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L’organico è al top ma Di Francesco non ha più la Roma B

LA GAZZETTA DELLO SPORT (D.Stoppini) – Dicono che i problemi veri, per un allenatore, nascano quando deve iniziare a pronunciare la parola «no» e a mettere qualche cognome pesante in panchina. Ecco, Eusebio Di Francesco questo problema ce l’ha solo virtualmente, solo giocando con le figurine di un organico al completo. Per carità, una rosa a pieni giri è certamente una buona notizia. Fatta eccezione per Karsdorp (che a Trigoria vogliono comunque rimettere in campo prima della fine della stagione), il rientro di Defrel vale un fatto statistico non banale: solo altre due volte – Genoa-Roma del 26 novembre e Napoli-Roma del 3 marzo – Di Francesco aveva avuto un margine di manovra totale nelle scelte. L’altra faccia della medaglia è la stretta esigenza, da parte del tecnico, di alzare il livello di competitività del gruppo, giusto all’inizio di un tour de force da sette partite in 23 giorni che arriva con la Roma che ha mostrato di aver inserito la marcia giusta.

SCELTE – Il «guaio» è che il rendimento dei giocatori ha via via aumentato le distanze tra titolari e riserve. È la Roma 2.0 di Di Francesco: quella di inizio stagione non aveva un undici base, le rotazioni erano una costante ad ogni partita. Ora non è più così. Ora la squadra è formata da un impianto facilmente riconoscibile, con pochissime variazioni sul tema per gli appuntamenti top. Tredici uomini a giocarsi undici posti, giusto El Shaarawy in attacco e Pellegrini a centrocampo a insidiare la squadra che ha disputato l’andata e il ritorno con lo Shakhtar e la trasferta di Napoli. Per intendersi: l’undici che scenderà in campo a Barcellona tra nove giorni, al netto di infortuni non preventivabili, è già fatto. Peres, Jesus, Silva (peraltro fuori lista Champions), Gonalons e lo stesso Schick – con tutti i distinguo del caso, soprattutto sul ceco – ad oggi vanno considerate alternative non all’altezza dei titolari. Questo, a pensarci bene, è l’esatto opposto della filosofia di Di Francesco. E sarà il primo punto del d.s. Monchi nell’ottica dei ragionamenti di mercato della prossima estate. Lo stesso Monchi che, a proposito della sfida al Barcellona, fa sapere che «una volta arrivati ai quarti si può sognare. Non so se abbiamo il 20% o il 30% di passare il turno. Ma se in campo si vedrà quello che il tecnico disegna nella sua testa e plasma in allenamento, avremo una strada lunga da percorrere. È stata una stagione difficile, ma possiamo essere soddisfatti. La Roma in campo gioca proprio come vuole l’allenatore che io ho scelto». E allora non resta che allargare la base di lavoro.

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Gandini: “Lo stadio della Roma non sarà di Pallotta: questo mito va sfatato”

L'edizione odierna de Il Sole 24 Ore riporta alcune dichiarazioni dell'ad giallorosso Umberto Gandiniriguardo il nuovo impianto giallorosso, con Goldman Sachs che raccoglierà le adesioni dei finanziatori con una quota che sarà sottoscritta dal Credito Sportivo:

«A tal proposito, va sfatato il mito che lo stadio della Roma appartenga a Pallotta. Anche Lione, Bayern Monaco e Arsenal quando hanno costruito i loro impianti hanno creato una società veicolo che si è assunta l’indebitamento senza gravare sul club e che è servita a garantire i finanziatori con i ricavi pluriennali che vi affluiscono, come quelli per i naming rights. Realizzato lo stadio, sarà stipulata una convenzione tra le due realtà. L'AS Roma pagherà alla società veicolo un affitto analogo a quello che versa al Coni per l’Olimpico, 2,8 milioni all’anno, ma potrà beneficiare di ricavi extra che oggi non incamera. Dal food and beverage ai parcheggi, dal museo allo store ufficiale. Il costo della rosa può essere sforbiciato, ma non oltre una certa misura se si vuole restare competitivi. La proprietà americana ha accettato la sfida anche quando siamo usciti con il Porto due anni fa dalla Champions ai preliminari, non smantellando la formazione. Ora con l’arrivo di Monchi puntiamo a rinforzare la squadra ringiovanendola e se ci saranno le giuste occasioni cederemo quei calciatori che non rientrano più nei piani tecnici dell’allenatore. In questo senso crediamo ancora di più nel lavoro dei nostri tecnici delle giovanili e investiamo su Trigoria più di to milioni all’anno. Cerchiamo il nuovo Totti e il nuovo De Rossi, ma vogliamo formare anche calciatori professionisti che possano giocare altrove remunerando il nostro investimento, come fanno tutti i grandi club europei», uno stralcio delle sue parole.

