di Francesco Oddo Casano – No non lo è e non lo sarà mai. Essere romanisti è diverso. Non sono frasi fatte, è pura realtà. Se n’è reso conto anche Josè Mourinho, che dopo poche settimane dal suo sbarco nella capitale ha capito, da uomo straordinariamente intelligente qual è, che tipo di passione covasse sotto la cenere di anni intrisi di polemiche e divisioni. Lo Special One si è trasformato in un novello Mago Merlino e ha riacceso con la sua bacchetta magica la Roma, in tutte le sue componenti.
Ha trovato però all’interno di Trigoria altri due uomini straordinariamente lungimiranti e pronti a supportarlo a 100%: Dan Friedkin e Tiago Pinto. Il texano, ieri protagonista del suo primo, reale, bagno di folla con tanto di Coppa sollevata sotto il settore, dopo un solo anno di studio ha compreso che servisse un vincente per sterzare, per invertire la rotta, per riportare la Roma a sognare, competere e vincere. Un leader a cui affidare le chiavi del progetto, non più futuribile, ma immediato. Pinto ha stretto un rapporto simbiotico con Mou fuori e dentro Trigoria: lavoro sinergico su mercato, strutture, staff, giocatori da lanciare, organizzazione delle trasferte, polemiche arbitrali. Questo è il trio che ha risvegliato quel ‘Gigante Addormentato‘ – Ryan Friedkin dixit – riportandolo a sollevare al cielo un titolo che mancava da 14 anni e che in Europa, nell’era delle competizioni UEFA, non era mai stato centrato.
Il cordone ombelicale, reciso per troppi anni e piano piano ricomposto dalla Roma (anche grazie ad una politica di vera fidelizzazione a 360 gradi) con i propri tifosi ha prodotto una giornata a Tirana che rimarrà memorabile: migliaia di tifosi in corteo in terra albanese, mentre all’Olimpico in 50 mila erano pronti a supportare la squadra. Immaginate una battaglia dell’antica Roma, con la fanteria in prima fila e la cavalleria pronta a discendere dalle colline per trucidare il nemico. Condivisione totale, empatia, un blocco unico pronto a sostenere quei colori, all’ultimo passo verso la storia. Famiglia, come l’ha definita Mou e tale è. Lo si legge negli occhi dei romanisti, di coloro che sono rientrati da Tirana con notevole ritardo alle 5 di questa mattina, di coloro che hanno seguito la squadra in Turchia, poi in Norvegia, poi ancora in Olanda o in Inghilterra, ma anche di coloro che ieri sera hanno festeggiato nelle vie del centro tra bandiere, fumogeni e fuochi d’artificio e che oggi pomeriggio saranno di nuovo lì. Perchè essere romanisti è diverso, spiegarlo non è facile. Bisogna viverlo…