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Gravina a Rete Sport: “Var? Si sta lavorando per renderla più incisiva. Totti è un ambasciatore del calcio, lo vorrei in Figc”

Ai microfoni di Rete Sport è intervenuto Gabriele Gravina, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, nel corso della trasmissione condotta da Francesca Ferrazza e Chiara Zucchelli. Ecco le parole del numero uno della Figc:

"L'Aia sta lavorando sull'utilizzo del Var ipotizzando la creazione di un pool formato da esperti ed ex arbitri al controllo video per utilizzare lo strumento tecnologico in maniera sempre più incisiva" il pensiero sul Var di Gravina, al quale piacerebbe in un futuro avere in Federazione uomini come Totti e Buffon: "Magari, sono ambasciatori del calcio mondiale". Mentre ricorda De Rossi, chiamandolo affettuosamente 'trottolino' fin da quando era capo delegazione dell'Under21 azzurra nel 2004, Gravina ritiene sia fondamentale per il calcio italiano puntare sui giovani: "Abbiamo dato mandato a Mancini e agli altri ct azzurri di mettere in vetrina giovani come Zaniolo".

Di seguito, l'intervista integrale al presidente della Figc.

Si parla tanto di Var: come giudica il suo utilizzo e non pensa che avere un pool al controllo video formato da esperti e/o arbitri non più in attività possa essere la strada giusta?
So che l'Aia sta lavorando moltissimo su questa ipotesi. Ho apprezzato moltissimo l'onestà intellettuale, questo modo di comportarsi da parte dell'Aia, in modo particolare degli arbitri e anche del Var, perché quando qualche giorno fa c'è stato qualche errore ed è stato riconosciuto secondo me è stato un gesto di grande onestà e coerenza intellettuale. Noi dobbiamo imparare a prendere meriti, a riconoscere meriti, ad una delle eccellenze del calcio italiano. Dobbiamo apprezzare sapendo che si possono commettere errori, dobbiamo avere la capacità di apprezzare nel momento in cui gli stessi soggetti che hanno sbagliato riconoscono l'errore. Per limitarli al minimo il lavoro è già straordinario, parliamo sempre di alcuni minimi aspetti negativi e non valorizziamo mai gli aspetti positivi derivanti da questo strumento tecnologico. Ci sono spazi per migliorare, e so che l'Aia sta lavorando. So che c'è la volontà di incidere molto su questo protocollo attualmente esistente per fare in modo che ci sia la possibilità di ricorrere in modo sempre più incisiva ed utile all'utilizzo del Var.

Totti e Buffon quando smetteranno potranno avere, anche part time, un ruolo in FIGC?
Ha citato due icone del calcio non solo italiano, ma mondiale. Ogni volta che abbiamo un evento raccolgono simpatia e consenso. Sono ambasciatori del calcio mondiale, del Calcio, quindi come possono non esprimere un giudizio positivo su uomini ed atleti come Totti e Buffon. Magari.

Il futuro del calcio italiano passa dagli stadi di proprietà? Quanto sono importanti le infrastrutture per il rilancio del calcio italiano?
Credo che il tema delle infrastrutture non sia collegato al titolo giuridico, cioè se sia un semplice possesso o un titolo di proprietà. Innanzitutto dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco di fondo: noi abbiamo bisogno di strutture moderne e soprattutto accoglienti, cosa che noi in Italia facciamo fatica a vivere perché il calcio è come il Turismo, l'industria dell'accoglienza. È il luogo dell'accoglienza, è il luogo dove le famiglie devo incontrarsi, socializzare. Ecco per noi questo è fondamentale, sotto il profilo della socializzazione. Sotto il profilo della capacità di mettere a reddito anche questo tipo di strutturo, è normale che il titolo di proprietà diventa fondamentale, perché dà la possibilità ai club di vivere ora per ora, giorno per giorno, costantemente un luogo che diventa il luogo di riferimento ma anche grande elemento di produzione di ricavi e le società hanno bisogno anche di questo. Per non sottacere un altro elemento fondamentale: la possibilità di utilizzare questo tipo di progetti per migliorare, rilanciare, valorizzare il brand legato a quel tipo di prodotto e all'immagine di una determinata società. Del resto, Juventus Stadium docet.

Lei era capo delegazione dell’Under 21 nel 2004: ci regala un ricordo di un giovanissimo De Rossi?
Daniele è stato con me in Germania 2004 ed è stato uno degli atleti di riferimento nell'Olimpiade di Atene 2004, una Nazionale che dopo 68 anni ha vinto una medaglia alle Olimpiadi. Daniele è sempre stato un ragazzo molto riservato, soprattutto perché era agli inizi. Un ragazzo che al di là degli aspetti di simpatia del carattere che continua a conservare e manifestare in tutte le occasioni, io chiamavo 'trottolino'. Aveva questa capacità di non fermarsi mai straordinaria, e lo ha dimostrato sempre in campo grazie ad eccellenti qualità tecniche. È un ragazzo molto molto molto legato al fare gruppo, sempre attento ad essere a disposizione dei compagni. Un ragazzo che, se dovessi usare un aggettivo per rappresentarne il modo di essere, userei 'fedeltà'.

