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L’Iran e la tv che censura la lupa simbolo di Roma

Corriere della Sera (P.Battista) – Concentrati da un po’ di tempo sull’ondata neocensoria ispirata ai dettami del politicamente corretto, rischiavamo di dimenticarci dell’oscurantismo brutale e spietato, quello di conio antico, dettato dal fondamentalismo religioso e dall’istinto repressivo degli Stati intolleranti. Da Teheran giunge però l’esortazione a non dimenticare.Un canale di Stato iraniano ha appena cancellato, commentando nientemeno che i risultati della partita di Champions tra Barcellona e Roma, le mammelle con cui la lupa capitolina allatta Romolo e Remo, il simbolo per antonomasia della città e da qualche anno anche simbolo della società sportiva giallorossa. Le mammelle di una lupa che fanno scandalo: sembra satira. Invece è la normalità oppressiva e oscurantista in senso classico di un mondo in cui la censura è onnipotente e pervasiva.

Ce lo ricordiamo soltanto quando un pezzo della nostra società viene coinvolto. Altrimenti l’oppressione quotidiana che permea gli Stati dominati dall’integralismo islamista ci sfuggirebbe del tutto. Ancora abbiamo nella memoria lo zelo ridicolo ma scoraggiante con cui qualche funzionario dei Musei Capitolini a Roma decise di coprire con appositi scatoloni i nudi delle statue antiche per non offendere il presidente iraniano in visita ufficiale. Ma insieme alla lupa capitolina la censura ottusa cancella ogni frammento del corpo umano, e ovviamente di quello femminile in particolare, percepito come fonte di ogni peccaminosità e depravazione. Si cancella il seno. Si cancellano le gambe. Si cancellano i volti. In quel libro straordinario che è «Leggere Lolita a Teheran», Azar Nafisi racconta come le donne, rinserrate nelle loro case per evitare la sopraffazione violenta dei pasdaran barbuti, gli energumeni del regime, assaporino un pezzetto di libertà usando i cosmetici proibiti e i prodotti di bellezza vietati dal proibizionismo di Stato.

Chissà cosa sarà passato nella testa del funzionario della tv di Stato iraniana quando, in una trasmissione dedicata allo sport, ha visto quelle mammelle della lupa che che nutrivano Romolo e Remo. Avrà pensato di oscurare tutto per non passare dei guai. Il ridicolo diventa tragico, le mammelle di una lupa censurate diventano affare di Stato. A Teheran l’oscurantismo dilaga pure nel regno animale, nel mondo dei simboli che noi pensavamo innocenti da tempo immemorabile. Ma l’istinto censorio non conosce confini. E non conosce nemmeno il senso del ridicolo. Una risata li seppellirà: magari fosse vero.

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Roma, in attacco c’è solo Dzeko. E centrocampisti nel mirino dei tifosi

Gazzetta.it (C.Zucchelli) – Giocatori sopravvalutati? O, semplicemente, grande occasione persa per la sfortuna? Il giorno dopo i quattro schiaffi di Barcellona – nel risultato, non nel gioco – i tifosi della Roma si interrogano sul futuro. Perché al Camp Nou la squadra ha giocato praticamente alla pari con il Barça ma, al contrario dei fenomeni catalani, è stata incapace di capitalizzare le occasioni avute. Pallotta parla di sfortuna, e sicuramente c’è stata, così come sono stati evidenti gli errori dell’arbitro, che hanno influito sul risultato, ma nella partita più difficile dell’anno la Roma si è scoperta con un centrocampo in crisi e, ancora una volta, aggrappata a Dzeko.

