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Mecca Pact, Shenoy: “Nato islamica? La vera partita è sull’industria della difesa”

(Adnkronos) – La firma del Mecca Joint Defence Agreement tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan apre una nuova fase negli equilibri tra Medio Oriente e Asia meridionale. Sottoscritto il 7 agosto alla Mecca dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e dal premier pakistano Shehbaz Sharif, il patto stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti. L’accordo prevede inoltre una maggiore cooperazione militare, lo scambio di intelligence, la collaborazione nell’industria della difesa e forme di coordinamento strategico. Un asse che collega Anatolia, penisola arabica e Asia meridionale, mettendo insieme il peso finanziario saudita, l’apparato militare e industriale turco e il Pakistan, unica potenza nucleare dichiarata del mondo islamico. Ma se il testo dell’accordo lascia aperti numerosi interrogativi, le prime dichiarazioni politiche successive alla firma hanno mostrato ambizioni che potrebbero andare oltre la natura strettamente difensiva rivendicata dai tre governi. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, per anni alla guida dei servizi di intelligence del Mit, ha definito il meccanismo di difesa collettiva “tecnicamente” analogo all’articolo 5 della Nato. Ankara ha spiegato che il patto non è diretto contro l’Iran o altri Paesi, ma ha anche aperto alla possibilità di un suo allargamento, indicando l’Egitto tra i possibili futuri partecipanti. Ancora più esplicito è stato il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif, che ha invitato il mondo musulmano a costruire un fronte più ampio, definendo Israele una minaccia per l’intero mondo islamico e invocando una risposta militare comune. Dichiarazioni che aumentano i dubbi sul possibile utilizzo del nuovo strumento da parte di Islamabad anche nella propria competizione regionale. L'Adnkronos ne ha parlato con Vas Shenoy, Chief Representative in Italia della Indian Chamber of Commerce, imprenditore e analista geopolitico attivo tra India, Europa e Medio Oriente. 
Il Mecca Pact è stato subito definito una sorta di “Nato islamica”.
 “Credo sia ancora prematuro. È sicuramente uno degli sviluppi strategici più importanti degli ultimi decenni nel mondo islamico e unisce tre grandi potenze sunnite. La clausola di difesa collettiva è molto significativa, ma non vediamo ancora una struttura paragonabile a quella della Nato: non esistono un comando militare integrato, un quartier generale operativo comune o una pianificazione militare unificata. Almeno per ora lo considererei più un quadro strategico di cooperazione nella difesa che un’alleanza militare pienamente integrata”. 
Fidan, però, ha detto esplicitamente che dal punto di vista tecnico il meccanismo è analogo all’articolo 5 della Nato.
 “Questo rende più importante il significato politico dell’accordo. Le dichiarazioni successive alla firma sembrano indicare un livello di ambizione superiore a quello che si può ricavare dalla sola lettura del testo. Ma tra una clausola di solidarietà e una vera capacità di combattere insieme esiste una grande distanza. Il punto è capire cosa succederà quando uno dei tre Paesi invocherà concretamente quella solidarietà”. 
E il Pakistan sembra voler andare ancora oltre: il ministro della Difesa Asif ha già invocato un fronte più ampio del mondo musulmano contro Israele. Non è in contraddizione con la natura puramente difensiva rivendicata dall’accordo?
 “È proprio questo uno degli elementi da osservare. Esiste il rischio che Islamabad cerchi di utilizzare il patto per obiettivi strategici che vanno oltre la difesa collettiva. Pakistan, Arabia Saudita e Turchia hanno interessi comuni, ma non hanno gli stessi nemici e soprattutto non hanno gli stessi rapporti con Israele, India e Iran. Se uno dei membri cerca di trasformare il patto nella propria alleanza contro i propri avversari, le contraddizioni emergeranno rapidamente”. 
Quindi la clausola “un attacco contro uno è un attacco contro tutti” potrebbe rivelarsi meno automatica di quanto sembra?
 “Esattamente. Anche nella Nato l’articolo 5 non significa che tutti debbano reagire nello stesso modo. Nel caso del Mecca Pact, poi, le differenze strategiche sono ancora maggiori. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan sono uniti dalla maggioranza sunnita delle rispettive popolazioni, ma hanno tradizioni politiche e interessi molto differenti. Ankara e Riyadh, per esempio, per decenni hanno competuto per l’influenza sul mondo sunnita. Il partito di Erdoğan proviene da una tradizione islamista che ha avuto rapporti con ambienti vicini alla Fratellanza musulmana, organizzazione guardata storicamente con grande diffidenza dalla monarchia saudita. I rapporti sono migliorati, ma queste differenze non sono scomparse”. 
Il primo banco di prova potrebbe essere già arrivato. Due giorni dopo la firma, gli Houthi hanno rivendicato l’attacco con droni alla raffineria Aramco di Jazan. Cosa dovrebbe succedere se il patto fosse davvero operativo?