Roberto Mancini ha puntato molto sulla valorizzazione di un giovane come Zaniolo che, dopo la convocazione in azzurro, è diventato anche un punto di riferimento nella Roma di Di Francesco. E’ così che si fa per lanciare nuovi talenti?
È uno dei modi per agevolare, per dare la possibilità ad alcuni ragazzi di credere in loro stessi ma soprattutto di metterli in vetrina. La Federazione ha dato ampio mandato a Mancini, ma anche agli altri allenatori delle Nazionali, di invertire la rotta. Per raccontare agli italiani una nuova storia. Non si può raccontare solo l'idea di centrare a tutti i costi un risultato importante. Un risultato lo si può ottenere ed è importante per gli italiani per far riscoprire un senso d'appartenenza e d'orgoglio verso la nostra nazione, ma non è solo la vittoria, non è solo il risultato finale, è come quel risultato può essere centrato. Noi dobbiamo raccontare agli italiani che ci sono tantissimi talenti che possono diventare campioni, e Mancini ha questo compito. L'attività che sta svolgendo in questa direzione è davvero encomiabile. Oltre a Zaniolo ci sono tanti altri giovani poco utilizzati nei rispettivi club: oggi grazie all'attività di Mancini e grazie alle loro prestazioni in Nazionale stanno trovando più spazio nei rispettivi club e credo che questa sia una delle mission che la nostra Federazione deve portare avanti.

La Roma è pronta per il prossimo anno con la seconda squadra: quanto contano per il futuro del nostro calcio?
Tantissimo. Sviluppiamo meglio ed organizziamo meglio il progetto, seguiamo anche qui una mission chiara. Utilizziamo le seconde squadre come valorizzazione e formazione di nuovi talenti, perché è chiaro che se le utilizziamo solo per una sorta di sfogo o di utilizzo di comodo. Sul limite d'età, visto che già Under23 è particolarmente elevato, sull'utilizzo degli stranieri, sulla possibilità di capire se sia giusto che questa partecipazione al campionato di Serie C possa essere legata alla possibilità di venire promossi o retrocessi, tutti questi temi saranno oggetto di valutazione politica nel tavolo di lavoro relativo alla riforma dei campionati. Dobbiamo capire quanti spazi e quante opportunità di posti ci sono all'interno di questo campionato professionistico di Serie C.

È presidente da quasi due mesi, quali sono i provvedimenti e le decisioni che ha già adottato e che reputa importanti per la crescita del calcio italiano?
Innanzitutto abbiamo lavorato sulla riscoperta di un entusiasmo che negli ultimi mesi è andato sempre più affievolendosi e che poi abbiamo smarrito nel periodo del nostro commissariamento, un periodo piuttosto buio e triste per il calcio italiano, per ogni forma di non-governo democratico all'interno dell'istituzione sicuramente un momento di grande criticità e di grande negatività soprattutto sotto il profilo dei sentimenti. Oggi abbiamo riscoperto il senso di una governance che ha dato fiducia, che ha dato la possibilità di vivere con entusiasmo diversi appuntamenti. Con questo entusiasmo abbiamo avviato un processo di riforma del calcio italiano, abbiamo immediatamente lavorato su quelle criticità che soprattutto nel periodo estivo hanno generato tensioni nel mondo federale. Mi riferisco sopratutto al tema della giustizia sportiva, a quella lacerazione che è stata generata da alcune violazioni o da alcune applicazioni errate di alcune norme. Abbiamo immediatamente instaurato un tavolo di confronto sulla riforma della giustizia sportiva, che va di pari passo con quell'altro tema molto delicato che è il tema dei controlli. L'ultimo consiglio federale ha approvato le line guida per le nuove licenze nazionali. Quindi il 18 dicembre il consiglio federale, l'ultimo dell'anno 2018, approverà con 6 mesi d'anticipo rispetto agli standard le nuove norme per le licenze d'iscrizione ai campionati. Poi sono stati avviati altri 5 tavoli di lavoro, in modo particolare nell'area della governance per quanto riguarda l'aggiornamento dello statuto, l'adeguamento del codice dei controlli, una nuova area revenues, una nuova area business per il nostro mondo, l'area relativa alla riforma dei campionati, l'area relativa alla valorizzazione e alla modernizzazione delle strutture. Diciamo che vogliamo essere una federazione dinamica, una federazione che vuole incidere con una nuova rivoluzione culturale.

Una domanda “scherzosa”: se non fosse stato il presidente della FIGC, il 26 dicembre (boxing day della Serie A) avrebbe visto calcio o giocato a tombola?
Continuerei sempre a giocare a tombola (ride, ndr).

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Roma sempre più social, ma l’abbraccio della gente vale più di mille like

La Roma social continua ad essere brillante, al contrario di quella in campo. La Juventus ha pubblicizzato sul proprio account twitter lo store ufficiale aperto nella Capitale qualche tempo fa: "Siete a Roma? Non dimenticate di visitare lo Juventus Store in Via del Corso" – ha cinguettato il social bianconero. Oggi la risposta de giallorossi: Finalmente qualcosa che veramente non avete bisogno di vedere a Roma”. 

Divertente, anche perché la battuta dei giallorossi ha riscosso un successo incredibile con tweet di risposta di numerosi utenti, del tipo: "Date le chiavi di Roma al gestore del profilo", "Il miglior account social, senza dubbio". È vero e bisogna riconoscere che la Roma lavora davvero bene su queste piattaforme e sicuramente l'appeal nel mondo virtuale è cresciuto in modo esponenziale con la gestione americana: un risultato non scontato visto che si partiva da zero. La Roma è una squadra che raccoglie, grazie a queste strategie, migliaia di simpatizzanti in giro per il mondo e questo porta possibilità di vendita del proprio marchio in ogni parte del globo.

C'è però un pezzo di mondo che rimane antico, ostinatamente romantico e legato ad elementi tangibili: il mondo dei tifosi della Roma, quelli di Roma (e zone limitrofe), che sentono ancora indissolubile il legame tra i colori della squadra e quelli della Città Eterna. Quei tifosi che si commuovono per Rocca, Santarini, De Sisti, Losi, Falcao, Conti, Giannini, Totti: uomini tangibili, non profili social, che hanno riempito la maglia, onorandola nelle varie epoche dell'epopea giallorossa. 