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Una Roma alla Monchi. Da Coric a Kluivert con Johansson in porta

CORRIERE DELLA SERA (G.Piacentini) – Prove tecniche di futuro. A Trigoria, a prescindere da come terminerà questa stagione, è prevista un’estate con parecchi movimenti in uscita, ma soprattutto in entrata. Il prossimo sarà il primo vero mercato «alla Monchi» e non è un caso che i nomi che orbitano intorno alla Roma sono quelli di calciatori di qualità e di prospettiva. Giovani e forti, insomma. Visto che i top player di oggi sono inavvicinabili, l’obiettivo è quello di individuare quelli di domani. Tra questi c’è, nella testa del d.s., Ante Coric, centrocampista centrale e trequartista croato, classe ’97, della Dinamo Zagabria. Costo dell’operazione, che è partita lo scorso gennaio, 12 milioni di euro. In attesa di blindare il brasiliano Alisson, poi, la società giallorossa è alla ricerca di un secondo portiere che possa prendere il posto di Skorupski, destinato a partire. Dal Malmoe – la prima squadra di Zlatan Ibrahimovic, potrebbe arrivare Marko Johansson, classe ’98, che nell’ultima stagione ha giocato in prestito al Trelleborg. Costa meno di 4 milioni, ma piace anche al Lipsia, che potrebbe offrirgli una maglia da titolare, cosa che la Roma non può fare.

Il rinnovo (sempre più vicino) del contratto di Luca Pellegrini ha consentito a Monchidi aprire un dialogo più ampio con il suo agente Mino Raiola. Tra i suoi assistiti c’ è Justin Kluivert, il figlio di Patrick, ex calciatore di Ajax, Milan e Barcellona. L’attaccante classe 1999 è già finito nel mirino del Tottenham e del Manchester United. Sempre con l’Ajax si può riaprire il discorso per Ziyech, inseguito la scorsa estate, che però è valutato oltre 30 milioni di euro. A parte Ziyech, le altre sono tutte operazioni simili a quella che ha portato in giallorosso Cengiz Under, che dopo un avvio difficile è esploso e vale già molto di più rispetto ai 15 milioni che è stato pagato. L’attaccante turco ieri non ha giocato in nazionale contro l’Irlanda a causa di una distorsione al ginocchio sinistro riportata mercoledì pomeriggio in allenamento. I medici, che hanno tenuto la Roma costantemente informata delle sue condizioni, lo hanno sottoposto a un’ecografia che ha dato esito negativo.

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Under si blocca in Turchia, allarme per il Barcellona

IL TEMPO (E.Menghi) – Tra euforia e apprensione si vive la lunga vigilia di Barcellona-Roma. Mancano appena 11 giorni alla sfida del Camp Nou, per cui sono stati staccati i primi 500 biglietti del settore ospiti, e con mezza squadra in giro per il mondo Di Francesco fa i conti con l’ansia. Il protagonista della rinascita giallorossa, uscito fuori dal guscio tardi ma al momento giusto, a far scattare l’allarme a Trigoria: Under si è fatto male in allenamento con la Turchia, il ct Lucescu l’ha portato comunque in panchina nell’amichevole con l’Irlanda e spera di poterlo recuperare già per la sfida in programma martedì con il Montenegro, ma oggi la Roma potrebbe alzare la cornetta e richiamare in anticipo Cengiz, quantomeno per evitare inutili rischi. L’attaccante ha rimediato una lieve distorsione al ginocchio sinistro, che fortunatamente non si è gonfiato, la risonanza magnetica è stata inviata ai dottori giallorossi che hanno tirato un sospiro di sollievo nel prendere atto dell’assenza di lesioni. Lo staff turco sta monitorando la situazione e in giornata rivaluterà le condizioni fi siche del giocatore che già da un anno e mezzo è nel giro della nazionale maggiore e quando Terim l’ha fatto debuttare dal 1′ lui l’ha ripagato segnando all’esordio.

Ha il gol nel sangue e una volta rotto il ghiaccio ci ha preso gusto e si è guadagnato un posto da titolare nella Roma. Ora rischia di doversi fermare, l’infortunio non è grave ma potrebbe condizionarlo in vista del Barcellona. Di Francesco con il turco ha finalmente dato un volto alla fascia destra, dove col Bolognapotrebbe giocare El Shaarawy, rimasto nella capitale ad allenarsi. Schick sembra essersi defilato dalla lista degli esterni, nei 90′ con la Repubblica Ceca sconfitta per 2-0 dall’Uruguay è stato schierato come seconda punta da Jarolim, ha risposto bene dal punto di vista fisico ed è stato uno dei più propositivi, centrando anche il palo nel finale. Dzeko è partito titolare alla Ludogorets Arena, nell’innevata Bulgaria la Bosnia ha vinto senza lo zampino di Edin, in campo per 76′ a risparmio energetico, per la felicità di Di Francesco. Alisson, capitano per un giorno, ha tenuto la porta del Brasile inviolata nella vittoria per 3-0 contro la Russia, Kolarov fascia al braccio ha sfidato il Marocco, il greco Manolas ha retto 79′ contro la Svizzera, ok Strootmanschierato dall’inizio in Olanda-Inghilterra.

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Questa Italia non riparte. Messi spettatore, ma l’Argentina bis fa male a Di Biagio

LA GAZZETTA DELLO SPORT (F.Licari) – Piccola Italia che ancora non cresce. Qualche segnale positivo sì, una ventina di minuti del secondo tempo che illudono per come il gioco improvvisamente si sviluppa fluido, aggressivo, divertente, sfiorando il gol, ma poi il ritorno sulla terra. Non siamo usciti dal tunnel della depressione post-Spagna. Anche Insigne dimostra al solito che la maglia dell’Italia gli pesa il doppio di quella del Napoli, e sbaglia l’occasione enorme sullo 0-0. Potevamo svoltare? L’avrebbe fatto anche al San Paolo? Meglio non cercare risposta e cominciare a ridurre le aspettative. Intanto Di Biagio, il meno colpevole al momento, si adegua alla tradizione recente: come Ventura, Prandelli, Lippi e Donadoni finisce k.o. anche lui, contro l’Argentinadi un’altra categoria. Uno 0-2 giusto, firmato Banega e Lanzini. Qualche occasione creata, ma terza partita di fila a secco, e troppe concesse. Compreso secondo gol in contropiede.