SOLO EDIN — L’uomo che a gennaio doveva essere venduto è a 19 gol stagionali, di cui 5 in Champions (mai nessun romanista ne aveva fatti tanti) e 6 nelle ultime 9 giocate. Se la Roma ha ancora un minima possibilità di arrivare tra le prime quattro d’Europa e in campionato è terza è grazie a lui, due reti e un assist nelle prime tre sfide a eliminazione diretta e un gol decisivo a Bologna. Il resto dell’attacco soffre: Schick è ormai un caso e in Champions non ha mai giocato, Defrel e Perotti ieri si sono divorati due gol, El Shaarawy è partito dalla panchina e Ünder è infortunato. Quindi, contro la Fiorentina, toccherà ancora una volta a Dzeko fare il salvatore della patria.

CENTROCAMPO OUT — Il turco difficilmente recupererà, così come Nainggolan, che oggi ha fatto ancora differenziato. Il centrocampo si reggerà ancora su De Rossi e Strootman, tra i peggiori ieri e, insieme a Gonalons, tra i più accusati dai tifosi tra radio e social. In tanto chiedono a Monchi uno o due acquisti di peso in mezzo al campo per il prossimo anno e magari anche di questo il direttore sportivo parlerà con il presidente Pallotta, atteso a Roma nelle prossime ore. Di certo, i romanisti chiedono che De Rossi a 35 anni non sia costretto a giocare sempre, chiedono un’alternativa più credibile dell’attuale Gonalons e si chiedono se Strootman valga davvero i 45 milioni della clausola. E la sensazione è che l’olandese sia non più intoccabile. Per i tifosi e non solo.

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Gran tifo e cori da parte dei 2300 tifosi giallorossi presenti. E la società li ringrazia

Corriere dello Sport (R.Maida) – Meritavano almeno la speranza che Dzeko, sotto ai loro occhi, aveva riacceso con il gol del 3-1. Non meritavano lo sciagurato controllo di Gonalons che ha consegnato a Suarez il pallone della qualificazione. Com’era il motto? Chi tifa Roma non perde mai. E allora abbracciateli idealmente quei 2.300 piazzati ad altezza drone nella piccionaia del Camp Nou. Hanno speso 89 euro per partecipare a una serata amara che lascia sensazioni ben diverse rispetto alla trasferta analoga vissuta due anni e mezzo fa. Non tanto per il risultato che è stato di per sé più onorevole (a novembre 2015 finì 6-1 per il Barcellona) quanto per il dibattito che suscita: due autogol, un assist al contrario, un rigore e mezzo negato, qualche occasione fallita. Chi l’avrebbe mai detto. E così dal settore ospiti si levano cori e applausi no alla fine per una squadra che verrà eliminata dalla Champions League ma non ha permesso a Messi, Iniesta, Rakitic e tutti gli altri di calpestarla.

GRATITUDINE – E così, dopo i ringraziamenti dei giocatori dal campo, anche la società ha ritenuto opportuno manifestare un plauso virtuale alla propria gente che si è spinta fino in Catalogna per vivere il sogno di un’impresa impossibile: «Grazie a tutti i tifosi della Roma che ci hanno seguito e sostenuto in questa trasferta» si legge sul profilo Twitter del club, mai così esplicito e formale nel sottolineare lo straordinario supporto popolare.

RITORNO – Tra cinque giorni ci sarà una partita di ritorno da giocare e l’Olimpico, già esaurito da due settimane, proverà a dare una spinta ulteriore alla Roma. E’ impensabile battere il Barcellona 3-0 ma è già bello vivere un’altra serata europea di alto pro lo con lo stadio pieno. Non era previsto, è un bonus.

DELUSIONE – Peccato che Alisson non sia stato mostruoso come altre volte. Non che abbia determinato la sconfitta, sia chiaro, ma non è riuscito a salvare la Roma che mai in questa stagione aveva incassato quattro gol tutti una volta. Rispetto a Di Francesco e a Dzeko, Alisson non ritiene giusto parlare dell’arbitro: «Ha sbagliato, è vero, ma non dobbiamo usarlo come scusa. La verità è che dobbiamo migliorare per rendere possibile ciò che sembra impossibile». Avrà ripercussioni negative questo risultato? «Non ci penso. Dobbiamo continuare a onorare il campionato e anche la Champions, uniti come sempre».