 “È esattamente il tipo di situazione che permetterà di capire che cosa significhi concretamente l’accordo. Non è affatto chiaro che Pakistan e Turchia siano disposti a entrare direttamente nel confronto dell’Arabia Saudita con gli Houthi. La questione è particolarmente interessante per Ankara, che ha investito molto in Somalia e vuole mantenere una presenza strategica lungo il Mar Rosso. Potrebbe esserci sostegno di intelligence, logistico o navale senza necessariamente arrivare a un intervento militare diretto”. 
Il grande interrogativo resta però l’Iran. È Tehran il vero destinatario del patto?
 “Il momento in cui viene firmato rende inevitabile questa domanda, soprattutto dopo la guerra che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran. Ma è difficile immaginare sia il Pakistan sia la Turchia entrare direttamente in guerra contro Tehran per difendere l’Arabia Saudita. Islamabad ha aumentato il proprio peso diplomatico proprio grazie alla capacità di mantenere canali aperti con l’Iran. Il feldmaresciallo Asim Munir ha relazioni con gli apparati militari e di intelligence iraniani che hanno aumentato il valore del Pakistan come intermediario. Un coinvolgimento militare diretto contro Tehran distruggerebbe parte di questo capitale diplomatico”. 
Anche la Turchia avrebbe molto da perdere?
 “Ankara e Tehran competono in Siria, Iraq e nel Caucaso, ma hanno sviluppato una relazione pragmatica e hanno cercato per anni di evitare una guerra diretta. Sono rivali strategici, ma questo non significa che la Turchia abbia interesse ad aprire un conflitto militare con l’Iran. È un altro esempio della differenza tra una dichiarazione di solidarietà e la disponibilità reale a entrare in guerra”. 
Poi c’è Israele. E anche qui le posizioni dei tre firmatari sono molto diverse.
 “Completamente diverse. La Turchia riconosce Israele, anche se oggi i rapporti sono ai minimi. Per l’Arabia Saudita una futura normalizzazione con Israele resta invece strategicamente possibile e sarebbe importante anche per grandi progetti infrastrutturali come l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec). Il Pakistan è in una condizione completamente differente: anche soltanto ipotizzare il riconoscimento di Israele potrebbe provocare enormi tensioni interne”. 
La telefonata tra Netanyahu e Modi proprio il giorno prima della firma ha attirato molta attenzione. Pensa che il Mecca Pact potesse essere già sul tavolo?
 “Non sappiamo cosa si siano detti e non possiamo affermare che abbiano discusso specificamente dell’accordo. Ma i tempi sono certamente interessanti. India e Israele sono tra i Paesi che devono valutare con maggiore attenzione le implicazioni di questa nuova architettura. È quindi naturale che Nuova Delhi e Gerusalemme seguano molto da vicino quello che sta accadendo”. 
In India, però, il coinvolgimento saudita nel patto con il Pakistan ha suscitato qualche delusione. Riyadh negli ultimi anni aveva costruito un rapporto molto stretto con Nuova Delhi.
 “Ed è proprio questa la contraddizione. Mohammed bin Salman e Narendra Modi hanno costruito una partnership economica e strategica molto importante. L’Arabia Saudita ha investito in India nell’energia, nelle infrastrutture e nella tecnologia. Nel 2025 Modi si trovava proprio in Arabia Saudita quando avvenne l’attacco terroristico di Pahalgam e interruppe la visita per rientrare in India. Da allora il tema del terrorismo e della sicurezza regionale è diventato ancora più sensibile per Nuova Delhi”. 
Il timore indiano è dunque che il Pakistan possa usare il Mecca Pact anche nella contrapposizione con l’India?
 “È uno dei timori della comunità strategica indiana. Islamabad potrebbe cercare di trasformare un meccanismo nato formalmente per la sicurezza collettiva in uno strumento per rafforzare la propria posizione nei confronti dell’India. Ma non credo che questo significhi automaticamente che Arabia Saudita e Turchia sarebbero disposte a combattere una guerra pakistana contro Nuova Delhi”. 
Perché no?
 “Per l’Arabia Saudita sarebbe estremamente difficile. Riyadh ha costruito con l’India una relazione strategica ed economica che non avrebbe alcun interesse a sacrificare. E anche Ankara, nonostante la sua vicinanza al Pakistan e il sostegno fornito a Islamabad durante Operation Sindoor, ha interesse a recuperare un rapporto pragmatico con Nuova Delhi. È difficile immaginare che una futura crisi indo-pakistana provochi automaticamente l’ingresso in guerra degli altri due membri del patto”. 