Tutto questo non può e non deve sfuggire a chi le chiavi della Roma le ha davvero, perché c'è un mondo reale che reclama attenzione, impegno e dedizione. Un mondo di tifosi, che pur non capendo nulla di calcio soffrono per la propria squadra, si arrabbiano, si rovinano le giornate, ma nonostante tutto continuano ad esserci sempre e sperano di potersi innamorare di nuovi eroi, magari non vincenti, pronti però a spremersi fino all'ultima stilla di sudore per una maglia storica. La passione cittadina, verace, "attaccata" resta il motore immobile del frastagliato universo giallorosso. In un mondo dove tutto è sempre più virtuale, c'è bisogno di realtà, di vita, di Roma e di Romanismo.

Da lì si deve necessariamente ripartire, e deve farlo la società, per trovare una nuova spinta in questa stagione. Perché ciò che non faranno i "like" potranno farlo gli abbracci della Gente Romanista.

Giorgio De Angelis

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Verdone: “Bene che Pallotta investa ancora sullo stadio. Ho fiducia in Schick”

Nel giorno del suo 68esimo compleanno, l'attore e regista romano Carlo Verdone è stato ospite di Rete Sport nel corso della trasmissione condotta da Massimiliano Magni ed Alessandro Cristofori. Noto tifoso romanista, Verdone è tornato a commentare l'inizio della stagione della Roma, soffermandosi su alcuni singoli. Ecco le sue dichiarazioni, in versione integrale nel podcast in calce:

"Peccato per l'inizio della stagione, ma si stanno facendo passi in avanti e nell'ultima partita ho visto i giocatori più leggeri, sciolti, disinvolti. Come psicologicamente liberati da qualche problema, magari tattico. Questo Kluivert per esempio funziona bene, si vede il suo potenziale e nel giro di due o tre anni diventerà un campione, ora ha bisogno di più fiducia. Si sta comportando in maniera ottima anche El Shaarawy. Mi sembra invece un po' depresso Dzeko, ma alla fine lui il colpo da 90 lo tira fuori, anche nelle gare meno brillanti il guizzo lo può trovare. Schick? È sicuramente un ragazzo che va provato, ora questo gol gli ha tolto cento chili di peso di preoccupazioni. Potrebbe esplodere in maniera importante, ma deve giocare un po' più in tranquillità, si vede che è preoccupato, si sente sotto il tiro della critica e del pubblico. Ho fiducia, voglio essere ottimista su di lui".

"Se c'è un problema di identificazione della società nelle persone che vestono la maglia? Se De Rossi dovesse entrare nel club come allenatore, o osservatore speciale, sarebbe importante. Ha un'esperienza immensa. L'identità bisogna dargliela con le persone giuste. Già che il presidente Pallotta ora voglia entrare in prima persona nella questione stadio è un segnale importante, è un bene che voglia ancora investirci. Più persone come De Rossi e Rocca sono vicine alla squadra, meglio è, perché conoscono bene i tifosi, l'ambiente, una città che si aspetta sempre tanto e magari non sempre raccolgono quanto potrebbero".

"Il cammino in Champions della scorsa stagione? Un riscatto per squadre con buon potenziale. La Roma non ha quello della Juventus ovviamente, ma si è comportata bene in Champions League e nonostante l'assenza dal Mondiale dell'Italia, il nostro movimento avrà modo di riscattarsi in Europa anche quest'anno".

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Paulo Sousa, l’agente a Retesport: “Rispettiamo Di Francesco, ma allenare la Roma è il sogno di tutti”

"Nessuna intenzione di mancare di rispetto a Di Francesco, ma allenare la Roma è il sogno di tutti" – le parole rilasciate alla redazione di Retesport da Sem Bruno Moioli, agente di Paulo Sousa, che nei giorni scorsi aveva parlato della possibilità di guidare la squadra giallorossa. 

"Il mio assistito ha risposto ad una semplice domanda. Doveva dire di no? – ha aggiunto – Le parole di Renzo Ulivieri? Da parte nostra non c'era intenzione di mancare di rispetto a nessuno, tantomeno a Di Francesco". 

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Casarin tra Var, errori e futuro della tecnologia: “Fiorentina-Roma? Il protocollo non è il Vangelo”

Si continua a parlare di arbitri, Var ed errori in casa Roma dopo il discusso rigore concesso dalla coppia BantiOrsato alla Fiorentina nel match terminato 1-1 al Franchi. Nella mattina di Rete Sport, ospiti della trasmissione condotta da Massimiliano Magni ed Alessandro Cristofori, sono intervenuti Paolo Casarin, ex arbitro e dirigente ed oggi noto opinionista della carta stampata e della tv, e Tiziano Pieri, ex arbitro e abituale opinionista sui 104.200. 

"Il protocollo Var non è la regola, non è il Vangelo. Parliamo di un documento, inizialmente realizzato anche bene, atto ad introdurre un nuovo modo di arbitrare, rivoluzionario rispetto al passato – afferma Casarin -. Il protocollo è solo una fase, utile per introdurre la cooperazione tra due uomini e la tecnologia. Oggi c'è una tale diversificazione di volontà a livello di Federazioni che è comprensibile che ci sia una resistenza al Var. Destinata a cadere però, perché ormai la tecnologia c'è. Più si opera senza sbagliare, però, più si indebolisce la cosiddetta moviola oltre il Var, ovvero tutte le discussioni su errori ed interpretazioni. Per poter cambiare il Calcio, a livello mondiale, in Paesi con tradizione diversa dalla nostra, ci vogliono fermezza e pazienza. La realizzazione definitiva di un'idea, come fu con l'introduzione dei minuti di recupero, ha bisogno di tempo: oggi l'interpretazione che ne dà, con tutte queste precisazioni, l'IFAB (International Football Association Board) è ridicola".