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Sabato c’è la Fiorentina, verifica per Nainggolan

La Gazzetta dello Sport (A.Pugliese) – E ora la testa è tutta al campionato ed alla Fiorentina, che arriverà all’Olimpico sabato pomeriggio (ore 18). E, ovviamente, il pensiero va diretto alle condizioni di Radja Nainggolan ed all’eventuale possibilità di rivederlo in campo contro i viola. Oltre a lui, tra l’altro, ci sarà anche da verificare la situazione di Cengiz Ünder, anche se le possibilità di recuperare il turco ad oggi non sono poi moltissime. Così, invece, potrebbe esserci spazio dal via per Gregoire Defrel, mentre in regia potrebbe tornare ad avere spazio Gonalons. Infine dietro possibile chance anche per Juan Jesus.

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Roma amara, troppi errori

Corriere dello Sport (G.D’Ubaldo) – La Roma ci ha creduto. Fino alla fine, anche quando ha cercato di rimettersi in partita. Il risultato di 4-1 lascia appese a un miracolo le speranze giallorosse di andare avanti in Champions, con una delle più opache versioni del Barcellona europeo e una Roma che non ha mollato fino alla fine, penalizzata da due autogol, senza i quali gli spagnoli avrebbero faticato chissà quanto per sbloccare il risultato. Ma soprattutto con il rimpianto di vedersi negare un rigore clamoroso, oltre a un altro, sul quale restano molti dubbi. La Roma ha dato prova di personalità al Nou Camp, davanti a 91.000 spettatori, senza mai rinunciare al suo gioco, senza abbandonare l’idea di andare ad aggredire il Barcellona nella sua area. Il piano ha funzionato, salvo poi naufragare per gli errori individuali e quelli dell’arbitro. Ma se il giocatore più forte al mondo, Messi, è rimasto a secco, qualcosa vorrà dire.

ORDINE – Di Francesco in mattinata ha dovuto rinunciare a Nainggolan, che ha provato fino all’ultimo e sarebbe stato utilissimo in questa partita per le ripartenze. La Roma ha preparato la partita per limitare al minimo il Barcellona. In campo con ordine con il 4-1-4-1, De Rossi davanti alla difesa, con il compito di andare a dar fastidio a Messi, quando è venuto a giocare tra le linee, Pellegrini al fianco di Strootmam dieci metri più avanti. Valverde temeva la Roma e ha rinunciato a un giocatore offensivo come Dembele, mettendo esterno Sergi Roberto, che è un terzino. Di Francesco ha fatto una scelta simile, dall’altra parte del campo, con Florenzi esterno alto e Bruno Peres alle sue spalle. Il Barcellona ha giocato a ritmi bassi, cercando con il palleggio Messi, sempre pericoloso nel fare il pendolo al limite dell’area di rigore, tanto da impegnare tutta la difesa giallorossa. La Roma si è difesa con ordine e si è resa pericolosa con le ripartenze. Al 9′ il primo episodio da rigore contestato dai giallorossi, con una vistosa spinta e uno sgambetto di Semedo a Dzeko, da dietro. L’arbitro, ben appostato, ha lasciato continuare. Il tema tattico è stato chiaro sin dai primi minuti: la Roma ha cercato di limitare il possesso palla del Barcellona, affidandosi alle ripartenze. All’inizio il piano ha funzionato bene. Gli spagnoli hanno avuto tre conclusioni e con una hanno centrato il palo con Rakitic, ma la Roma ha sempre risposto colpo su colpo. La pressione del Barcellona è aumentata verso la fine del primo tempo e al 38′ c’è stato il primo autogol che ha sbloccato il risultato. De Rossi, nel tentativo di intercettare il passaggio di Iniesta a Messi ha colpito forte il pallone, ingannando Alisson. La Roma non ha meritato di chiudere il primo tempo in svantaggio, anche perché due minuti dopo il vantaggio del Barcellona ha avuto il secondo episodio da rigore a sfavore: Pellegrini è stato messo giù da Umtiti, l’intervento è stato falloso, è rimasto il dubbio se fosse dentro o fuori area. Makkelie ha scelto la seconda opzione, concedendo punizione dal limite.

