“Ibra? Nessuno può capirlo più di me…”, dice Francesco Totti intervistato su La Gazzetta dello Sport. Continuare o dire basta? Per un paio di anni, gli ultimi di una carriera strepitosa, il tema che appassionava e divideva opinionisti e addetti ai lavori (non i tifosi della Roma che avrebbero voluto vederlo giocare fino a 50 anni) ha riguardato lui, Francesco Totti. Ora il Capitano ha passato il testimone a un altro gigante del calcio mondiale, Zlatan Ibrahimovic, alle prese con fastidi, infortuni, infiammazioni, risentimenti muscolari e tendinei che lo tormentano e gli impediscono da mesi di essere Ibra. Aveva 40 anni anche Totti il 28 maggio 2017 quando, nella più commovente ultima partita che il calcio ricordi, disse basta o forse sarebbe meglio dire fu spinto a dire basta…
Francesco te la senti di riavvolgere il nastro?“Così mi vuoi male… (sorride, ndr ). Sono passati 5 anni ma le sensazioni me le ricordo tutte e guardando Ibra nell’ultimo periodo le rivivo. Anche se la mia situazione era un po’ diversa dalla sua. Io non avevo avuto particolari infortuni. Sentivo di poter ancora dare il mio contributo, ma fui messo subito da parte e se giochi tre minuti o cinque o dieci una volta ogni tanto diventa uno stillicidio. L’ultimo mio anno non lo auguro al mio peggior nemico. Fu pesantissimo a livello mentale. Logorante. Perché quando dopo una vita in campo non giochi con continuità, soprattutto a una certa età, il fisico non lo stai facendo riposare, lo stai facendo arrugginire. Quando ti abitui solo a subentrare, piano piano perdi il ritmo partita. E quando poi entri ti accorgi che arrivi secondo sul pallone, che stai perdendo quei centesimi di secondo che fanno la differenza. Perché la testa ti dice ancora perfettamente cosa fare, ma le gambe ci arrivano un attimo dopo. Tu lo sai di essere più bravo degli altri ma se il fisico non “resta in partita” diventa dura. Zlatan in questo momento gioca poco e mi immagino le sue difficoltà anche perché il suo corpo è una macchina impegnativa. Però rispetto a me ha una fortuna…“.
Quale? “Da quel che mi sembra dall’esterno la sua voglia di stare in campo è forte come quella del Milan di averlo ancora a disposizione. Il problema non è il tecnico o la società, sono il numero di minuti di gioco e cosa comportano per lui fisicamente nei giorni successivi, quando devi recuperare e subentrano fastidi che prima non avevi mai avuto” Io da amante del calcio spero che Ibra possa continuare. Che domani mattina i fastidi che lo stanno tenendo fuori così spesso possano sparire. Sarebbe un regalo non solo per lui, ma per tutti noi che seguiamo il calcio. Ibra è stato amatissimo dai suoi tifosi e ha fatto disperare (il termine è più colorito, ndr ) quelli avversari. Ma il giorno che dovesse dire basta, il dispiacere sarebbe di tutti. Un po’ come è successo con me“.
Il passaggio dal campo al bordo campo spesso è più complicato del previsto. “Uno come Ibra, per l’immagine e l’impatto che ha, credo lo vorrebbero tutte le società. Certi atleti o ex atleti da soli hanno più seguito di un club intero. Ma bisogna stare attenti a non diventare un poster o una bandiera da sventolare solo quando serve. Io sono passato da un addio lacerante a fare subito il dirigente della Roma: un percorso che a tutti sembrava naturale e scontato, ma i ruoli non erano chiari. Lì per lì all’inizio ti senti in balia di tutto. Se sei stato un giocatore e hai vissuto sulla pelle le dinamiche del campo e dello spogliatoio ti rendi conto come ragioni in maniera totalmente diversa chi lavora accanto a te e il campo non l’ha mai calcato. Ignorano aspetti che invece nel calcio fanno la differenza. Forse anche per questo non ero mai realmente chiamato a partecipare e a decidere, perché le mie idee al momento delle scelte risultavano totalmente diverse dalle loro. Io ho cercato di calarmi in un nuovo ruolo con umiltà: non ho mai preteso di sapere di finanza, marketing, contratti, organizzazione come altri dirigenti esperti nella gestione aziendale, ma se parliamo di calcio, di giocatori, di tecnici, penso di saperne abbastanza per essere ascoltato… La sinergia tra uomini di campo e uomini d’azienda non è sempre facile. Ecco perché a Ibra ricordo, quando verrà il giorno, di fare quelle due domande“.