C’è però una crescente diffidenza indiana verso la Turchia. Nel 2026 le autorità antiterrorismo dell’Uttar Pradesh hanno indagato su una rete di finanziamento e radicalizzazione con presunti collegamenti e flussi finanziari provenienti anche dal Paese guidato da Erdogan.
 “Sì. In India esiste da tempo preoccupazione per il rapporto sempre più stretto tra Ankara e Islamabad e per il sostegno turco alle posizioni pakistane, soprattutto sul Kashmir. Esistono inoltre indagini e valutazioni indiane su reti con collegamenti internazionali, anche in Turchia, accusate di finanziare attività radicali o ostili agli interessi indiani. Bisogna distinguere naturalmente le accuse dalle responsabilità accertate, ma dal punto di vista politico questi episodi alimentano una diffidenza già molto forte”. 
Se non è soprattutto una coalizione destinata a combattere insieme, dove vede allora la vera importanza strategica del Mecca Pact?
 “Nell’industria della difesa. È probabilmente questo l’aspetto più importante. L’Arabia Saudita porta risorse finanziarie e capacità di procurement. Il Pakistan mette sul tavolo una delle più grandi forze armate del mondo musulmano e l’unico deterrente nucleare dichiarato del mondo islamico. La Turchia porta esperienza militare Nato e una delle industrie della difesa a più rapida crescita al mondo, dai droni ai missili, dai sistemi navali alla guerra elettronica. Sono capacità estremamente complementari”. 
E attraverso il Pakistan potrebbe entrare nell'equazione anche la Cina?
 “Sì. Il Pakistan può diventare un ponte verso la tecnologia militare cinese. Pechino sta aumentando le proprie esportazioni militari nel Global South e Islamabad potrebbe facilitare collaborazioni con programmi finanziati dall’Arabia Saudita, per esempio in Africa, senza che la Cina debba necessariamente essere coinvolta direttamente. Sarebbe un modo per espandere l’influenza strategica cinese mantenendo una minore esposizione politica”. 
Il paradosso, allora, è che il Patto della Mecca potrebbe rafforzare il fronte opposto?
 “È una possibilità concreta. Più Arabia Saudita, Pakistan e Turchia costruiscono una piattaforma strutturata di cooperazione militare e industriale, più India, Israele ed Emirati Arabi Uniti avranno interesse ad approfondire la propria cooperazione strategica. Questa convergenza esiste già e potrebbe progressivamente assumere una dimensione di sicurezza molto più forte”. 
C’è già l’I2U2, che riunisce India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti ed è nato come piattaforma per investimenti e cooperazione in settori come acqua, energia, trasporti, spazio, salute e sicurezza alimentare. Potrebbe trasformarsi in qualcosa di più vicino a un'architettura di sicurezza?
 “L’I2U2 è nato con una logica soprattutto economica, tecnologica e infrastrutturale. Ma le alleanze evolvono in risposta all'ambiente strategico. Se il Mecca Pact dovesse diventare un vero meccanismo di coordinamento militare, è possibile che anche la cooperazione tra India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti venga progressivamente reinterpretata in chiave di sicurezza. Potremmo assistere alla nascita di nuove geometrie nell’Indo-Mediterraneo”. 
Quindi rischiamo di vedere emergere due blocchi contrapposti?
 “Non parlerei ancora di due alleanze militari contrapposte. Sarebbe una semplificazione eccessiva, anche perché l’Arabia Saudita mantiene rapporti molto stretti con India e Stati Uniti e potrebbe in futuro normalizzare quelli con Israele. La geopolitica della regione non funziona più secondo blocchi rigidi. Ma possiamo assistere alla formazione di piattaforme concorrenti per la tecnologia, l’industria della difesa, l’intelligence e l’accesso a Paesi terzi. Ed è probabilmente qui che il Mecca Pact avrà il suo impatto maggiore”. 
È questo che dovrebbe preoccupare maggiormente Washington e le capitali europee?
 “Sì. Gli Stati Uniti hanno interesse a continuare a coinvolgere l’Arabia Saudita, ma devono contemporaneamente osservare con attenzione eventuali trasferimenti di tecnologie sensibili attraverso il Pakistan. Anche la Nato ha un interesse diretto: la Turchia è un membro dell’Alleanza e bisognerà capire come le sue crescenti esportazioni militari si inseriranno negli interessi di sicurezza comuni. Il rischio più importante sarebbe il trasferimento indiretto di tecnologie avanzate, turche o cinesi, verso Stati fragili o attori non statali attraverso partnership intermediarie”. 
Lei richiama anche il precedente dell’Afghanistan degli anni Ottanta. Perché?