IL SUSSULTO – Nella ripresa la Roma è tornata in campo convinta di riaprire la partita. Al primo minuto Perotti ha sbagliato una clamorosa azione su cross di Florenzi. Ma al 10′ un altro autogol ha messo in ginocchio la squadra di Di Francesco. Manolas ha spinto il pallone in rete nel tentativo di anticipare Umtiti. La Roma ha sbandato e dopo quattro minuti ha preso il terzo gol, con Piqué, in contropiede. Sembrava finita, ma i giallorossi hanno avuto un sussulto, quando Di Francesco con i cambi ha ridisegnato la squadra rendendola più offensiva con il 4-2-3- 1. Prima una grande occasione di Defrel, appena entrato, poi il gol di Dzeko che ha restituito qualche speranza per la gara di ritorno. Ma al 42′ la rete di Suarez (ha rotto il digiuno in Champions dopo più di un anno), favorito da un errore di Gonalons, ha chiuso la partita.

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Roma, la notte dell’impossibile

Il Messaggero (U.Trani) – Més que un Club. Motto, slogan o nessuno dei due. Ma è lì stampato al Camp Nou e sul cuore dei 160 mila soci del Barça e dei milioni di tifosi blaugrana. Perché, entrando nell’astronave catalana, non giochi solo contro Messi e Suarez, Piquè e Iniesta. La squadra è il simbolo della città, del Paese, cioè della Catalogna. E quindi ha la sua identità, la sua storia, la sua lingua e il suo modo di essere e pensare. Di vivere, anche il calcio. La Roma conosce il pianeta e gli extraterrestri che lo abitano. E’ già stata qui, l’ultima volta poco più di 2 anni fa. Finì malissimo il 24 novembre 2015, contro i campioni d’Europa in carica, allenati dall’ex giallorosso Luis Enrique: 6-1, set senza storia. Segnò Dzeko, dopo aver fallito un rigore. Sempre lui, ieri come oggi. Ma almeno passò agli ottavi, giocati poi senza segnare, con Spalletti in panchina al posto di Garcia, e quindi senza interrompere il volo verso il trionfo del Real di Zidane. Adesso è di nuovo qui. Ma se avesse potuto scegliere, avrebbe certamente preferito festeggiare il 100°match in Champions da un’altra parte e soprattutto contro altri rivali.

NUOVO TENTATIVO – La presenza è solo la numero 4: la Roma, dopo 10 anni, riscopre i quarti di finale. Non è il suo mondo. La sfida, insomma, è condizionata dalla storia. Quella giallorossa prima ancora di quella del Barça. L’unica qualificazione, per giocare le semifinali, con Liedholm, nella Coppa dei Campioni del 1983-1984, eliminando la Dinamo Berlino. Sempre cilecca, invece, in Champions. Nel 2007 e nel 2008, in entrambi i casi contro lo United e con Spalletti allenatore. Ko nelle ultime 3 partite di fila, subendo 10 gol e segnandone 1 all’Old Trafford la sera dell’umiliante 7 a 1. Stasera sarà entusiasmante riprovarci, sapendo che il vento è contrario già prima del fischio di inizio dell’olandese Makkelie che, 13 mesi fa e proprio in Spagna, è stato l’arbitro del largo successo, 4 a 0, contro il Villarreal nell’andata dei sedicesimi di Europa League. E’ l’unico totem a cui guardare. Il percorso del Barcellona, con la migliore difesa di questa edizione (solo 2 gol incassati in 8 partite), è inutile guardarlo. I blaugrana vivono da protagonisti il torneo. E, dopo aver eliminato il Chelsea di Conte agli ottavi, si sono presentati ai quarti per l’11°annodi fila. E’ record, ovviamente. E in casa non perde da 25 gare (23 vittorie e 2 pareggi). Tutto questo, dominando nella Liga: 9 punti di vantaggio sull’Atletico Madrid di Simeone e Messi capocannoniere con 26 gol, seguito da Suarez comunque a quota 22. A proposito: il centravanti, in Champions, si è fermato nella notte della storica remuntada contro il Psg di Emery. E’ a digiuno dall’8 marzo del 2017. Meglio non fidarsi.