"L'arbitraggio è un'attività straordinaria – prosegue Casarin -, per raggiungere ottimi livelli serve molto addestramento e questo porta delle volte a forme di egocentrismo negli arbitri, che mal volentieri accettano un aiuto esterno convinti della propria preparazione ed abilità. Ma un arbitro da solo non riesce a tenere le redini, il futuro non può altro che essere composto da due arbitri, magari di pari livello, e dalla tecnologia. Bisogna demolire questa infrastruttura fatta di invidia. Rocchi ed Irrati al momento compongono la coppia arbitro-Var migliore in Italia e al mondo, capaci entrambi di essere in campo e dietro al monitor comportandosi da squadra e alla stessa maniera. Solo questa può essere la strada".

Non si tira indietro Casarin neanche dal commentare la possibilità per i direttori di gara di parlare alla stampa: "Il giorno che l'arbitro potrà dire qualcosa, questo farà globalmente una più meravigliosa figura rispetto a chi oggi conduce la classe arbitrale stessa. Bisogna allenarli i direttori di gara, anche a questo, così come è successo con i calciatori". Su questo tema, anche Pieri si trova d'accordo: "Bisogna sicuramente dire che non tutti gli arbitri sarebbero capaci di parlare davanti ai microfoni allo stesso modo, ma Nicchi ormai dovrebbe prendere in considerazione questa soluzione, è una campana di vetro da eliminare. Gli arbitri dovrebbero farsi conoscere, allineandosi al Calcio moderno, perché in questo modo probabilmente le persone sarebbero anche più comprensive in caso di errori".

La chiusura dell'intervento, Casarin la dedica a quanto successo in Fiorentina-Roma: "Il può o non può andare al Var sono tutte balle create dai gestori di questo protocollo, un arbitro deve rivedere quella cosa della quale è incerto. Ora un arbitro che afferma 'qui comando io' non esiste più, col contraddittorio televisivo non può sopravvivere, chi ancora si comporta in questa maniera è semplicemente una persona non evoluta. Il collega che ha potuto rivedere l'azione incriminata deve richiamare l'attenzione di chi è in campo, che a sua volta deve recarsi al monitor per confermare o modificare la propria decisione. La sostanza di tutte queste argomentazioni di buon senso è la seguente: oggi non si può più arbitrare una partita nella quale pubblico e panchine godono di strumenti tecnologici utili per rivedere ogni fase di gioco. L'unico sprovvisto di supporto era proprio l'arbitro: il Var vuole colmare questo vuoto. L'obiettivo è un risultato al 90' senza errori arbitrali".

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Burdisso: “La Roma il punto più alto della mia carriera”

Nicolas Burdisso, difensore che i tifosi giallorossi non hanno dimenticato, è intervenuto questa sera ai microfoni di Rete Sport all'interno della trasmissione Il mio Canto Libero. Queste le sue parole: Per me la Roma è stato il punto più alto della mia carriera, a livello emozionale è stato fantastico anche per come si vive il calcio Roma. Lo scudetto? Nel 2010 fummo vicini al sogno, la squadra era molto amalgamata, pronta per vincere. Siamo stati in competizione con l'Inter che avrebbe vinto il triplete. Ho passato un periodo bellissimo, sono stati 5 anni indimenticabili". 

Il tuo rapporto con la Curva Sud?

"Ti racconto un episodio. Nel 2001 venni allo Stadio Olimpico con il Boca Junior per un'amichevole di presentazione della squadra. Allora rimasi impressionato dalla Curva Sud, che poi molti anni dopo ho abbracciato e con la quale ondivido dei valori". 

Se ti dico il nome Totti?

Con Totti e DeRossi ho trascorso bei momenti, sono due esempi di come va onorata una maglia e di cosa significhi senso di appartenenza. Uno era un leader calcistico, l'altro un leader umano".
"Il derby? E' sempre un qualcosa di unico, che in Argentina si vive in modo incredibile. Qui a Roma si sente subito, appena arrivi e si sente anche dopo, soprattutto se lo vinci".

 

Mi ha colpito una frase che hai detto:"Si gioca come si vive"

"Si gioca come si vince, è la mia filosofia di vita. Non puoi nascondere ciò che sei in campo e sono contento di aver trasmesso questo concetto mentre giocavo. Nel futuro voglio rimanere nel calcio, perché è quello che sento e quello che voglio fare. Ringrazio tutti i tifosi della Roma, la maglia giallorossa mi ha dato dei brividi incredibili che porterò sempre con me".

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[PODCAST] – Lino Aldrovandi: “Mi auguro che la bandiera di Federico sventoli domani all’Olimpico. È un’immagine di pace, non di guerra”

Roma-Spal dello scorso campionato salì agli onor di cronaca anche per il divieto degli addetti alla sicurezza all'ingresso nello stadio Olimpico della bandiera spallina raffigurante il volto di Federico Aldrovandi. In quell'occasione, i tifosi arrivati da Ferrara rimasero in silenzio in segno di protesta: secondo il regolamento, mostrare quello stendardo è 'un comportamento provocatorio nei confronti delle forze dell’ordine'. "L'immagine di un ragazzo non può essere una provocazione nei confronti delle forze dell'ordine. Per me, padre di un ragazzo, quella di Federico, vedendola sventolare sopra la testa delle persone, non è altro che un'immagine di vita. Non c'è mai stata nessuna offesa contro la polizia o i carabinieri. È sempre stata un'immagine assolutamente positiva. Ha un ruolo simbolico, perché fa capire l'importanza della presenza delle istituzioni, che invece in quel momento mancarono. Quell'immagine per me è pace, non è guerra". A parlare è Lino Aldrovandi, papà di Federico, ucciso durante un fermo di polizia il 25 settembre del 2005. Intervenuto ai microfoni di Rete Sport durante il programma condotto da Massimiliano Magni ed Alessandro Cristofori, Lino è tornato a parlare di quegli anni terribili, fatti anche di calunnie e bugie: "Quello che ci ha mosso, oltre all'altro figlio Stefano, è l'amore che si è costruito in 18 anni per Federico, che ti anestetizza contro i cattivi pensieri. Una cosa del genere non la auguro a nessuno. In quei momenti ci si sente soli, ma quell'amore non si può ignorare, mi ha aiutato tantissimo. Quella mattina c'è stato un cortocircuito, qualcosa di terribile. C'è stato un processo parallelo ai quattro che uccisero mio figlio, ci fu un processo a chi omise, a chi depistò". 