 “Perché la storia suggerisce prudenza. La cooperazione tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan per sostenere i mujaheddin afghani generò reti finanziarie, militari e ideologiche le cui conseguenze andarono molto oltre l’Afghanistan. Naturalmente il Mecca Pact nasce in un contesto completamente diverso e con obiettivi differenti. Non sto dicendo che la storia si ripeterà. Ma quando si creano reti militari, finanziarie e tecnologiche capaci di operare anche attraverso Paesi terzi, bisogna sempre interrogarsi sugli effetti di lungo periodo”. 
Dunque quale sarà la domanda decisiva nei prossimi mesi?
 “Capire se il Mecca Pact sia davvero un’alleanza militare o soprattutto una piattaforma strategica e industriale. Il suo significato non sarà determinato dalle dichiarazioni fatte alla firma ma da quello che i tre Paesi saranno disposti a fare quando arriverà una vera crisi. L’attacco a Jazan ci offre già un primo test. Se nascerà una vera architettura di sicurezza collettiva, cambieranno profondamente gli equilibri regionali. Se invece il patto servirà soprattutto per cooperazione industriale, trasferimento di tecnologia e influenza attraverso Paesi terzi, il suo impatto sarà diverso, ma altrettanto importante”. 
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Ciclista 28enne trovato morto nel Leccese, forse investito da un’auto pirata

(Adnkronos) – Si presentano particolarmente complesse, anche per l’assenza di sistemi di videosorveglianza direttamente utili alla ricostruzione del fatto, le indagini dei carabinieri sulla morte di Daniele Congedi, il ciclista di 28 anni, di Ugento, in provincia di Lecce, ritrovato morto domenica in tarda serata dopo essere scomparso dalla mattina durante una escursione sulla strada tra Ugento e Racale.  Il corpo è stato rintracciato grazie alla localizzazione del telefono cellulare che ha consentito di circoscrivere ulteriormente l’area di interesse e indirizzare le ricerche. Dai primi rilievi effettuati sul posto viene presa in considerazione l’ipotesi che Congedi possa essere stato investito mentre percorreva la strada in direzione di Ugento, presumibilmente durante il tragitto di rientro verso casa dopo essersi trattenuto a Gallipoli. Il corpo, inoltre, non risultava immediatamente visibile dalla sede stradale, in quanto si trovava in un’area caratterizzata dalla presenza di erba particolarmente alta. Si sta verificando la successione temporale degli ultimi spostamenti della vittima e tutti gli elementi utili a ricostruire quanto accaduto. Particolarmente rilevanti saranno gli ulteriori accertamenti sulla bicicletta, una mountain bike risultata gravemente danneggiata, nonché sul punto e sulle modalità dell’impatto. Il corpo della vittima è stato rinvenuto a circa dieci metri dalla bicicletta.  Al momento del sopralluogo non sono stati rinvenuti frammenti o parti riconducibili con certezza a un’auto, né sono stati rilevati evidenti segni di frenata. Le attività proseguiranno con ulteriori verifiche e accertamenti, anche finalizzati all’eventuale individuazione di persone o veicoli che possano essere transitati nella zona in quel preciso arco temporale.  
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Francia, squishy esplode: ustionato in viso bambino di 8 anni

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Bambino di 8 anni ustionato in volto e sul torace mentre giocava con uno 'squishy' che è esploso. È accaduto in Francia lo scorso 24 luglio 2026 e la Procura di Saint-Omer, nel dipartimento del Pas-de-Calais, ha ora aperto un'inchiesta "per lesioni colpose" per accertare le cause dell'incidente. Secondo quanto si legge su levoixdunord.fr il piccolo stava giocando con la popolare pallina antistress elastica, che conteneva una sostanza morbida e facilmente deformabile, quando è esplosa provocando ustioni di secondo grado. La madre ha raccontato che suo figlio è corso da lei in preda al panico, che lei ha provato a rimuovere il gel che si trovava intorno alla bocca ma insieme alla sostanza ha iniziato a staccarsi anche la pelle. In quel momento, la donna si è resa conto che il figlio aveva riportato gravi lesioni.  La madre del bambino si è rivolta alla polizia. Ora la procura dovrà determinare l'esatta causa dell'incidente. L'indagine cercherà di stabilire se si sia trattato di un infortunio accidentale o se le lesioni del bambino siano collegate a un potenziale difetto del giocattolo. 