PUR SENZA MESSI – Vincono giustamente gli argentini, anche se soltanto nel quarto d’ora finale, dopo essere stati stoppati a lungo da un grande Buffon. E oggi sono irraggiungibili, pur con Messi rimasto in panchina pensando alla Spagna che, legittimamente, per l’Argentina conta di più. Non si poteva chiedere molto a Di Biagio, ma qualcosa in più sì, considerati i ritmi da amichevole: attaccare, velocizzare e verticalizzare poteva creare il break , ma tutto questo non è nelle nostre corde. Non abbiamo un leader, ma tanti buoni o discreti interpreti. I presunti big faticano quando attraversano il confine, e ci sarà da lavorare, per Di Biagio o chi per lui. Tanto.

AVESSIMO DYBALA-ICARDI – Ci saremmo accontentati di un’illusione. Non è il risultato che conta, non era nei progetti battere una delle nazionali più forti del mondo. Ma l’immagine sì. Purtroppo gli azzurri, pur in un 4-3-3 più sensato del 4-2-4venturiano, sono rimasti a lungo ai margini e hanno aspettato un’ora per vedere la porta. Non servono speciali analisi tattiche per dire che il gioco è lento (come in campionato), che manca identità (e questo è comprensibile), e che così ci si espone al pressing di chi ha più cifra tecnica. Sampaoli si permette di sbeffeggiare Dybala e Icardi, su cui noi imposteremmo una Nazionale, ma ha Higuain sempre più nel gioco, Biglia leader, gli irriducibili Lo Celso e Lanzini a destra. E un Di Maria che la panchina al Psg andrebbe denunciata all’Onu. Dietro, Fazio-Otamendi non sono uno scherzo. Il 4-3-3 tendente al 4-2-3-1, quando Lo Celso incrocia, è troppo per l’Italia.

VERRATTI Sì, MA… – Non è stato disastro, non drammatizziamo. In un clima amichevole si è comunque lottato. Oltre all’insuperabile Buffon, hanno passato l’esame Rugani per senso della posizione, De Sciglio sempre presente, un po’ Verrattifino all’infortunio: l’unico a tentare una manovra più europea nel possesso e nelle triangolazioni. Anche se la sua regia, come temevamo, toglie ossigeno a Jorginho che ha finito per estraniarsi dalla manovra e perdere la palla che ha innescato l’1-0 di Banega. Non bene Chiesa, dal quale era legittimo pretendere più incoscienza e arroganza, invece di limitarsi ad aspettare a destra senza aiutare Florenzi, in difficoltà su tagli e verticalizzazioni di Di Maria. Male Immobile e Insigne. Per il laziale un’altra serata di solitudine, imprecisione, ritmo basso, lontano dagli scenari della Lazio. E Insigne è sembrato non all’altezza di una dimensione che ancora non gli appartiene.

SI PUÒ DARE DI PIÙ – Qualcosa s’è visto dai nuovi entrati nella ripresa. Pellegrini ha la testa per giocare in questa mediana, del mestiere di Candreva non sarà facile fare a meno. Con tutto il rispetto per Immobile, e per Belotti entrato alla fine, non è detto che sia una follia tentare con Cutrone che, anche con l’Arsenal, aveva dimostrato di non temere niente. D’accordo la combinazione vecchi-nuovi, ma non c’è tanto tempo da perdere. Contro l’Inghilterra ci aspettiamo di più. Oppure finiremo con l’accontentarci di questo limbo, tanto nelle prossime qualificazioni senza Spagna ce la faremo. Una reazione almeno. Non è chiedere troppo.

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Alisson: “Grazie Roma. Sembro Yashin? Il nero mi dona”

CORRIERE DELLO SPORT (G.D’Ubaldo) – Anche il Napoli si mette in fila per Alisson. Dopo l’accordo ormai raggiunto tra Pepe Reina e il Milan, il club partenopeo si sta guardando intorno per scegliere il nuovo portiere per la prossima stagione. DeLaurentiis avrebbe manifestato il suo interesse per Alisson. Ma difficilmente il Napoli potrà entrare in competizione con gli altri club europei che sono sulle piste del brasiliano. Senza dimenticare che Monchi sta facendo di tutto per evitare una sua cessione. Ieri Alisson è stato il capitano nel Brasile che ha travolto la Russia: «Il Mondiale si avvicina, sicuramente vivendo l’ambiente in cui si giocherà la Coppa possiamo sentirne il fascino, ma la nostra preparazione per il Mondiale è cominciata da molto tempo, dall’inizio delle qualificazioni. In Russia abbiamo avuto l’opportunità di crescere come squadra, contro un avversario diffcile». Anche Tite lo ha promosso titolare, come fece Dunga: «Per me non cambia molto, per il portiere è determinante il lavoro dell’allenatore dei portieri. Per quanto riguarda l’inizio dell’azione sono molto più inserito, e questo anche per merito di come gioco nella Roma. Cerco di diminuire la quantità di lanci lunghi e di giocare sempre dal basso. Mi adatto alle caratteristiche della Nazionale. Abbiamo una squadra di dimensioni fisiche non molto forti, sono giocatori di velocità e agilità, serve avere un portiere che gioca bene con i piedi».