Non poteva mancare, in linea con la cronaca di questi giorni, un pensiero ad un'altra vicenda molto discussa, quella relativa a Stefano Cucchi: "Ilaria (la sorella, ndr) la vedo spesso, sono vicino a lei, visto che ora sta passando, in un certo senso, quello che abbiamo passato noi. Si ritrova nella posizione di chi, invece di seguire la strada della giustizia, riceve offese da persone che rivestono ruoli importanti e che dovrebbero essere alla base di un equilibrio, cosa che io non sono riuscito a vedere. La loro battaglia continua la nostra contro queste assurde ingiustizie perpetrate da chi dovrebbe essere un riferimento come le istituzioni. Posso dire che nel caso di Federico la Polizia, attraverso il capo di allora, il dottor Manganelli, ci chiese scusa in maniera ufficiale anche prima del processo dell'ultimo grado di giudizio della Cassazione, che nel giugno del 2012 emetteva la sentenza. Purtroppo le cose che ci dicemmo all'interno di questo nostro colloquio non si verificarono, non si arrivò a quello che io ritenevo l'epilogo: il licenziamento di chi aveva disonorato la divisa. Il dottor Manganelli morì poco prima della sentenza, se lui fosse stato ancora tra noi quelle quattro persone ora non vestirebbero più la divisa, come sarebbe corretto. Non ritengo giusto vengano etichettate come schegge impazzite per poi continuare a fare il proprio lavoro".

In conclusione, un appello in vista di Roma-Spal di domani: "Mi auguro che quella bandiera sventoli domani all'Olimpico. In ogni avversario c'è un cuore, cercate di rispettare la cosa più importante che è la vita".

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[PODCAST] – Ruffo, Report: “Ciò che abbiamo raccolto era a disposizione di tutti. Mi sorprende che non sia emerso prima”

Andrà in onda il 22 ottobre  il servizio del programma di Rai 3 'Report' sulla morte di Raffaello Bucci, collaboratore della Juventus scomparso il 7 luglio del 2016. Durante la mattina di Rete Sport, nel programma condotta da Massimiliano Magni ed Alessandro Cristofori, è intervenuto in diretta il giornalista che ha firmato l'inchiesta stessa, Federico Ruffo. Ecco le sue parole:

"Il servizio è nato non per caso, ma da un'intuizione. Quando nel luglio del 2016 si ebbe notizia del suicidio di un ex ultras, ovvero Raffaello Bucci, un uomo che per molti anni è stato il cosiddetto ministro delle finanze dei Drughi, la più grande corrente di tifo organizzato bianconera, questa c'era sembrata strana per due motivi. Il primo è la scarsa risonanza che ebbe il fatto, che invece aveva un certo rilievo, perché se nel pieno di una indagine che riguarda gli ultras, l'ndrangheta e i dirigenti della Juventus, uno si butta da un ponte e questa notizia diventa marginale, per esperienza personale vi dico che quando questo succede è perché qualcuno ha scarso interesse che se ne parli.

Poi tutti parlavano del fatto che il suicida fosse un ultras, ma nessuno parlava della cosa più importante: Bucci era stato assunto dalla Juventus, era un loro dipendente. E non con un ruolo da poco, ma come collaboratore dello Slo (Supporter liaison officer, ndr), il supporto tra la società, i tifosi e le forze di sicurezza.

Abbiamo lasciato passare un po' di tempo, ma le prime due cose che ci sono saltate all'occhio ci hanno spinto ad approfondire: che Bucci era ascoltato al telefono, da due anni, in quanto l'unico che conosceva tutte e tre le parti in causa nell'indagine e che in questi mesi di intercettazioni c'era un solo buco, di tre ore, durante le quali per uno sbalzo di corrente dalla Procura non avevano registrato una sola chiamata, e fatalità sono le tre ore nelle quali Bucci si è suicidato.

Inoltre, nel referto autoptico di Bucci non è presente una sola foto, previste per legge. L'unica che abbiamo reperito l'ha scattata la famiglia, ed è abbastanza inquietante. Va bene il volo di molti metri, ma tutta una serie di elementi relazionati racconta una storia leggermente diversa rispetto a quella che la Procura di Cuneo ha raccontato inizialmente, archiviando velocemente il caso.

Quando gli agenti della squadra mobile della stradale giungono sul cavalcavia e sequestrano l'auto dalla quale Bucci si è gettato, scattano delle foto: in sei verbali differenti si parla degli oggetti presenti in macchina, ma quando quegli oggetti vengono restituiti alla famiglia ne mancano alcuni. Quell'auto è stata custodita prima nel deposito giudiziario e poi nel parcheggio della Juventus: quando è uscita dal primo gli oggetti non sono in macchina, quindi sono stati infilati dentro nel secondo. Perché? Inoltre le ferite riscontrate non combaciano tutte con una caduta dall'alto, alcune non sono giustificabili con quelle circostanze. Il fascicolo è stato inizialmente archiviato come suicidio, ma è stato riaperto lo scorso dicembre perché l'ex moglie ed un suo avvocato non si sono arresi, facendo svolgere una serie di perizie. Non sappiamo dire ora se ci sono stati approfondimenti, ma una cosa è certa: il cadavere non è stato riesumato".

