella nostra cornice legale, piuttosto che quello che sia richiesto dagli Stati Uniti", spiega la premier Sanae Takaichi spiegando di aver "chiesto a varie sezioni di diversi ministeri di valutare la cosa". L'utilizzo delle Forze di autodifesa per missioni all'estero è una questione politicamente sensibile per il Giappone, nella cui Costituzione vi è l'articolo, imposto dagli Usa nel 1947 dopo la Seconda Guerra Mondiale, che sancisce la rinuncia formale alla guerra e vieta il mantenimento di forze armate. "Il governo giapponese sta attualmente considerando come adottare le necessarie misure – conclude la premier – ovviamente, queste saranno nell'ambito della legge giapponese, ma stiamo valutando come proteggere le navi collegate al Giappone e i loro equipaggi, e vedere quello che possiamo fare". No anche dall'Australia, mentre il dibattito in Corea del Sud è accompagnato da manifestazioni di protesta contro l'ipotesi di invio di navi.  
L'Italia ha escluso la partecipazione alla guerra. "Da una parte per noi è fondamentale, ovviamente, la libertà di navigazione, che è oggetto anche oggi di uno statement che è stato fatto con i nostri partner. Intervenire insomma significa oggettivamente fare un passo in avanti nel coinvolgimento", dice la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Quarta Repubblica su Rete4 alla fine della giornata caratterizzata dalla partecipazione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al Consiglio Affari Esteri dell'Unione europea a Bruxelles. Nella riunione, dice il numero 1 della Farnesina, è stato espresso "l'auspicio di un rapido percorso per arrivare alla pace e stabilità in Medio Oriente. La via del negoziato diplomatico e del dialogo con i Paesi del Golfo è sempre più essenziale per promuovere la de-escalation e garantire la libertà di navigazione e la sicurezza marittima a Hormuz". Esclusa una modifica della finalità della missione europea Aspides: rimane nel Mar Rosso e non sarà coinvolta a Hormuz. 
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Iran, compagnie petrolifere in pressing su Trump: “Crisi rischia di aggravarsi”

(Adnkronos) – La crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran rischia di aggravarsi. E' questo, secondo quanto scrive il 'Wall Street Journal', l'avvertimento all'amministrazione Trump da parte dei dirigenti del settore petrolifero americano. Il monito sarebbe arrivato nel corso di una serie di incontri tenutisi mercoledì alla Casa Bianca e, in generale, nei recenti colloqui con il segretario all’Energia Chris Wright e il segretario agli Interni Doug Burgum, dove gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron, e ConocoPhillips, avrebbero avvertito che l'interruzione dei flussi energetici provenienti dallo stretto di Hormuz continuerebbe a creare volatilità nei mercati energetici globali.  Trump tuttavia non ha partecipato alle riunioni di mercoledì scorso. Intanto, in quello stesso giorno, i prezzi del petrolio negli Stati Uniti sono saliti dagli 87 dollari al barile, arrivando ai 99 dollari al barile venerdì. La Casa Bianca ha attuato – o sta valutando – diverse misure che spera possano far scendere i prezzi del petrolio, tra cui un ulteriore allentamento delle sanzioni sul petrolio russo, un massiccio rilascio delle riserve energetiche di emergenza e l’eventuale deroga a una legge che limita i flussi di greggio tra i porti statunitensi. I funzionari dell'amministrazione hanno anche comunicato agli amministratori delegati delle compagnie petrolifere che sperano di aumentare il flusso di petrolio tra il Venezuela e gli Stati Uniti, scrive il giornale citando un funzionario della Casa Bianca. Gli incontri sono stati definiti produttivi e nessuno dei dirigenti ha attribuito la responsabilità della crisi all’amministrazione Trump. Tuttavia, secondo il 'Wall Street Journal', molti operatori del settore petrolifero temono che le opzioni disponibili possano rivelarsi poco utili ad arginare la crisi e che l’unica soluzione sia la riapertura dello Stretto di Hormuz (attraverso cui transita un quinto dell’approvvigionamento giornaliero mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto). In caso contrario, la pressione esercitata dal protrarsi dei prezzi elevati potrebbe gravare sull’economia globale e frenare la domanda di carburante. Un alto funzionario dell'amministrazione Trump ha dichiarato che l'amministrazione è consapevole che i prezzi continueranno a salire, ma che al momento non c'è molto che possa fare. Il Pentagono ha comunicato all'amministrazione che esistono opzioni per riaprire lo stretto, e l'amministrazione vuole che ciò avvenga nel giro di poche settimane, non di mesi.  