COME YASHIN – Savorani ha detto che può ripercorrere la carriera di Yashin: «Ho sentito parlare di lui, ha fatto la storia della Russia. Mi piace il nero, ma non cambierà il mio modo di giocare rispetto al verde o il grigio. È un colore che mi rende un po’ più magro…».

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Batistuta: «Maradona il migliore. A Firenze e Roma anni incredibili, ho sempre giocato per far felice la gente»

CORRIERE DELLO SPORT (W.Veltroni) – «Italiani e argentini si assomigliano abbastanza. Io vorrei persino votare in questo che è il mio secondo Paese, ma non posso. Quando sono stato qui potevo avere il passaporto ma non so perché ho lasciato correre». Gabriel Batistuta spiega così la sua voglia d’Italia nell’intervista a Walter Veltroni che abbraccia tutta la sua vita.

Gabriel Batistuta, se le dico Circo Massimo, che effetto le fa? 
«Festa, gioia. La festa per lo scudetto. La notte magica di Roma».

Come la ricorda? 
«La ricordo benissimo. Ricordo che i tifosi si sono arrabbiati perché io non sono salito sul palco. Con Marco Delvecchio siamo andati in moto con due parrucche in testa e ci siamo mescolati così tra la gente. Non ci riconosceva nessuno. Siamo stati proprio sotto il palco e ci siamo divertiti molto. Mi creda: il piacere di vedere tutta quella gente così felice era incalcolabile. Si può vincere in tanti posti, sto parlando del calcio, ma quella sera vedere la gente impazzita, senza pensieri, è stato incredibile. Si capiva che avevano bisogno di festeggiare, avevano bisogno di allegria. Anche la futile, inspiegabile e incontenibile gioia che può darti una vittoria conquistata sul campo da altri. Da altri, che diventi tu. E’ stata una bella cosa. Non è durata solo quella notte, è durata un mese, la città era come sospesa, il cielo sembrava giallorosso. A parte la soddisfazione personale di vincere, il piacere principale e fondamentale è pensare che tutta quella gioia, di tutta quella gente, è anche merito tuo. Della tua fatica, del tuo talento, del tuo lavoro».

Che ricordo le ha lasciato questa città? 
«Parlando di calcio il più bello, perché abbiamo vinto. Siamo stati protagonisti anche l’anno successivo. Roma mi ha trattato molto bene infatti torno ogni tanto e saluto gli amici volentieri. Ho conosciuto grandi giocatori. L’allenatore della Roma, Di Francesco, ha giocato con me, o io ho giocato con lui. Francesco Totti che stava emergendo. Erano già quattro o cinque anni che giocava ma ancora non era il Totti che il mondo ha conosciuto e amato. Poi Panucci, Candela, Aldair, Samuel, Montella, Delvecchio, Emerson, Tommasi… Bei ricordi».

Grupo Alegría, cosa le ricorda? 
«Il Grupo Alegría è stata la prima squadra di calcio di cui abbia fatto parte. Eravamo nel quartiere, a Reconquista , e c’era questo gruppo di amici. Ci hanno dato la possibilità di giocare a pallone, abbiamo vinto e probabilmente quella euforia mi ha fatto guardare il calcio in un’altra maniera. Il nome della nostra squadretta assomigliava al nostro stato d’animo. Giocavamo in un campo lungo e stretto che sembrava uno scherzo, lo chiamavamo “il lombrico”. Eravamo poveri, piccoli ma pieni di speranze. E’stata la mia prima squadra, non potrei dimenticarla. Ora sono tornato a vivere dove sono nato e tutti i giorni vedo i compagni di squadra del Grupo Alegría. Una bella storia di vita».

Le sue gambe come stanno? 
«Sto meglio ora, molto meglio rispetto a due anni fa, riesco a camminare. Ogni tanto faccio persino qualche partitella, come quella di mercoledì sera. Non sto benissimo, ma cammino. Due anni fa pensare a camminare era un sogno. Camminare normalmente era l’unica cosa che desideravo, riuscire a camminare con mia moglie, i miei figli. Da due anni a questa parte ho fatto un paio di punture curative e sto migliorando. Mi mantengo vivo con un dolore che però non ha niente a che vedere con quello terribile che sentivo due anni fa. Ora lo sopporto benissimo. Spero di poter mantenere questa vita. Ho conosciuto l’inferno dell’immobilità. Mi creda, è stata dura».

Quindi il calcio per lei è stato insieme allegria e tortura? 
«Sì, il calcio per me è stata soprattutto una grande, enorme responsabilità. Dal momento in cui sono diventato professionista, ogni volta che entravo in campo o all’allenamento sapevo che c’era gente che pagava per andare a vedere uno spettacolo del quale io ero uno degli attori. Quindi da quel punto di vista è sempre stato un lavoro, lavoro duro. Non sono mai stato come alcuni giocatori che riescono a godere in un campo di calcio. Io no, non ho mai goduto dentro un campo di calcio. Molte volte l’ho fatto dopo la partita, dopo il novantesimo, dopo una bella vittoria, dopo uno scudetto. In quei momenti sì, sono stato bene. Però durante il gioco mai, perché sentivo di non poter fare un passaggio inutile o svogliato. Dovevo inventare, fare il meglio, perché mi stava guardando gente che aveva pagato, si era sacri cata per essere felice. Non ho mai pensato che il calcio fosse una storia solo tra me e il pallone. Per me c’è stato sempre il pubblico. Era mio dovere dare il massimo, cercare di scon ggere l’avversario, non fare mai il minimo sindacale. Le mie caviglie hanno risentito anche di questa concezione del calcio. E della vita . E del prossimo tuo».