NAINGGOLAN, OGGI IL TEST – Di Francesco, e lo ha chiarito in pubblico, userà la tattica per limitare la qualità. E’ l’unica arma della Roma contro il Barça che è più organizzato di quanto si possa credere. Il 4-3-3, in fase difensiva il 4-1-4-1, prevede il pressing già su Piquè e Umtiti. La mossa che Valverde conosce bene, essendo caduto nella trappola del collega, il 15 settembre 2016 a Bilbao, da tecnico dell’Athletic. Finì 3 a 0 per il Sassuolo, in Europa League. Stasera è la Champions, con Messi e il Camp Nou. Ancora in dubbio Nainggolan, pronto Pellegrini, c’è da scegliere l’esterno alto a destra, nel tridente in cui Dzeko sarà il centravanti: El Shaarawy o Florenzi (in questo caso con Peres terzino). In quel ruolo, nel Barça, Dembelè più di Paulinho.

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Tutti su Dzeko, l’equilibratore pieno di veleno

La Gazzetta dello Sport (A.Pugliese) – Sarà dura, eccome se sarà dura. Ma forse è proprio per questo che Edin Dzeko ci vuole credere, perché poi da perdere lui e la Roma stasera hanno davvero poco. Nel senso che l’obbligo di vincere e di passare il turno tocca ad altri e cioè al Barcellona, esattamente come l’obbligo di segnare e trascinare i propri compagni spetta a quei due lì, Messi e Suarez. Ma c’è una statistica che a Dzeko proprio non va giù e che vuole iniziare a correggere. E cioè il fatto di non aver mai vinto una volta contro il Barcellona. Niente, un solo pari in cinque sfide personali e quella sesta dove non ha giocato (era in panchina con il City, nel ritorno degli ottavi della Champions 2014-15) che è finita esattamente come tutte le altre: catalani con le braccia al cielo, citizens delusi e sconfitti. Ecco, paradossalmente se c’è un momento in cui Dzeko ha iniziato a cambiare le carte in tavola in questa sfida personale con il Barcellona è proprio da quando è alla Roma. Nonostante quel 6-1 del 2015 che ancora non gli va giù. Ma che era stato preceduto, appunto, dall’unico sorriso raccolto fin qui, l’1-1 dell’andata (quello dell’eurogol di Florenzi).

UOMO CHIAVE – E se c’è una possibilità che la Roma oggi possa davvero provare a far male al Barcellona è tutta legata al suo centravanti. Se sta bene Dzeko, sta bene anche la Roma, altrimenti si rischia di impantanarsi strada facendo in chissà quali paludi. E non è neanche un caso che il bosniaco sia entrato in più della metà dei gol segnati dai giallorossi in questa edizione di Champions, esattamente il 55% (4 gol e 2 assist nel totale di 11 reti realizzate). E’ semplicemente il teorema di un giocatore fondamentale per tutti gli equilibri gliallorossi.

IL SOGNO – «Il Barcellona è favorito, ma ognuno di noi darà il meglio di sé – ha detto Dzeko durante l’ultima pausa delle nazionali –. Se giochiamo da squadra possiamo fare qualcosa di buono. Giocheremo senza pressioni, mettendoci l’anima, senza arrenderci mai. La Roma non ha nulla da perdere. Anzi, c’è solo da guadagnarci». Che poi non è neanche il duello con Messi e Suarez a stuzzicarlo davvero fino in fondo, almeno non quanto il sogno di arrivare in Champions dove non è mai arrivato prima. E cioè in semifinale, traguardo che non ha mai neanche sfiorato prima, visto che con il City si era sempre fermato massimo agli ottavi. Per inseguire quel sogno, però, servirà davvero il miglior Dzeko. Se non di sempre, quasi.