E' in questo clima di incertezza che i Guardiani della Rivoluzione in Iran hanno intanto minacciato di colpire "presto" le compagnie Usa basate nella regione e sollecitato i dipendenti di tali aziende ad abbandonare "immediatamente" i siti, si legge sull'agenzia Sepah. Nei giorni scorsi l'agenzia Tasnim aveva pubblicato un elenco dei possibili bersagli di Teheran, fra cui gli uffici di Amazon, Google, Microsoft e Nvidia nei Paesi del Golfo.  Per far fronte all'attuale crisi, l'Agenzia Internazionale dell'Energia (Iea) è pronta intanto a rilasciare ulteriori riserve strategiche di petrolio "se necessario", ha dichiarato il suo direttore esecutivo, Fatih Birol. "Considerando le scorte governative e industriali, sommandole, rimarranno ancora più di 1,4 miliardi di barili, il che significa che potremo fare di più in seguito, se necessario", ha affermato in una dichiarazione video. Secondo Birol, la decisione dell'Iea di rilasciare questi 400 milioni di barili ha già avuto "un effetto calmante sui mercati". "I prezzi del petrolio sono oggi significativamente più bassi rispetto a una settimana fa, ma sebbene il rilascio delle nostre scorte possa fornire un cuscinetto temporaneo, non è una soluzione sostenibile", ha concluso. Birol ha chiesto la riapertura dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita normalmente il 20% del consumo globale di petrolio: "Come ho ripetutamente affermato la scorsa settimana, la condizione essenziale per un ritorno a flussi stabili di petrolio e gas è la ripresa del transito attraverso lo Stretto di Hormuz". Altri Paesi sono pronti a "sostenerci", ha aggiunto, citando India, Colombia, Singapore, Thailandia e Vietnam. La decisione presa la scorsa settimana dai 32 Paesi membri dell'Iea, volta a calmare i mercati in seguito all'impennata del prezzo del petrolio dall'inizio della guerra in Medio Oriente, rappresenta la svolta più significativa nella storia dell'istituzione. Il petrolio Brent era in calo dell'1,2% oggi, a 101,88 dollari intorno alle 15 Gmt, dopo aver raggiunto quasi i 120 dollari la settimana precedente. Ma qual è il quadro secondo gli esperti? "Il conflitto in Medio Oriente ha riacceso i timori di una recessione, di un ritorno dell’inflazione o di entrambi gli scenari, alimentati dalla possibilità di uno shock dei prezzi petroliferi. Tuttavia, riteniamo opportuno evitare valutazioni eccessivamente pessimistiche sulla crescita o sull’inflazione", quanto sottolinea la Chart of the Week a cura dell’economic team di Payden & Rygel, che analizza l’andamento del consumo di petrolio negli Stati Uniti in relazione alla produzione economica reale. "Da un lato, infatti, negli ultimi decenni il pass-through degli aumenti del prezzo del petrolio all’inflazione core è stato relativamente contenuto; dall’altro, sebbene prezzi dell’energia più elevati incidano sul reddito disponibile delle famiglie, sarebbe necessario un periodo prolungato per erodere in modo significativo la crescita dei redditi (ad esempio per più di un trimestre). Inoltre, la dipendenza dal petrolio dell’economia statunitense è diminuita del 66% dal 1965, grazie alla diversificazione delle fonti energetiche e al progressivo passaggio da un’economia manifatturiera a una più orientata ai servizi", prosegue l'analisi. Secondo gli esperti "infine, gli Stati Uniti sono recentemente passati da importatori netti a esportatori netti di petrolio, rafforzando ulteriormente la resilienza dell’economia rispetto agli choc dei prezzi energetici. In questo contesto, la trasmissione degli choc petroliferi a crescita economica e inflazione appare oggi più contenuta rispetto al passato, almeno nel caso degli Stati Uniti".  