Chi è il difensore più duro che lei ha incontrato? 
«Ho una lista lunga perché all’inizio erano tutti duri, tutti di cili. Poi crescendo non riesci mai a capire se li superi perché sei tu che stai migliorando o perché loro stanno calando. Però mi ricordo di Vierchowod, di Baresi, Maldini, Nesta, Chamot, Bergomi , Ferri. Tanti. Poi cominci a fare gol e tutte le squadre stanno attente a quello che puoi fare. E così non hai più un marcatore, ma due o tre. Tanti ti menavano pure. Io, sia chiaro, mi difendevo. L’importante era che alla fine della partita ci si desse la mano. E così è stato, sempre».

L’allenatore più importante della sua vita? 
«Bielsa per le cose che mi ha insegnato, perché ha preso un ragazzino che non voleva giocare a pallone e lo ha trasformato in un professionista vero. E poi Basile con il quale abbiamo vinto le ultime due Coppe America. In Italia Capello, Ranieri. Io, sinceramente, agli allenatori non davo molto retta, nel senso che un attaccante vive più d’istinto. E’ difficile insegnare a un centravanti. Magari ti alleni, studi tutte le mosse però dopo la palla rimbalza e, invece che a destra, va a sinistra e tutto diventa inedito. Ho avuto un buon rapporto con tutti. Non con Passarella, con il quale non c’era feeling. Non sto dicendo che è una cattiva persona. Ma è l’unico con il quale non mi sono preso, con il quale ho avuto un conflitto. Con tutti gli altri solo bei ricordi».

C’è un nuovo Batistuta nel calcio? Higuain le assomiglia?
«No, sinceramente no. E’ giusto che sia così, ognuno deve essere quello che è. A me non piaceva essere paragonato ad un altro, io volevo essere io. Magari prendevo spunti da tutti, ero una spugna. Sono stato umile, guardavo tutti. Da Van Basten all’ultimo attaccante della serie A. Ognuno ti lascia qualcosa, sempre. Higuain o Icardi stanno venendo fuori bene. Higuain sono già dieci anni che è ai massimi livelli, quindi non ha niente da dimostrare. Icardi è un po’ più giovane, però anche lui quando ha voglia, segna».

Cosa è stato Maradona per il calcio argentino e per lei? 
«Per me è stato il più grande di tutti. Diego rappresenta anche l’argentino in tante cose, non solo del calcio. E’ il primo che ci ha portato alle stelle, vincendo il Mondiale. Ha carisma, aveva un talento e una fantasia rari. Messi, anche se tecnicamente è uguale o magari superiore, non riesce a superarlo. Il carisma di Maradona non è quello di Lionel. Diego poteva anche gestire lo stadio, tutti guardavano lui. Ho giocato con lui e le posso dire quanto fosse decisivo tecnicamente per la squadra. Io ho visto cosa succede accanto a Diego, vive accompagnato da una luce particolare. Anche se non sono d’accordo con molte cose che lui fa – il suo stile di vita non è il mio, io sono quasi l’opposto – noi due abbiamo però una buona relazione e per me lui è e resterà il più grande».

Se dico che Maradona è poesia e Messi è prosa è giusto? 
«Sì, mi sembra una definizione bella e corretta».

Quello che manca a Messi è quel di più, di poetico, di epico… 
«Sì, quello che manca a Messi rispetto a Maradona è questa dimensione fantastica, quasi onirica. Neanche alleandosi tutte le ore del giorno potrà raggiungere quello stato, perché non è una cosa che dipende da lui. E’ madre natura. E’ così, si nasce in una maniera o in un’altra. In passato c’erano dubbi su Messi. Ora no. Ora è perfetto tecnicamente, ora non c’è più da discutere, ha fatto più gol di tutti. Nonostante questo per me non è Diego. E probabilmente non lo sarà mai».

E Dybala?
«E’ un buon giocatore, davvero. E sta crescendo. Ma bisognerebbe vederlo al cospetto di altre difese, in altri campionati, per giudicarlo pienamente».

Che impressione le fa Argentina Italia? Oggi l’Argentina è una squadra fortissima e l’Italia non è arrivata neanche ai Mondiali…
«E’ strana, perché dovrebbero essere tutte e due a prepararsi per i Mondiali, invece per l’Italia è una partita che probabilmente le farà piacere giocare soltanto perché c’è l’Argentina di fronte, altrimenti ne farebbe a meno. Il calcio italiano ora non ha neanche il presidente e l’allenatore non sa se sarà lì tra tre o quattro mesi. È una situazione che in Argentina io ho vissuto no all’anno scorso. Siamo stati due anni senza presidente e l’allenatore andava e tornava: si prendeva un allenatore offensivo, dopo si mandava via e si prendeva uno difensivo. Difetti di noi latini , che non aiutano ad andare avanti sicuri. Una partita strana. Anche se penso che sarà bella. I giocatori argentini si prepareranno attenti a non sbagliare, molti si stanno giocando il posto da titolare. Gli italiani con la voglia di ripartire, di cambiare la loro storia: hanno l’Argentina di fronte e penso sia una bella occasione per ricominciare».