La Juventus è per ora al di fuori dell'inchiesta in sé, ma hai avuto l'impressione che questa vicenda abbia creato fibrillazione nella società? Ti sei fatto l'idea che questo tra club e ultras sia un intreccio diffuso nelle società di calcio a vari livelli?
 

"È un sistema che persiste in tutte le società ed in tutte le curve, che deriva da un problema di fondo: la responsabilità oggettiva alla quale sono sottoposti i club rispetto a quello che fanno gli ultras in curva. Se tu poni una società nella situazione di dover pagare pene economiche per quello che i suoi ultras fanno allo stadio, poni nelle mani di questi ultimi un enorme potere. Come è un problema che il bagarinaggio non sia un reato penale. Tutte le società hanno a che fare con questo problema. Per quanto riguarda la Juventus, in società c'è una certa fibrillazione, se non altro perché per loro questa questione era chiusa, anche in maniera indolore. Il ritrovarsi ora con i fari puntati e con la consapevolezza che alcune intercettazioni di cui in un primo momento non è stato tenuto conto rispetto alla morte di Bucci gettano ora delle ombre strane, non rende sereni. Una l'abbiamo pubblicata ieri: D'Angelo, uomo molto presente nel fascicolo 'Alto Piemonte', perché era lui a curare la gran parte dei rapporti con gli ultras, appena morto Bucci, circa 10-15 minuti dopo, chiama Francesco Calvo, all'epoca responsabile del marketing della Juventus, dicendo "non ci posso credere, lo ha ammazzato". Ecco, questa è una frase di cui bisogna tenere conto. Potrebbe tranquillamente averlo detto riferito allo stress, ma suonava diversamente e comunque nessuno finora glielo ha chiesto. Alla Juventus sanno perfettamente cosa c'è nelle carte. Quello che mi ha sorpreso, e questo lo dico con amarezza, è stato il comportamento di alcune testate giornalistiche: questa roba era già lì, bastava guardarla. Ultimamente poi sono usciti pezzi di presentazione della puntata di lunedì indegni, dove l'unica cosa che ci si affretta a dire è che la Juventus è innocente e subirà un danno d'immagine".

Abbiamo letto la conversazione di Marotta in riferimento a La Gazzetta dello Sport e delle modifiche al pezzo in oggetto. Anche voi avete subito pressioni?
"No, noi di Report non abbiamo mai ricevuto pressioni. Lottiamo per portare a casa il lavoro migliore possibile e l'azienda ci ha sempre appoggiato, farci delle telefonate sarebbe tempo perso. Però certo si percepisce a volte un certo isolamento, è chiaro a volte che non c'è nella ricerca della verità lo stesso rispetto e lo stesso dubbio che ci poniamo noi. Lo capisco anche, una testata sportiva vive anche e soprattutto degli umori del tifo. Ma se il calcio italiano è a questo punto allora forse è anche colpa nostra. Forse non abbiamo tenuto lo schiena dritta come dovevamo. In questi giorni siamo sommersi dagli insulti dei tifosi, e non ne ho mai ricevuti così tanti nemmeno quando ho scritto di cose anche peggiori. Percepisci che abbiamo abituato questa gente a comportarsi in maniera partigiana, o noi o loro. Manca il dialogo con queste persone. Io sono romano, vivo ad Ostia, ma sono juventino: ora mi dicono che me lo sto inventando".

A me ha colpito anche la risposta di Calvo a D'Angelo: "Non ci credo, lo abbiamo portato noi alla Juventus". E poi possiamo legare le dimissioni di Marotta al servizio?
 

"Me lo chiedono tutti, ma no. Non potevamo prevedere questa concomitanza di eventi. Il servizio doveva andare in onda a maggio, ma per una questione di minutaggio abbiamo deciso di spostarlo in apertura della nuova stagione. Così come quella parte di servizio su Marotta era già pronta. Di certo c'è che i primi attriti tra la società e Marotta siano nati proprio in seno a quella situazione, che l'ormai ex dirigente ha ereditato. Il fatto che sia stato allontanato poco prima della diffusione del servizio è dovuto alla scadenza del suo mandato, data della quale noi non eravamo al corrente". Per quanto riguarda il dialogo tra D'Angelo e Calvo, ora tra l'altro alla Roma, posso dirti che Calvo mi ha dato l'impressione di un galantuomo pronto ad assumersi responsabilità non sue in quanto capo. Non vi sfugga che tra Agnelli e Calvo c'è stata anche una questione personale e che quest'ultimo è stato l'unico a vedersi confermare la pena. Io non so quanto Calvo abbia capito cosa D'Angelo avesse detto, era scosso dal pianto. Invece continua ad essere la frase di D'Angelo quella a dover essere spiegata. Inoltre la morte di Bucci aveva davvero colpito tutti, era un uomo ben voluto. Bucci si suicida il 7 luglio alle 13, e meno di 24 ore prima era stato ascoltato per la prima volta dai magistrati. Chiaro è che la tenaglia intorno a lui si stesse stringendo e che questi dirigenti sapessero ciò. Secondo me nella risposta di Calvo c'è solo un senso di colpa profondo".