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Iran, Trump e la vittoria ‘a metà’: successi sul campo ma missione non compiuta

(Adnkronos) –
Vittoria. Anzi, no. Dopo 17 giorni di guerra contro l'Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe essere vicino a dichiarare la vittoria. Ma mentre Washington può rivendicare il successo delle operazioni militari, resta aperta la vera incognita: come reagirà Teheran. "L'Iran è una tigre di carta", dice e ripete Trump. Con gran parte della Marina iraniana distrutta, una parte significativa dell'arsenale missilistico eliminata e diversi leader di primo piano uccisi, il presidente americano si è avvicinato agli obiettivi militari fissati all'inizio delle ostilità. "Abbiamo colpito 7000 obiettivi. L'Iran vuole trattare, ma secondo me non sono pronti. Non sappiamo nemmeno che sia il loro leader, non sappiamo se Mojtaba Khamenei sia vivo o morto", aggiunge descrivendo un quadro caotico che ostacola eventuali azioni diplomatiche.  Il conflitto, in sostanza, è ancora lontano dalla soluzione reale. I risultati sul campo – sottolinea il Washington Post – non hanno ancora prodotto gli effetti politici più ampi più volte evocati dalla Casa Bianca, che rischia di trovarsi impelagata in una maratona dopo aver programmato una gara sprint o comunque un'operazione di respiro medio. Trump ha fatto riferimento ad un orizzonte temporale di 4-6 settimane: l'operazione Epic Fury è entrata nella terza settimana. Secondo l'iniziale calendario del presidente, nella migliore delle ipotesi si avvicina il giro di boa. Nella peggiore, dietro l'angolo c'è il rettilineo finale. Ma senza traguardo. Il bicchiere in tal senso è mezzo vuoto se si considera che gli Stati Uniti hanno utilizzato almeno una parte del proprio arsenale in un periodo di produzione limitata. Lo scorso anno, in particolare, gli Usa hanno aggiunto solo 96 sistemi Thaad antimissile e 57 missili Tomahawk: per ripristinare i livelli di sicurezza serviranno anni e miliardi. 

 
Questo sforzo, anche economico, non ha prodotto sinora il cambiamento radicale al vertice dell'Iran. Il regime di Teheran resta al potere e continua a mettere sotto pressione i mercati energetici globali ostacolando il traffico navale nello Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo attraverso cui transitano petrolio e gas del Golfo. Secondo diplomatici e analisti, la leadership iraniana potrebbe ora essere ancora più determinata ad accelerare verso l'arma nucleare. L'Iran, infatti, mantiene il controllo di circa 440 chilogrammi di uranio altamente arricchito, una leva importante mentre Teheran cerca di resistere agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele. Il paradosso rappresenta una sfida per Trump, che punta a chiudere rapidamente il conflitto mentre cresce la pressione nel suo stesso partito per tornare a concentrarsi sull'economia in vista delle elezioni di midterm. I prezzi della benzina sono saliti del 25% dall'inizio della guerra, gli agricoltori devono affrontare l'aumento dei costi dei fertilizzanti e cresce il numero dei militari americani caduti. Teheran ha inoltre dimostrato una notevole capacità di colpire le navi che tentano di attraversare lo Stretto di Hormuz, rendendo incerto se una cessazione unilaterale delle ostilità da parte di Washington sarebbe sufficiente a far scendere i prezzi dell'energia. "Abbiamo affondato tutte le loro navi", ribadisce Trump. Nello Stretto di Hormuz, però, basta un 'barchino' per piazzare una mina. E la giostra riparte.  Secondo Suzanne Maloney, vice presidente e direttrice del programma Politica estera della Brookings Institution nonché esperta di relazioni tra Stati Uniti e Iran, esiste un divario tra i successi militari ottenuti sul campo e la capacità di Washington di neutralizzare davvero l'Iran come minaccia regionale. "Abbiamo avuto un enorme successo nel raggiungere specifici obiettivi militari, ma finché l'Iran può dettare la data di fine della guerra e mantenere comunque una strada aperta verso la capacità nucleare, è una catastrofe strategica", ha dichiarato. La morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, ucciso nella prima ondata di attacchi il 28 febbraio, ha aperto una fase di forte incertezza. Il suo successore, il figlio Mojtaba, potrebbe avere calcoli diversi o non disporre dell'autorità necessaria per contenere le componenti più radicali dell'apparato di sicurezza. Secondo Brian Katulis del Middle East Institute, la guerra rischia anzi di avere l'effetto opposto a quello sperato da Washington. "Abbiamo colpito il regime ma, così facendo, abbiamo anche agitato un vespaio: l'Iran potrebbe diventare ancora più duro e radicale nelle sue posizioni", ha osservato.  