Qual è il ricordo più bello di Firenze che lei porta con sé? 
«Ogni giorno dei dieci anni che sono stato lì. Il primo ricordo di Firenze che ho è il pensiero che fosse brutta. Arrivavo da Roma sull’autostrada e capitai a Firenze sud. Mi sono detto: ma dove sono capitato? Perché lì, alla fine dell’autostrada, è comparsa un’immagine per me inusuale. Io venivo dall’Argentina: tutto nuovo, i palazzi di vetro, i grattacieli. Vedere cose di cinquecento anni fa mi ha fatto impressione. Cose che ho imparato presto ad apprezzare, di cui ho percepito la meraviglia e dopo tre o quattro mesi ero già innamorato di Firenze. Avevo capito i fiorentini e le assicuro che non è facile. Loro hanno capito me e io ho sposato la causa viola. Ho pensato che se fossi riuscito a vincere qui sarebbe stata una bella cosa. Non ci sono riuscito, ma nell’intento di arrivarci sono andato lontano. E ora so che Firenze è una città bellissima».

Cosa c’era in quel gesto dopo il gol? 
«La mitraglia? Non lo so, forse rabbia. Non c’era niente di speciale, era un gesto istintivo. Lo facevo per i tifosi. Per loro era il massimo».

Che cosa è per un giovane argentino la storia della dittatura in Argentina? I desaparecidos…? 
«Un dramma, che io per fortuna non ho vissuto. Io sono cresciuto dopo. I miei genitori me lo hanno tenuto nascosto fino a quando avevo cinque o sei anni. E’ un tema del quale non si è parlato in Argentina per tanti anni. E’ stato un tabù . So cosa è successo, ma non vorrei tornare indietro. Però vorrei parlarne, proprio come stanno facendo ora nel mio paese. Parlarne perché è il modo migliore di garantirsi che non possa ricapitare. In Argentina poi tutto lo Stato ha subito un colpo di autorevolezza e di autorità. Nel mio paese, ad esempio, se dici esercito pensi subito alla dittatura. Ma l’esercito serve, in ogni democrazia. Dovremo ritrovare un equilibrio. Ci riusciremo».

In che cosa si assomigliano un argentino e un italiano di carattere? 
«Nei casini, in tutto. Si assomigliano abbastanza. Io vorrei persino votare in questo che è il mio secondo Paese, ma non posso. Quando sono stato qui potevo avere il passaporto ma non so perché ho lasciato correre. E ora che lo voglio è diventato difficile. Io sono figlio dei figli dei figli italiani. Noi eravamo del Friuli. Penso che, come me, il sessanta per cento degli argentini sia, in qualche maniera, italiano. Non è possibile non assomigliarsi».

Se lei dovesse dire ad un bambino che cosa è il calcio come glielo racconterebbe?
«Io ho avuto quel problema con i miei figli. Perché quando si parlava di calcio, io ne parlavo seriamente. Come una professione. Quando ad un bambino di dodici, tredici anni tu dici che, per giocare al calcio, può andare a ballare ma non sempre, può uscire la sera ma non sempre, può mangiare, ma non i dolci, quella creatura ad un certo punto ti dice: “Basta faccio un’altra cosa”. Però a un bambino devi dire sempre la verità. Il calcio, a un certo punto, non è più un gioco. E’ uno sport bello per fare amicizia, per imparare a vivere. Conosci tutte le situazioni della vita: sei contento, triste, devi lottare per raggiungere qualcosa, a volte hai fortuna e le cose ti vengono facili. Altre volte sembra tutto impossibile. E’ la vita. Proprio la vita. Quindi non lo so come lo spiegherei ad un bambino,. Forse gli direi “Gioca a pallone ma stai attento a tutto quello che esiste intorno a te ”. A me è servito. Ho vissuto bene, ho conosciuto bella gente, ma sono stato fortunato, non solo bravo. Ho avuto compagni che non hanno avuto la stessa fortuna e ora sono soli. Il nostro è un ambiente delicato, duro. Spesso penso a loro».

Davide Astori. Che le dice la storia di questo ragazzo? 
«Sono ancora sotto choc. A volte voglio parlarne, però rimango senza parole, subito. Cosa dico? Non mi viene da dire niente, solo da pensare al suo destino. Non riesco a trovare le parole, mi sembrano vuote o piccole».

C’è un giocatore italiano che le piace in questo momento? 
(Ci pensa a lungo) «Mi piace Ciro Immobile».

Ha qualche rimpianto nel calcio, nella sua vita di calciatore? 
«No, ora no. Fino ad un anno fa sì, avevo tutti i rimpianti possibili. Avevo fatto pochi gol, non avevo vinto tanti trofei, non ero contento della mia carriera, niente. Messi mi ha pure superato nei gol in Nazionale. Non ero contento. Da un anno a questa parte sto cambiando, sto cominciando a vedere cosa ho fatto, cosa ero e cosa sono diventato. Sbagliavo, guardavo sempre avanti e mai da dove ero partito. Da quando ho cambiato il punto di vista sono più tranquillo. Anzi sono contento. Perché dal Grupo Alegría e da “La Lombrica “, dove facevamo le porte usando la rete delle borse di patate, sono arrivato a giocare nei migliori stadi, con i migliori giocatori. Ho vinto e avuto l’amore del pubblico. Sarebbe impossibile non essere contento. Ero sciocco a non esserlo».