 

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Quadarella e Filippi, prima volta insieme. Simona: “Il mio futuro? Lo vedo più verso la velocità”

Le due campionesse del nuoto sono intervenute in collegamento telefonico su Retesport, durante la trasmissione condotta da Marco Madeddu e Roberto Infascelli. In studio anche Marco Delvecchio, ex calciatore della Roma Campione d'Italia nel 2001 e Valerio Salvati della Federazione Italiana Nuoto. Nella seconda parte del collegamento è intervenuto anche Christian Minotti, allenatore di Simona Quadarella. 

Alessia Filippi"Felicissima che il mio testimone (record italiano sugli 800 sl, ndr) sia passato ad una ragazza e un'atleta come Simona poi è romana e romanista quindi ha una marcia in più. Se pesa la differenza di stipendio con il mondo del calcio? Credo che in ogni cosa, nello sport, come nella vita se non metti impegno e non dai il 150% non vincerai mai una partita. Sul lato economico un po' di invidia c'è perché quello che i calciatori guadagnano in un anno, un altro atleta non lo guadagna in tutta la carriera, ma al di là di questo lo sport è una passione e si compete per vincere, non solo per soldi".  

Simona Quadarella: "Per me è stato un onore, quando Alessia stabilì il record ero una bambina, andavo a vederla al Settecolli e le chiedevo gli autografi. Quando sono stata a Trigoria da Daniele De Rossi ho potuto conoscere anche Francesco Totti, con cui ho potuto parlare. Ho assistito agli allenamenti, ma non gli ho detto che io mi alleno 6 ore al giorno. Dal punto di vista dei sacrifici ne facciamo molti più dei calciatori, che guadagnano più soldi, ma che hanno anche più pressioni e quando sbagliano tutti gli danno addosso subito. Ora sono a Livigno per allenarmi in altura prima dei Mondiali in vasca corta a dicembre, che saranno una tappa di passaggio per quelli successivi in vasca lungo. Gareggeremo sulle 3 distanze, 400, 800 e 1500, ma l'obiettivo principale restano le Olimpiadi di Tokyo. Per il futuro penso più alla velocità, che al fondo. Per Tokyo la staffetta sui 200 mi piacerebbe, gara individuale non credo"

Christian Minotti"Simona era una giovane promettente e ha trasformato le promesse in maturità di alto livello. Lei sa che deve crescere ulteriormente per arrivare a fare bella figura a Tokyo perché può dimostrare di essere un'atleta di grandissimo livello"

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L’ex mental coach di Perotti: “La pressione può influire sugli infortuni. DiFra? Bravo, ma non un top”

Intervenuto nel corso della mattina di Rete Sport, nella trasmissione condotta da Massimiliano Magni ed Alessandro Cristofori, il professor Daniele Popolizio ha affrontato i temi riguardanti l'approccio psicologico della Roma alla stagione in corso. Mental coach fino a quest'estate di Diego Perotti, il professor Popolizio è Fondatore del Mental Coaching Europeo, più titolato in U.E., Psicologo Specialista Psicoterapeuta e Leone d'Oro di Venezia alla carriera di Mental Coach. Ecco il suo intervento, con in allegato il podcast per riascoltarlo integralmente:

Vorrei partire da cosa è successo all'inizio della stagione. Dal ritiro alla vittoria di Torino, con poi la cessione di Strootman. Da lì un momento complicato dal quale si è ripresa con fatica. Secondo lei la partenza dell'olandese può aver avuto ripercussioni sui giocatori?
Sì, certo.
È un aspetto di cui si è dibattuto molto. Fino alla scorsa estate, assistendo Perotti, ho frequentato Trigoria abitualmente. Da un punto di vista mentale le grandi squadre si vedono in due occasioni tipiche nello Sport, da come affrontano i big match e da come affrontano le partite di routine, nelle quali si è più forti e si deve vincere. Negli sport di squadra può accadere che la singola squadretta ti metta in difficoltà. Strootman è sempre stato un esempio dal punto di vista del training, professionista nell'allenamento, un atleta di alto livello che dava un esempio di applicazione e puntualità, diametralmente opposto per esempio a Nainggolan. In campo poi dava un contributo soprattutto di personalità. La sua cessione ha avuto più un valore psicologico quindi che effettivo, reale.

E da tutto questo come si ritrova una squadra così velocemente?
La perdita di Strootman si collega però alla parola alibi: è sempre pericoloso legarsi psicologicamente ad un calciatore, rischi di perdere di vista la realtà, quanto effettivamente ti dà e quanto ipoteticamente ti dà. In questo senso la Juventus è maestra: nella loro storia si sono privati di giocatori fondamentali dimostrando che non lo erano in fondo. Poi Di Francesco è un allenatore bravo, ma non è un top coach, questo è sotto gli occhi di tutti. Ha degli squilli di tromba, è il classico allenatore secondo me che potrebbe fare quel salto definitivo come coach, ma poi si inseriscono tante dinamiche. Il difetto che ha dimostrato in questi anni di carriera è quello che all'improvviso gli sfuggono due o tre partite. è successo col Sassuolo e con la Roma. In una grande squadra non te lo puoi permettere. Poi c'è l'aspetto del gruppo: la squadra quando vede cedere alcuni valori simbolici automaticamente stacca la spina, ad inizio stagione hanno tirato i remi in barca, identificando queste cessioni come una mancanza di obiettivi da parte della società. Il ragionamento dei veterani è stato "stiamo ringiovanendo, ora è toccato a loro, poi toccherà a me". In quel momento Di Francesco è stato un po' bravo ed un po' aiutato da alcune partite più abbordabili, nelle quali ha saputo muovere le pedine con la famosa frase "da adesso non guardo più in faccia nessuno", un chiaro messaggio ai veterani. Questo è un problema storico di Roma. Sappiamo tutti benissimo che sono copioni che si ripetono tutti gli anni: se la vedi o non la vedi sai come va la Roma. Mi diceva un calciatore che ho seguito per anni, Burdisso, che Roma è la migliore piazza dove arrivare secondi, perché ti trattano come un re se arrivi secondo, in altre piazze del nord invece hai perso.