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Bandiere. Barça-Roma è anche Iniesta contro De Rossi, due carriere e una scelta: un club per sempre

Corriere dello Sport (R.Maida) – Andatelo a dire a loro, che le bandiere non esistono. Sarebbe come sfregiarne i cuori. Barcellona-Roma è anche la sfida tra due pezzi di storia, due capitani che non hanno voluto mai tatuare altre maglie sulla pelle, a dispetto di un oscurantismo emotivo che ha impedito a entrambi, con le debite proporzioni, di raccogliere quanto meritassero. Andrés Iniesta contro Daniele De Rossi: sono quasi coetanei, uno è del 1984 e l’altro del 1983, e appartengono al calcio delle figurine, dei numeri primi, dell’immaginazione.

ATTACCAMENTO – Sono due centrocampisti, hanno vinto un Mondiale a testa. E vabbè. Le parabole non possono essere accostate, né per valore assoluto né per titoli conquistati. Iniesta è un fuoriclasse che grazie al Barcellona ha festeggiato 30 trofei, mentre De Rossi è un ottimo giocatore che ha vinto dieci volte meno (due Coppa Italia, una Supercoppa italiana) e da dieci anni esatti aspetta di rinverdire i ricordi dell’ultima gioia. Iniesta è il campione leggiadro che una madre vorrebbe per genero: mai una polemica, mai un’espulsione. De Rossi è il combattente irascibile a cui ogni tanto parte la brocca, come si dice a Roma. Ma quello che li accomuna, oltre al senso di fedeltà, è un’idea di incompiutezza astrale: Iniesta non ha mai vinto un Pallone d’Oro, anche nell’anno in cui ha segnato il gol decisivo nella finale mondiale, perché da sempre gioca nella squadra di Leo Messi, l’inarrivabile; De Rossi è diventato capitano della Roma soltanto a 34 anni, per meriti sportivi e per successione ereditaria, senza però mai arrivare ai livelli di popolarità e idolatria del fratello maggiore Totti.

INQUIETUDINE – Per questo forse hanno ipotizzato di voler provare emozioni diverse. Non si sono ancora mai mossi dal punto di partenza, è vero, ma mai hanno escluso la prospettiva di farlo. Iniesta anzi oggi è più fuori che dentro, avendo il contratto in scadenza: in Spagna giurano che andrà in Cina ma chissà, magari prevarrà ancora una volta il legame con la Catalogna che lo ha accolto a 12 anni dopo un torneo giocato con l’Albacete. Anche De Rossi è stato preso dalla Roma in età preadolescenziale, dopo essere stato individuato nell’Ostia mare. E anche De Rossi, più volte, è stato sul punto di lasciare Trigoria: cinque anni fa, in piena estate, guidava verso il centro sportivo con il fermo proposito di annunciare l’addio ma scoppiò a piangere sulla Laurentina e cambiò tracciato, rinunciando ai soldi del Manchester United. Adesso, dopo aver rinnovato fino al 2019, a emigrare non pensa. Ma nella sua testa rimane il languorino di un’esperienza finale negli Stati Uniti o in Argentina, nel Boca Juniors, per poter giocare un Superclasico contro il River Plate.

STIMA – Ci sarà tempo per decidere. Di sicuro stasera nessuno avrà la testa altrove. Iniesta e De Rossi si saluteranno a centrocampo come è già successo diverse volte e poi si affronteranno lealmente, ognuno con le proprie armi. Curiosamente non si sono sfidati nel precedente di Champions League del novembre 2015 al Camp Nou: erano entrambi infortunati. Si sono incrociati invece con le nazionali, pure recentemente. A Euro 2016 addirittura la natura ha ribaltato le proprie gerarchie per un secondo: De Rossi ha fatto un tunnel a Iniesta, l’Italia ha battuto la Spagna. Non sempre vincono i favoriti, nello sport. De Rossi se lo continua a ripetere dal giorno del sorteggio.