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Andrew, via i titoli e la casa… ma non i privilegi funebri

(Adnkronos) –
Andrew Mountbatten-Windsor ha perso tutto a causa dei suoi rapporti con il finanziere pedofilo condannato Jeffrey Epsein: dai titoli reali alla Royal Lodge, la grande dimora con 30 stanze situata all'interno del parco del Castello di Windsor, alla moglie-socia Sarah Ferguson, già ex, ma rimasta per lui sempre un saldo punto di riferimento. Tutto. Tranne gli onori funebri riservati ai membri della famiglia reale. Beffa di un destino postumo, l'ex duca di York tornerà a godere dei suoi privilegi da aristocratico soltanto quando sarà nella tomba ovvero quando sarà ormai troppo tardi per averne qualche beneficio. Secondo un commentatore reale, infatti, i piani per il funerale del fratello di Re Carlo "non sono ancora stati aggiornati". Il Mail on Sunday ha scritto che Andrea rimane in lizza per un funerale reale con tutti gli onori, nonostante lo scorso anno sia stato privato dal Re dei suoi titoli ufficiali.  Non che ci sia fretta per aggiornare le disposizione in materia, dato che il sessantaseienne gode di buona salute, però, nella totale oscurità in cui l'ex duca è stato retrocesso è un dettaglio luminoso che salta all'occhio. Intervistato da GB News, lo storico della famiglia reale Rafe Heydel-Mankoo ha osservato che, dato che Mountbatten-Windsor è circa 11 anni più giovane di re Carlo, è improbabile che una decisione venga presa a breve. "Le questioni relative al suo funerale non verranno sollevate finché William non sarà sul trono, e sappiamo che il Principe di Galles ha assunto un atteggiamento molto duro nei confronti di suo zio". 
L'anno scorso, re Carlo aveva privato il fratello minore dei suoi titoli reali dopo che ulteriori accuse erano emerse contro Mountbatten-Windsor in seguito alla pubblicazione, da parte del Dipartimento di Giustizia statunitense, di una serie di documenti relativi al pedofilo condannato Jeffrey Epstein. Andrew aveva già perso i suoi titoli militari e i suoi incarichi di patronato reale sotto la defunta regina Elisabetta II, sua madre, in seguito a una causa civile intentatagli negli Stati Uniti per accuse di violenza sessuale, che lui ha sempre negato.  
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Iran, Teheran: “Raggiunto accordo su rotte marittime di Hormuz”

(Adnkronos) – I colloqui sulla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz stanno procedendo "senza intoppi e in modo costruttivo". Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa iraniana Tasnim. Baghaei ha affermato che si è raggiunto un accordo sulla mappa delle rotte marittime, mentre proseguono le discussioni su diverse questioni tecniche.  In base agli accordi, verranno istituiti nuovi meccanismi per monitorare la navigazione sicura delle navi, proteggere l'ambiente e combattere la criminalità marittima. Alle navi verranno inoltre addebitate delle tariffe per i servizi marittimi, ha affermato Baghaei. Baghaei ha anche sottolineato che l'accordo di difesa reciproca concluso la settimana scorsa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia mostra "un cambiamento di percezione" nella regione nei confronti degli Stati Uniti. Il portavoce del ministero degli Esteri ritiene di "non avere motivo di preoccuparsi". "I Paesi della regione si sono resi conto che la sicurezza non è una merce che si acquista da falsi intermediari", ha aggiunto durante la sua conferenza stampa settimanale, in riferimento agli Stati Uniti, alleati dei Paesi firmatari del patto. Il presidente americano Donald Trump sarebbe pronto a proclamare vittoria nella guerra contro l'Iran qualora lo Stretto di Hormuz venisse riaperto. Lo scrive Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi, secondo cui Trump avrebbe affermato in privato che avrebbe rinunciato a firmare un accordo sul nucleare con Teheran. Secondo quanto riportato, Trump è disposto a mostrare pazienza nei negoziati, soprattutto se il prezzo della benzina alle pompe negli Stati Uniti rimarrà stabile. Parlando con il Wall Street Journal, un funzionario della Casa Bianca ha detto che gli Stati Uniti hanno raggiunto tutti i loro obiettivi militari in Iran e che ora il presidente si sta concentrando sulla sicurezza del transito del petrolio attraverso lo Stretto. Trump manterrà la prontezza militare per rispondere qualora l'Iran dovesse colpire navi nello Stretto. Secondo il giornale, Trump avrebbe affermato in privato che l'Iran non sarebbe in grado di ricostruire i suoi siti nucleari durante la sua presidenza, tre dei quali sono stati distrutti dagli Stati Uniti negli attacchi del giugno 2025. Il presidente americano avrebbe aggiunto che l'intelligence statunitense probabilmente intercetterebbe i tentativi di ricostruzione iraniani ed è fiducioso che la minaccia di ulteriori attacchi possa fungere da deterrente. Secondo quanto riferito da funzionari al giornale, è probabile che Trump estenda il cessate il fuoco a tempo indeterminato e revochi il blocco navale contro l'Iran qualora il traffico nello Stretto riprenda e gli Stati Uniti mantengano la capacità di tenere bloccato il programma nucleare iraniano. 