C’è una maglietta di una partita che lei si porterebbe su un’isola deserta?
«Una non c’è. Forse quella del Newell’s Old Boys. Era la prima volta che mi sono messo calzini, pantaloncini e maglietta tutto giusto, coordinato, di una squadra vera. Quando sono entrato nello spogliatoio mi sono visto nello specchio e ho detto “Bello!”. Poi la prima partita ai Mondiali con Diego. Ho fatto una tripletta. O la maglia della Roma con lo scudetto. Quella della Fiorentina quando abbiamo vinto con l’Arsenal a Wembley. Ce ne sono alcune, che porterei con me. Ma non ne ho nessuna».

Come, nessun ricordo? 
«Non ho tenuto niente, perché non volevo che i miei figli mi vivessero come mito. Io sono normale. A casa mia non vedi una foto da calciatore, niente. Non vedi un trofeo, niente. Forse un giorno mi mancherà. Io ho tenuto la famiglia fuori dal mito, da quello che i tifosi pensano di me. Io sono un’altra cosa. Uno normale. I miei figli quello che sanno lo hanno scoperto da soli. Quando, in viaggio, vedono che la gente mi riconosce mi chiedono perché accada. Però io non ho mai detto niente. Il più piccolo ancora mi fa delle domande strane. Mi domanda se ho fatto mai qualche gol su punizione. Guarda Messi, Ronaldo, e chiede a me se ho calciato qualche rigore. Penso di aver fatto bene. Forse ho sbagliato a non tenere le magliette della mia vita. Un giorno mi mancheranno, immagino. I trofei sono da qualche parte, penso di ritrovarli. Alla ne però rimangono le amicizie. Magari se fossi andato via dalla Fiorentina avrei vinto due o tre scudetti da qualche parte, in Inghilterra o in Spagna. Ma sto bene così. Cammino. Ho una bella storia da raccontare. E tanti amici, ovunque».

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Il fratello Muriel: «Alisson non tradirà la Roma»

CORRIERE DELLO SPORT (R.Maida) – La famiglia Becker è brasiliana di Germania. Sul lavoro è gente rigorosa ma fuori non si prende troppo sul serio. «Da sei generazioni viviamo a Porto Alegre. Non conosciamo nemmeno i nomi dei nostri avi, né la città di origine: da noi il cognome Becker è molto diffuso, basta aprire l’elenco del telefono». Muriel Becker è il fratello maggiore di Alisson, nuovo patrimonio della Roma. Anche lui è un portiere, gioca in serie A portoghese nel Belenenses: è fermo dal 16 dicembre per un infortunio alla spalla ma entro due settimane tornerà in campo. Durante il periodo di riposo forzato ha potuto ammirare a distanza i progressi di Alisson, il “collega” più richiesto del momento.

Muriel, diciamolo subito. Suo fratello resterà alla Roma?
«Il futuro lo sa solo Dio. Però lui sta molto bene alla Roma ed è concentrato sul presente. Alisson sa che la sua carriera dipende da quello che riesce a meritare giorno per giorno».

Si parla di un’offensiva da 60 milioni del Real Madrid.
«Di queste cose si occupa il suo manager, Ze Maria. Ma prima di parlare di questo c’è la Champions League. E c’è il Mondiale».

Da collega: pensa che sia pronto per un top club?
«Certamente sì, perché ha tutto quello che serve a un portiere. Però mi creda, alla Roma sta bene. Lì si sente realizzato. Ehi, anche la Roma è una grande società».

Vi sentite spesso?
«Ogni due-tre giorni, siamo molto legati. Io sono il padrino di sua figlia, lui della mia… Siamo stati insieme a Roma a Natale».

Cosa gli consiglierebbe di fare dopo l’estate?
«E’ difficile rispondere. Bisogna valutare tante cose prima di scegliere di cambiare vita: a Roma c’è anche la sua famiglia che è felice. E poi va considerata la riconoscenza. Alisson è grato alla società che l’ha seguito per molto tempo, ha investito sul suo talento e l’ha valorizzato: nel successo di Alisson c’è molto merito della Roma».

Eppure fino a pochi mesi fa era la riserva del secondo portiere della Juventus.
«Nel calcio è sempre una questione di opportunità. Mio fratello è stato bravo ad aspettare la sua. Ma io, conoscendolo, non ho mai dubitato delle sue potenzialità».

Oggi è il più forte portiere del mondo?
«Sì, direi di sì: tecnicamente è perfetto».

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Pjanic: «Roma, non ho tradito»

“Mi sento molto bene, sono felice. Qui alla Juve, la vittoria si respira dalle mura. Andrea Agnelli me ne ha parlato il primo giorno che ho messo piede a Vinovo. Giri e vedi i trofei, le bacheche: i successi sono nel dna di questo club. Si respira la storia” dice Miralem Pjanic intervistato da Alessandro Angeloni su Il Messaggero.

Il suo amico Nainggolan ha detto che lei ha scelto di vincere facile.
Dopo cinque anni bellissimi a Roma, ho solo deciso di fare altre esperienze. La Juve mi ha seguito, mi ha voluto. Io avvertivo l’esigenza di confrontarmi con un’altra esperienza, del resto la carriera di un calciatore è breve. Detto questo, vincere non è mai facile e non lo è nemmeno qui. Ci vuole abnegazione, lavoro. Le vittorie si ottengono sudando, meritandole, al di là di ciò che, troppo superficialmente, si pensi in giro”.