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Ondata di maltempo al Sud, tre regioni in allerta arancione. Scuole chiuse a Catania

(Adnkronos) – Non si ferma la forte ondata di maltempo che in queste ore si è abbattuta sul Sud Italia. Per questo, nella giornata di oggi martedì 17 marzo, è stata valutata l'allerta meteo arancione in tre regioni colpite da piogge, temporali e venti di burrasca. In considerazione del bollettino e delle possibili criticità, le scuole resteranno chiuse a Catania.   Come spiega la Protezione civile, il minimo depressionario che si è posizionato a sud della Sicilia, nel suo lento transito verso est, determina la persistenza di condizioni meteorologiche instabili sulle zone più meridionali del nostro Paese, con precipitazioni diffuse e persistenti, anche a carattere temporalesco, specie sul versante ionico. Sulla base delle previsioni disponibili, il Dipartimento – d’intesa con le regioni coinvolte, alle quali spetta l’attivazione dei sistemi di protezione civile nei territori interessati -, ha emesso un nuovo avviso di condizioni meteorologiche avverse che estende quello emesso in precedenza. I fenomeni meteo, impattando sulle diverse aree del Paese, potrebbero quindi determinare delle criticità idrogeologiche e idrauliche che sono riportate, in una sintesi nazionale, nel bollettino nazionale di criticità e di allerta consultabile sul sito del Dipartimento (www.protezionecivile.gov.it). L’avviso prevede dalle prime ore di oggi, martedì 17 marzo, il persistere delle precipitazioni da sparse a diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, sulla Calabria, specie settori meridionali e ionici, in estensione alla Basilicata. Dalla tarda mattinata si prevedono anche precipitazioni da sparse a diffuse, anche a carattere di rovescio o temporale, sulla Sicilia, specie settori orientali. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, forti raffiche di vento, locali grandinate ed attività elettrica. Dalle prime ore di oggi, inoltre, attesi venti forti o di burrasca dai quadranti orientali sulla Sicilia, specie settori ionici e sulla Calabria, specie settori meridionali.   Sulla base dei fenomeni previsti e in atto è stata quindi valutata per la giornata di oggi, allerta arancione su gran parte della Basilicata, sui settori ionici della Calabria e sul settore nord-orientale della Sicilia. Valutata, inoltre, allerta gialla in Abruzzo, Molise, Puglia, su alcuni settori della Sicilia e sui restanti territori di Basilicata e Calabria. Il quadro meteorologico e delle criticità previste sull’Italia è aggiornato quotidianamente in base alle nuove previsioni e all’evolversi dei fenomeni, ed è disponibile sul sito del Dipartimento della Protezione Civile (www.protezionecivile.gov.it), insieme alle norme generali di comportamento da tenere in caso di maltempo. Le informazioni sui livelli di allerta regionali, sulle criticità specifiche che potrebbero riguardare i singoli territori e sulle azioni di prevenzione adottate sono gestite dalle strutture territoriali di protezione civile, in contatto con le quali il Dipartimento seguirà l’evolversi della situazione. Scuole chiuse oggi a Catania. A deciderlo è stato il sindaco Enrico Trantino, in considerazione del bollettino diramato nel pomeriggio di ieri dalla Protezione civile regionale . Rimarranno inoltre chiusi anche tutti i parchi della città e il giardino Bellini.  