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Milano, mezzo urta muso di un aereo a Linate: disagi già rientrati

(Adnkronos) – Piccolo urto oggi nell'area dell'aviazione generale dell'aeroporto di Linate: un mezzo di una società di handling ha colpito il muso di un aereo durante una manovra. A quanto apprende l'AdnKronos, l'episodio si è verificato intorno alle 11.19 e la situazione è stata risolta nell'arco di mezz'ora. Sul posto per i controlli del caso i vigili del fuoco. Si sono registrati alcuni ritardi operativi, che stanno progressivamente rientrando. Non risultano feriti né particolari conseguenze per i passeggeri. Due aerei in arrivo sono stati dirottati all'aeroporto di Orio al Serio, a Bergamo, e a Milano Malpensa. 
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Tindereconomics, l’amore online è un affare miliardario ma la Gen Z si allontana

(Adnkronos) –
Tinder è nato in California, esattamente 14 anni fa (agosto-settembre 2012). Da allora è cresciuto, si è sviluppato, e altre app analoghe si sono affacciate ed affermate sul mercato (Bumble, Hinge etc). Ma quanto vale l'amore online? Secondo i dati più attendibili ricostruiti dallo studio, più di 400 milioni di persone al mondo usa una di queste app. Nel 2025 i due terzi degli statunitensi tra i 18 e i 29 anni li ha usati almeno una volta. In Italia, secondo il Consumer Cyber Safety Report di Norton, circa il 24% degli italiani utilizza abitualmente queste piattaforme, trascorrendovi in media quasi sei ore alla settimana. I ricavi globali della Tindereconomics sono stati di circa 6 miliardi di dollari nel 2025. Tutte le stime parlano di una crescita moderata nei prossimi anni, anche se c’è qualche segnale contrastante. Tinder (1,8 miliardi di ricavi) ha avuto una flessione nell’ultimo anno. Perché? Da un lato un mercato in continua espansione, dall’altro lato aumentano le perplessità, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione, di un dating divenuto sempre più meccanizzato e asettico, che porta a un senso di sopraffazione mentale: la percezione di avere scelte infinite, senza riuscire a creare però connessioni reali. Lo conferma un sondaggio di Forbes Health, condotto su mille americani, dove il 78% degli intervistati ha dichiarato di aver sperimentato burnout emotivo, mentale o fisico dalle dating app, con la Gen Z che riporta il tasso più alto tra tutte le fasce d’età.  Questa flessione rispecchia un fenomeno psicologico ed economico, da un lato frustrazione strutturale (44% degli utenti), e dall’altro i costi di screening troppo alti, dove l’abbondanza di opzioni aumenta il costo di ricerca. Gli utenti spendono in media 90 minuti al giorno sulla piattaforma effettuando uno sforzo cognitivo continuo (‘paradosso della scelta’) che raramente si traduce in un valore reale. La Tindereconomics dimostra che l’amore, nell’era digitale, ha smesso di essere un mistero poetico ed è diventato un’equazione di ottimizzazione finanziaria. Resta da capire se l’efficienza algoritmica sarà mai in grado di calcolare quell’imprevedibile ‘quid’ che gli umani chiamano ancora chimica e alchimia. "I mercati hanno sempre influenzato il comportamento umano – scrive nel suo editoriale Giulio Centemero founder e presidente di Sandwich Club Ets -. Ciò che è davvero nuovo è la loro capacità di osservare, apprendere e adattarsi in tempo reale. Le piattaforme digitali non si limitano a facilitare le relazioni: progettano gli ambienti nei quali le relazioni nascono, si sviluppano e, talvolta, finiscono. Non si limitano a soddisfare una domanda. Sempre più spesso la creano, la orientano e la anticipano. La vera domanda non è se gli algoritmi possano aiutarci a trovare un partner. La vera domanda è molto più ampia. Che cosa accade quando l’infrastruttura che organizza gli incontri tra le persone diventa uno dei mercati più sofisticati dell’economia digitale? La risposta va ben oltre l’amore. Riguarda la fiducia, il capitale sociale, la natalità, la demografia, le città e, in ultima analisi, il modo in cui le società costruiscono il proprio futuro. L’architettura delle relazioni ha sempre influenzato l’architettura delle civiltà. Oggi, per la prima volta, quella architettura è sempre più progettata dal codice".  
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Ascolti tv domenica 9 agosto, ‘Racconto di una Notte’ su Canale5 vince prime time

(Adnkronos) – Nella serata di ieri domenica 9 agosto 'Racconto di una Notte' su Canale 5 vince il prime time con 1.601.000 telespettatori, pari a uno share del 16,3%. Secondo gradino dal podio per 'Noos – L’Avventura della Conoscenza' che ha conquistato 1.293.000 telespettatori pari al 12,9% di share. Terza posizione 'Battleship' su Italia 1 che ha incollato davanti allo schermo 665.000 spettatori (6,1% share). Seguono: Rete 4 con 'Il Padrino' (541.000 spettatori, 6% share); Rai2 con 'Elsbeth' (495.000 spettatori, 4% share); Rai3 con 'Che Ci Faccio' (435.000 spettatori, 3,8% share), Nove con 'Anplagghed' (407.000 spettatori, 3,8% share). Infine, La7 con 'Febbre da cavallo' ha interessato 405.000 spettatori (3,5% share) mentre 'Italia's Got Talent' su Tv8 ha ottenuto 344.000 spettatori (3% share). 