A Roma sarebbe stato diverso.
Vincere lì sarebbe stata un’emozione unica. Purtroppo non ci sono riuscito, e mi dispiace. Ma ci ho provato. Molti sono rimasti male che sia andato via, ma io non ho tradito nessuno”.

Che c’è di così magico in Roma?
C’è passione, dalla mattina alla sera si pensa al calcio, alla squadra. E questo è bello perché un successo ti porta alle stelle, ma dall’altra parte è negativo perché si perde il senso dell’equilibrio. E il problema, lì, è proprio questo. Ma vincere a Roma deve essere un qualcosa di unico”.

Ricorda la sera del violino di Garcia? Anche lei lo era contro.
La Roma voleva vincere, non c’è riuscita. Poi i gesti si fanno spontaneamente e sono sicuro che Rudi non lo rifarebbe se tornasse indietro. C’era rabbia, ci rodeva perdere in quel modo”.

Che cos’è la bellezza nel calcio?
La semplicità. Io, capriole col pallone, non ne faccio. Per me conta far scorrere bene il gioco, dare equilibrio. I miei riferimenti sono Pirlo, Xavi, in passato Zidane. Calciatori fantastici. Fuoriclasse della semplicità”.

E Totti?
Checco è un genio. Vedeva cose in anticipo. Cose che ad altri sfuggivano”.

Cosa non le piace del nostro calcio?
Troppe polemiche, a volte bisognerebbe abbassare i toni. Ma il calcio italiano sta crescendo, lo dimostrano le presenze di Roma e Juve nei quarti di Champions. E sono molto contento che ci sia anche la Roma, lì ho lasciato un pezzo di cuore e ci torno spesso”.

Che ricordi ha di Luis Enrique?
Un uomo straordinario. Coerente, vero. Non c’è un calciatore della Roma che non lo abbia rimpianto. Eravamo tristi quando ci ha detto che se ne sarebbe andato. Purtroppo quella Roma non aveva i calciatori giusti per attuare il suo gioco”.

Con Zeman, invece, zero rapporti.
Era così un po’ con tutti. Non c’era dialogo, a parte con Totti, che conosceva da anni. L’atmosfera era pesante. Mi dava fastidio che non parlava”.

Con Garcia, molto meglio no?
All’inizio andava tutto benissimo, poi non è riuscito a gestire i momenti di difficoltà. Rudi è un bravo allenatore”.

Spalletti?
Un grande. Sei mesi molto bene. Era tosto, ma leale”.

Dzeko è troppo buono, diceva Spalletti.
Edin è una splendida persona, è una fortuna per chi ce l’ha in squadra. Io lo definirei un giocatore e un ragazzo positivo, oltreché un grande calciatore”.

Meglio di Higuain?
Come si fa a fare un paragone? Il Pipita è un killer. Ha due occasioni, una la mette dentro. Gli attaccanti argentini sono un po’ tutti così”.

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Giovane o big: l’equivoco che stritola Schick

LA GAZZETTA DELLO SPORT  (D.Stoppini) – Intorno al nome di Patrik Schick non sono finiti solo i giochi di parole. Sono finite proprio le parole, la situazione è ormai cristallizzata. E non si capisce, sic stantibus rebus, cosa mai potrebbe cambiarla da qui alla fine della stagione. Perché la Roma non è un gruppo di lavoro alla ricerca disperata di soluzioni: Eusebio Di Francesco ha brillantemente superato il periodo negativo, ora la squadra vola che è un piacere, la marcia da sette partite a questa parte è da scudetto – solo la Juve ha fatto meglio, un punto in più – e la Champions regala l’adrenalina di una sfida al Barcellona. E allora, come pensare che Schick possa in primavera ribaltare una gerarchia che – Crotone ne è la prova – ora lo vede in fondo che più in fondo non si può?

RISERVA – Dice Di Francesco in maniera tremendamente cruda che «io devo pensare ad allenare la Roma, non i giocatori. Schick non è un attaccante, mica posso schierarlo centrale difensivo con la scusa del turnover. Arriva dalla Samp, sta lavorando per rendersi importante, ma non posso ragionare individualmente per far contento qualcuno». Di là c’è la voce della società, che ha investito 42 milioni di euro (sarà pure un pagamento a rate, ma sempre quella è la valutazione) e per bocca dell’a.d. Umberto Gandini ribadisce: «Noi ci puntiamo tantissimo, per il presente e per il futuro». Eccolo qui, il grande equivoco. Di Francesco ha sempre considerato Schick un prospetto da crescere, la società l’ha sempre ritenuto in grado di incidere – almeno in parte – fin da subito, i tifosi poi l’hanno accolto come un campione in virtù della valutazione più alta mai fatta per un acquisto nella storia della Roma. La verità è che l’esperimento da esterno destro nel tridente è fallito. Schick è la semplice riserva di uno Dzeko (a ragione) intoccabile. E se sia più corretto leggerne il rendimento con le poche opportunità avute o attraverso la scarsa capacità di convincere l’allenatore è come decidere se sia nato prima l’uovo o la gallina. Di certo ci sono i numeri: solo 5 partite da titolare in campionato (6 stagionali), zero minuti in Champions, 636’ complessivi. Un anno fa di gare dall’inizio con la Samp ne mise insieme 15, per 1653’ totali. Se processo di crescita doveva essere, processo di crescita non è stato. E in prospettiva futura sarà necessario fare ragionamenti profondi.