Lo scorso anno la Roma torna in semifinale di Champions League. Questo fattore è stato sfruttato al massimo dal punto di vista psicologico?
Nella mia esperienza professionale vi dico che se vincere è difficile, continuare a vincere lo è ancora di più. Non condivido che vincere sia un'abitudine, ogni volta c'è un ingrediente differente nelle vittorie. La Roma nello scorso anno ha fatto qualcosa di incredibile che rientra però nelle corde di Di Francesco: sulla singola partita può trovarti la giocata, sulla continuità deve migliorare. Anche a livello di empatia, sono molto forti quegli allenatori che chi in un modo e chi in un altro conquistano i proprio giocatori, mentre lui resta un po' distante, non ha quella presa totale. Però no, non hanno incanalato nella maniera corretta quel fattore. Si può ripetere, ma questa squadra non esce dal copione di fondo, che è al di là degli obiettivi della società, al di là del contesto della piazza. Quando nel tuo bunker riesci a creare qualcosa di solido e di continuo non hai quelle caduete, devi trovare l'avversario che ti batte. La Roma ha una caratteristica diversa, si batte.

Rispetto ai provvedimenti che assumono allenatori e società, come la tribuna dimostrativa o l'impiego di giocatori a sorpresa, questo tipo di atteggiamenti sono costruttivi?
Non condivido certe dichiarazioni, come quella di Di Francesco che ricordava come un po' di tribuna potesse far bene ogni tanto. Dai grandissimi allenatori non ricordo frasi del genere, queste sono le famose cose nelle quali la direzione tecnica della Roma dovrebbe crescere. Lo puoi fare, ma non serve dirlo. Quando un allenatore va troppo a riaffermarsi, sembra che ci sia il bisogno di respiongere voci e percezioni che hai. È la vera leadership quella che arriva ai calciatori, si rende al meglio quando si incastrano leadership dei calciatori e del tecnico. Gli allenatori di calcio tendono ancora a vivere con gelosia il proprio ruolo, anche verso gli atleti. Se ne vedono uno che fa troppo da sé lo mettono in panchina. Se qualcuno ce la fa da solo, vedi Totti con Spalletti, il rischio è di sentirsi destituiti.

Schick si è demoralizzato o i suoi sono limiti tecnici?
Semplice, non ha una squadra che sta puntando davvero su di lui. Quando questi giovani talenti incontrano campioni di livello assoluto, come Dzeko, faticano se non li aiuti. E poi il suo problema è riuscire a creare le condizioni migliori per farlo rendere, anche a livello di contesto tattico. Dal punto di vista mentale, così l'atleta si manda in confusione. Lui è arrivato a Roma con un'idea di sé che è stata completamente disconfermata. Già questo avviene quando cambi piazza, qui non sente la fiducia. Non vorrei che cambiando piazza possa ritrovare quella solidità mentale che gli manca.

Lei conosce molto bene Diego Perotti, che ora vive un momento di difficoltà anche a livello fisico. In alcuni ambienti ha già patito la sua fragilità. Certi infortuni possono essere riconducibili al non sentirsi più al centro del progetto Roma? Manca la fiducia di sé?
Come da prassi, con Diego ci siamo salutati alla fine della scorsa stagione, non bisogna creare dipendenza e l'atleta voleva proseguire per un po' da solo. Il dubbio da fuori mi è venuto, sono situazioni tipiche che si vedono nello Sport. Quando cambia un po' il vento intorno ad un alteta aumentano statisticamente gli infortuni di tipo non traumatico. La possibilità c'è, Diego ha perso un Mondiale per infortunio, sicuramente immagino che un po' di delusione su questo possa essere somatizzata. Se una società è top, bisogna fare bene la scelta sul proseguire con un atleta che ancora può darti qualcosa o sul cambiare, perché se si sbaglia poi nella psiche del professionista è difficile riuscire a trovare il modo di dare il meglio per quella società. Non parlo coscientemente, ma a livello inconscio può succedere.

Si parlava di allenare la mentalità delle società. A noi ha colpito l'arrivo di Ronaldo alla Juventus. Arriva un dio del calcio e lo si presenta in modo sobrio. Segnale agli altri giocatori che al centro c'è la società a prescindere da chi arriva? Dipende dal contesto?
È una domanda controversa. La strategia dipende dal momento storico che attraversi come società. In un momento di dominio sportivo in Italia ma non in Europa come quello che attraversa la Juventus, non era così inimmaginabile, è stata una mossa anche politica ed economica del club. Se l'acquisto lo avesse fatto la Roma, lo si sarebbe dovuto sbandierare ai quattro venti, anche per aumentare l'entusiasmo degli altri giocatori. A Torino si è sempre vinto con la programmazione, in una città come Roma si vince più con l'entusiasmo. E le grandi imprese i giallorossi le hanno sempre fatto con l'entusiasmo. Alla programmazione si arriva passando attraverso lo step dell'entusiasmo. L'esempio è la squadra di Capello, lui può stare antipatico ma nonostante la forza di quel gruppo un altro tecnico non avrebbe vinto. Nei momenti di difficoltà ha tenuto la rotta, cosa che non è riuscita poi a Spalletti. Tecnico che la posizione l'ha raggiunta, certo, ma in che modo? Scontentando una piazza, attaccando pubblicamente una bandiera quando sarebbe bastata moderazione, fallendo tutte le gare principali. Di Francesco ora forse è più inesperto, ma ha maggior potenziale rispetto a Spalletti.