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Mirabilandia il 16 agosto celebra il Roller Coaster Day, un giorno dedicato alle montagne russe

(Adnkronos) – C'è una giornata dedicata a chi ama l'adrenalina e il vento in faccia. Il 16 agosto infatti si celebra il Roller Coaster Day, ricorrenza internazionale dedicata alle montagne russe, l'attrazione simbolo dei parchi divertimento di tutto il mondo. D'altronde le montagne russe – oltre 6.900 quelle in funzione nel mondo – sono molto più di un'attrazione: sono un fenomeno culturale capace di attraversare generazioni e continuare, anno dopo anno, a regalare emozioni a milioni di persone in tutto il mondo. La ricorrenza ricorda il brevetto della prima struttura moderna, ottenuto negli Stati Uniti da LaMarcus Adna Thompson il 16 agosto 1898, dando il via a una storia che, in oltre un secolo, ha trasformato una semplice idea in una delle esperienze di intrattenimento più amate al mondo.Da allora tecnologia, ingegneria e design hanno rivoluzionato il settore ma il principio è rimasto lo stesso: trasformare pochi secondi di paura in un'esplosione di adrenalina e divertimento.  A Mirabilandia, il parco divertimenti più grande d'Italia con 850.000 metri quadrati, il Roller Coaster Day è anche l'occasione per sottolineare l’incredibile offerta di montagne russe che, complessivamente, sviluppano circa 5 chilometri di tracciato, alternando esperienze per tutta la famiglia a coaster da Guinness dei Primati. Ogni attrazione racconta una storia diversa e dona emozioni uniche. iSpeed, per esempio, è un launch coaster, è stato il primo coaster magnetico di questo tipo costruito in Europa e ancora oggi è il più alto e veloce d'Italia nella sua categoria. In appena 2,2 secondi porta i passeggeri da 0 a 100 km/h, raggiunge i 120 km/h, tocca i 55 metri di altezza e percorre 1 chilometro di tracciato, regalando un'accelerazione paragonabile a quella di una monoposto da competizione Katun continua a essere uno dei coaster più iconici del continente.  Con i suoi 1.200 metri di percorso, una velocità di 110 km/h, oltre 50 metri di altezza e sei inversioni, è ancora oggi il più lungo inverted coaster d'Europa e uno dei più spettacolari al mondo per intensità e fluidità del percorso. Divertical, invece, ha scritto una pagina importante nella storia dei water coaster. Con una salita verticale con ascensore a 90 gradi, 60 metri di altezza, una velocità massima di 106 km/h e uno splash finale ad alta velocità, è il più alto water coaster al mondo. Anche il suo nome è un gioco di parole tra "divertimento" e "verticale", perfetta sintesi dell'esperienza che regala. "Dalla prima montagna russa di fine Ottocento ai coaster che oggi superano i 120 km/h sono passati decine di anni eppure il Roller Coaster Day celebra molto più di una semplice attrazione: celebra il desiderio di mettersi alla prova, di vincere la paura, di condividere un'emozione con amici e familiari – spiega Sabrina Mangia, Managing Director di Mirabilandia – Perché, in fondo, il bello delle montagne russe è sempre lo stesso: trasformare un minuto e mezzo di giro sull’attrazione in un ricordo destinato a durare molto più a lungo. E Mirabilandia è senza dubbio uno dei parchi migliori dove provare queste emozioni e ricordarsene per sempre".  E' la scienza a spiegare il fascino delle montagne russe. Durante un giroinfatti il nostro organismo rilascia adrenalina, dopamina ed endorfine, sostanze che aumentano la sensazione di piacere e benessere. È questo il motivo per cui il timore della salita lascia rapidamente spazio all'entusiasmo della discesa. Le montagne russe rappresentano anche uno straordinario laboratorio di fisica applicata: energia potenziale che si trasforma in energia cinetica, accelerazioni, gravità e forza centrifuga diventano protagoniste di un'esperienza capace di coinvolgere il corpo e la mente. Molte comunque le curiosità sulle montagne russe che traggono ispirazione (e nome) proprio dalle "Russian Mountains", le piste di ghiaccio utilizzate in Russia già nel XVIII secolo. Oggi un giro dura mediamente tra 60 e 120 secondi, e i coaster moderni possono trasportare centinaia di passeggeri ogni ora grazie a sofisticati sistemi di controllo e sicurezza. Per realizzare una montagna russa servono mediamente da due a cinque anni, a seconda della complessità dell’attrazione, tra progettazione, simulazioni, costruzione e collaudi. Esiste, poi, una comunità internazionale di appassionati che viaggia da un parco all'altro per collezionare nuove montagne russe e stilare classifiche delle migliori esperienze al mondo. 