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Trump: “Cuba? Posso liberarla o prenderla, credo che avrò l’onore di conquistarla”

(Adnkronos) – "Credo proprio che avrò l'onore di conquistare Cuba. Sarebbe fantastico. Un grande onore". L'Avana ancora nel mirino del presidente Usa Donald Trump, che stavolta in una conferenza stampa a Washington è tornato a parlare dell'isola con toni meno concilianti rispetto ai giorni scorsi. "Posso liberarla o prenderla – ha detto -, penso di poterci fare tutto quello che voglio", ha poi aggiunto il tycoon, affermando che si tratta di un paese fortemente indebolito. Tutt'altro, insomma, risetto al "friendly takover", una "acquisizione amichevole", con il quale Trump auspica solo nei giorni scorsi una svolta soft per Cuba, sbilanciandosi su un cambio di regime nell'isola caraibica. Il presidente degli Stati Uniti aveva delineato infatti un iter basato su dialogo e trattative con L'Avana.  "Il governo cubano sta parlando con noi e ha grossi problemi, come sapete. Non hanno soldi, non hanno nulla al momento, ma stanno dialogando con noi e forse vedremo una presa di controllo pacifica di Cuba", aveva spiegato Trump ai giornalisti. Con l'economia cubana ormai spinta dal blocco petrolifero sull'orlo del collasso, Trump sembrava inizialmente sperare di raggiungere un accordo con il governo cubano per eviatre il caos. Washington sembrava ifatti voler puntare anche nell'isola caraibica al modello Venezuela: a Caracas, dopo il blitz con cui le forze speciali Usa hanno catturato Nicolas Maduro, il governo è nelle mani della sua ex vice, Delcy Rodriguez, bolivariana nelle dichiarazioni, ma assolutamente collaborativa e allineata a Washington nei fatti. Per la svolta a Cuba, ipotizzava Trump, basterà parlare. Al modello Venezuela aveva fatto un esplicito riferimento lo stesso Rubio, che da figlio di esuli cubani per decenni ha invocato la caduta del regime castrista: "Cuba ha bisogno di cambiamento, ma non deve avvenire tutto insieme, da un giorno all'altro, tutti siamo maturi e realistici, per esempio stiamo vedendo un processo del genere in Venezuela", ha detto parlando al vertice dei Paesi dei Caraibi il segretario di Stato americano che, secondo fonti informate, starebbe discutendo un possibile accordo con Raul Guillermo Rodriguez Castro, il nipote di Raul.  
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Iran, Meloni: “Intervenire a Hormuz sarebbe passo verso coinvolgimento”

(Adnkronos) – Intervento italiano nello Stretto di Hormuz? "Da una parte per noi è fondamentale, ovviamente, la libertà di navigazione, che è oggetto anche oggi di uno statement che è stato fatto con i nostri partner" ma "intervenire significa oggettivamente fare un passo in avanti nel coinvolgimento". E' questa la risposta della premier Giorgia Meloni a Quarta Repubblica, su Rete4, a proposito della richiesta Usa agli alleati per una coalizione per garantire la libertà di navigazione nello Stretto. "Quello che noi possiamo fare adesso – ha aggiunto – è rafforzare Aspides, quindi parliamo del Mar Rosso".  "Siamo profondamente preoccupati per l’escalation della violenza in Libano e chiediamo un impegno concreto da parte dei rappresentanti israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile. Sosteniamo con forza le iniziative volte a facilitare i colloqui ed esortiamo a una immediata de-escalation", affermano intanto in una dichiarazione congiunta i leader di Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito sull’escalation del conflitto tra Israele e Hezbollah e l'operazione di terra in Libano. "Gli attacchi di Hezbollah contro Israele e il fatto che vengano presi di mira civili devono cessare, e il gruppo deve disarmarsi. Condanniamo la decisione di Hezbollah di unirsi all’Iran nelle ostilità, decisione che mette ulteriormente a rischio la pace e la sicurezza regionali", rimarcano i leader, che aggiungono: "Condanniamo gli attacchi diretti contro civili, infrastrutture civili, operatori sanitari e strutture sanitarie, nonché contro la Forza ad interim delle Nazioni Unite in Libano. Queste azioni sono inaccettabili e chiediamo a tutte le parti di agire nel rispetto del diritto internazionale umanitario". "Una significativa offensiva terrestre israeliana avrebbe conseguenze umanitarie devastanti e potrebbe portare a un conflitto prolungato. Deve essere evitata. La situazione umanitaria in Libano, compresi gli sfollamenti di massa in corso, è già profondamente allarmante", scrivono ancora i leader. "Ribadiamo il nostro appello per la piena attuazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte di tutte le parti e sosteniamo gli sforzi del Governo del Libano per disarmare Hezbollah, vietarne le attività militari e contenere le sue ostilità armate. Siamo solidali con il governo e il popolo libanese, che sono stati trascinati nel conflitto loro malgrado", concludono. 
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