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Barcellona-Roma, le probabili formazioni dei quotidiani

È il giorno di Barcellona-Roma. Ultimi dubbi da sciogliere per Di Francesco in vista dell'impegno delle 20.45: tiene banco la questione dell'esterno offensivo che affiancherà Perotti e Dzeko nel tridente scelto dal mister, con El Shaarawy preferito dalla maggior parte dei quotidiani odierni. Il rebus, poi, riguarda la presenza o meno di Nainggolan: per la carta stampata il belga sarà del match. Ecco l'undici iniziale secondo i principali giornali in edicola:

IL TEMPO

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; El Shaarawy, Dzeko, Perotti.

IL MESSAGGERO

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; El Shaarawy, Dzeko, Perotti.

LA GAZZETTA DELLO SPORT

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; El Shaarawy, Dzeko, Perotti.

LA REPUBBLICA

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; Gerson, Dzeko, Perotti.

CORRIERE DELLA SERA

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; El Shaarawy, Dzeko, Perotti.

CORRIERE DELLO SPORT

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; El Shaarawy, Dzeko, Perotti.

LEGGO

Alisson; Bruno Peres, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; Florenzi, Dzeko, Perotti.

IL GIORNALE

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; El Shaarawy, Dzeko, Perotti.

LA STAMPA

Alisson; Florenzi, Manolas, Fazio, Kolarov; Nainggolan, De Rossi, Strootman; Gerson, Dzeko, Perotti.

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Plusvalenza Edin. Dal girone agli ottavi, i suoi gol valgono oro

Corriere dello Sport (R.Maida) – Servirebbero almeno due o tre Dzeko alla Roma per sperare di infastidire i mostri, o meglio i gladiatori del Camp Nou come i canali social del Barcellona hanno identi ficato i 100.000 spettatori che domani spingeranno la squadra a superare l’ostacolo italiano. Se Di Francesco può spaventare i sacerdoti del tempio, deve sperare che il suo centravanti si confermi decisivo in Champions League come è già successo in tre partite molto importanti.

SOLDI – I suoi 4 gol europei, tra Qarabag, Chelsea e Shakhtar hanno tutti cambiato il senso di un risultato e quindi della qualificazione. Nel girone hanno fruttato 3 punti preziosi, negli ottavi la promozione ai quarti e al master di Barcellona. Se fosse stato venduto proprio al Chelsea a gennaio, avrebbe portato nelle casse della società oltre 30 milioni. Ma con il contributo alla quali cazione agli ottavi Dzeko si è quasi pagato da solo il ri fiuto al trasferimento. Sperando, o meglio sognando, che non sia finita. «Sono rimasto alla Roma per poter giocare partite come questa» ha detto più volte, realizzando che mai era andato così lontano in Europa: sarà uno degli esordienti romanisti in una top eight di Champions.

ESSENZIALE – Intanto ha confermato il suo stato di grazia in campionato, segnando nella mezz’ora giocata a Bologna il suo gol numero 14. Non sono tanti come l’anno scorso ma non sono neppure pochi, se ricordiamo che Dzeko non calcia più i rigori. Se escludessimo il plusvalore del tiro libero, nella classi fica capo cannonieri della Serie A sarebbe allo stesso livello di Higuain e un gol avanti a Mertens (13 reti senza rigori). E il gap con i migliori sarebbe ancora colmabile: Immobile e Icardi sarebbero a 19 e Dybala a 17, con Quagliarella addirittura staccato a 11. Numeri che raccontano una verità: a Trigoria adesso nessuno si pente che Dzeko sia rimasto.