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Uefa, Concacaf e Afc contro Infantino: “Fiducia tradita, rispettare l’unità del calcio”

(Adnkronos) –
"La forza del calcio è sempre stata la sua unità. Chiediamo che questa unità ora venga onorata, per una leadership che sia al servizio del calcio, non che cerchi di dominarlo". Così in una nota congiunta, firmata dai propri presidenti, Uefa, Concacaf e Afc prendono posizione contro il presidente della Fifa Gianni Infantino. "Il calcio è la più grande passione condivisa al mondo. Non appartiene a nessun individuo e nessuna istituzione, appartiene ai giocatori, ai tifosi, ai club, alle federazioni e a ogni istituzione incaricata di salvaguardarne il futuro -sottolineano Aleksandar Ceferin, Victor Montigliani e Salman Bin Ibrahim Al Khalifa, rispettivamente presidenti di Uefa, Concacaf e Afc-. E' con questo spirito che parliamo collettivamente oggi. La crescita registrata nell'ultimo decennio è stata reale, ma questo progresso non è mai stato opera di un singolo individuo. E' stato il prodotto della Fifa, delle confederazioni, delle federazioni affiliate e delle migliaia di persone che dedicano la propria vita a questo sport".  "I traguardi raggiunti sono stati condivisi, concordati e realizzati insieme -prosegue il comunicato delle tre confederazioni-. Le confederazioni hanno già chiesto una distribuzione responsabile delle ingenti riserve Fifa per rafforzare ulteriormente gli investimenti nello sviluppo delle federazioni affiliate. Né si tratta di riconsiderare l'espansione delle competizioni, l'assegnazione della Coppa del Mondo o qualsiasi altra decisione presa collettivamente. Queste decisioni sono state prese insieme e devono rimanere valide. Si tratta di qualcosa di più fondamentale: l'integrità del gioco e di coloro che sono stati eletti per guidarlo. La leadership nel calcio non è un possesso, non si tratta di detenere o pretendere il potere. E' un dovere di servizio verso la famiglia del calcio che glielo affida". "Quando la fiducia viene tradita con l'inganno, quando un individuo si pone al di sopra del collettivo che gli ha affidato l'autorità, quel dovere viene meno -si legge ancora nel comunicato di Uefa, Concacaf e Afc-. La recente lettera della Fifa ai suoi vicepresidenti e alle 211 federazioni aderenti riconosce che sono stati commessi errori nel processo, parla di fallimento della comunicazione quando invece ciò a cui il calcio ha assistito è stato un errore di giudizio. Una proposta avanzata in tempi ristretti, senza una consultazione significativa e con una scadenza fissata prima che le federazioni affiliate potessero esaminarne adeguatamente i termini non è frutto di una svista, bensi di una strategia volta a limitarne il controllo. Non è stato riconosciuto che la proposta stessa fosse intrinsecamente errata, non si riconosce ancora che sia stato un grave errore di valutazione, non solo un errore procederuale ma una fondamentale violazione di fiducia nei confronti delle stesse istituzioni che la Fifa è chiamata a servire". "la Fifa si è impegnata a presentare un rapporto completo su questi eventi al Consiglio, omettendo ancora una volta di riconoscere che una corretta governance, di fronte a una così grave mancanza di giudizio, richiederebbe che tale revisione fosse condotta da una parte terza complementare e indipendente, non dalla Fifa stessa, dal suo staff o da qualsiasi altro soggetto coinvolto nel mondo del calcio -sottolineano Uefa, Concacaf e Afc-. Anche la lettera della Fifa concerma che alla riunione dei vertici in Marocco era presente un solo funzionario eletto. Nessun membreo del Consiglio o delle federazioni affiliate è stato invitato a partecipae. Era presente solo il Consiglio direttivo, composto da alti dirigenti della Fifa". "Questo recente incontro, non con l'intero Comitato, è stato convocato all'estero, anzichè a Zurigo nel cuore della Fifa, cosa che non fa che rafforzare queste preoccupazioni e che rappresenta la continuazione dello stesso modello di condotta che ci ha portato a questo punto. Non è la condotta di un custode del gioco, ma di chi crede che il gioco sia responsabile nei suoi confronti. C'è silenzio dove dovrebbe esserci responsabilità, distanza dove dovrebbe esserci trasparenza. Queste non sono le qualità che il calcio merita dai suoi dirigenti. Ecco perché abbiamo preso questa posizione: non alla leggera e non da soli, ma insieme, e per dovere verso il gioco che serviamo", conclude il comunicato. 
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