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Salernitana, Sousa: “Abbiamo preso 7 scommesse sul mercato. Roma? Da Scudetto con una punta forte”

Paulo Sousa ha parlato alla vigilia del match contro la Roma. Ecco le parole del tecnico portoghese:

Sono arrivati pochi calciatori, domani c’è l’esordio. Convocherete qualcuno e cosa pensa di questi nuovi innesti?
“Per adesso c’è solo Legowski convocabile, gli altri non si sono allenati nemmeno con noi. Lo conoscevo già, era giovanissimo ed era abituato a giocare in un sistema di gioco e in un campionato completamente diversi. Lui, come gli altri che non conosco affatto, hanno bisogno di lavorare. Vengono da tornei molto inferiori rispetto alla Serie A italiana, sono scommesse forti del direttore sportivo e del presidente. Io cercherò di conoscerli il più velocemente possibile, anche dal punto di vista caratteriale. Voglio scoprire il loro potenziale e aiutarli a renderli al meglio. Dobbiamo creare valore, integrare la squadra e raggiungere l’obiettivo. Vi faccio un esempio. Posso permettermi di spostare Candreva di ruolo perché lo conosco da anni, già da prima che io venissi a Salerno. Kastanos, invece, non lo conoscevo bene e, lavorandoci, abbiamo ottenuto risultati mettendo le sue potenzialità a disposizione del collettivo. Tocca a me integrare i volti nuovi rispettando i loro tempi…ma nel più breve tempo possibile. Sono scommesse, lo ripeto”

Lei aveva chiesto 7 giocatori, forse questi innesti non erano concordati con il direttore…
“Io credo di parlare in italiano e sono stato chiaro. Non mi prolungherò oltre, stavolta mi sono espresso in modo perfetto. Inizio difficile? Anche su questo ho rilasciato dichiarazioni eloquenti. Più che cercare di lamentarmi preferisco essere concreto nel rispetto della tifoseria. Siano orgogliosi dei nostri giocatori, dal primo giorno di ritiro fino ad oggi ho visto tanta professionalità pur lavorando in condizioni difficili. Abbiamo passato il turno di coppa Italia, abbiamo vinto il trofeo Iervolino. Io sono molto felice del mio gruppo e su questa base voglio affrontare al meglio un avversario di livello come la Roma. A mio avviso, con un innesto importante davanti, possono competere per lo scudetto. Hanno uno stadio sempre pieno e un grosso allenatore. La Salernitana deve avere gioia di giocare in un ambiente straordinario, in uno stadio bellissimo e contro giocatori di alto livello”

Novità dall’infermeria?
“Quando ci sono difficoltà tocca a me trovare alternative come accaduto l’anno scorso. Lovato è convocabile, ci può dare una mano. Ma prenderò delle decisioni dettate anche dalla necessità di cambiare la partita in corso d’opera. Io voglio mantenere ritmi alti e cambiare struttura come successo spesso nella passata stagione. La freschezza atletica e mentale fa la differenza, a me piace che la squadra legga i momenti e provi a imporre dinamiche tali da poter vincere le partite. Anche quando affronti una candidata allo scudetto”

In attacco appena due scelte, Botheim e Dia…
“Boulayè ha fatto una settimana in più di lavoro, può partire dall’inizio. Ma so che non riesce a fare tutta la partita ai livelli che pretendiamo. Non potremo vedere da subito il calciatore che tutti conosciamo. La fase di integrazione è differente dal recupero fisico dopo un infortunio. In coppa mi ha positivamente sorpreso, in questi giorni l’ho visto bene ma ho visto un pochino di stanchezza mentale e fisica. So che può darci una mano”

Sousa ha entusiasmo al netto delle difficoltà?
“Ne ho tanto di entusiasmo. Io ho una passione, mi piace fare questo lavoro nel miglior modo possibile. Il rapporto con i giocatori fa la differenza, il mio compito è quello di farli rendere al meglio. Rappresentiamo una tifoseria importante, io sono motivatissimo”

L’anno scorso a Roma una grandissima Salernitana, è ripetibile quel tipo di gara?
“Non possiamo ripeterci, i momenti sono diversi. Ma ogni cosa è irripetibile. Anche durante una partita ogni azione è differente dall’altra. Vi dico: quando hai dei numeri hai la possibilità di decidere strategicamente cosa fare prima ma anche nel corso della gara”

Bronn e Mazzocchi sono pronti?
“Pasquale ha lavorato tutta la settimana. Non sarà brillante come quando è al massimo del suo potenziale, ma senza dubbio farà parte di questa partita. Su Bronn mi sono già espresso, vedrete dopo se lo convocherò o no”

Le ambizioni sono le stesse che aveva prima di iniziare la seconda avventura?
“I tifosi cantavano “Portaci in Europa”, ma a me piace essere realista ancor prima di essere ambizioso. Da quando sono arrivato, e in tutte le piazze dove ho lavorato, cerco di essere serio e di concentrarmi sulla crescita individuale e collettiva della squadra che guido. La mentalità è sempre la stessa: in casa e fuori noi vogliamo vincere le partite. Su questo nessuno potrà scrivere qualcosa in senso contrario. La nostra ambizione deve essere quella di restare in Serie A e dobbiamo lavorare tantissimo per raggiungere l’obiettivo”

Che gara si aspetta domani?
“L’avversario sarà diverso dalla Ternana, ovviamente, e giochiamo fuori casa in una competizione diversa ma sappiamo che dobbiamo far meglio rispetto alla settimana scorsa. I giocatori devono esprimere il massimo del proprio potenziale, solo in questo modo potremo portare a casa risultati. Vi dico: capisco il vostro mestiere, so che il testo degli articoli varia del tutto in base al risultato. Ma a me spetta rendere orgogliosi i nostri tifosi. Li amo tantissimo, sono fortissimi e sono presenti ovunque andiamo. Ci spingono e ci danno una mano. La mia grande motivazione e rappresentarli nel modo migliore, con impegno ed entusiasmo”

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Gasperini: “Zapata domani può giocare ma nel mercato può succedere qualsiasi cosa”

Alla vigilia del ritorno in campo, ha parlato in conferenza stampa anche il tecnico dell’Atalanta Gian Piero Gasperini. L’allenatore della Dea, che vorrebbe trattenere Zapata, ha dichiarato quanto segue sul conto del colombiano cercato anche dalla Roma: “L’Atalanta ha fatto degli investimenti importanti in attacco, cercando di ringiovanire, ma le presenze di Muriel e Zapata sono sicure, non è che questo infortunio cambia di molto ciò che ci siamo posti in questa settimana. Duvan ha recuperato dal finale di stagione, si è allenato con continuità, sotto l’aspetto della condizione sta meglio degli altri, per quanto mi riguarda domani può essere sicuramente in campo. Ciò che succede negli ultimi giorni di mercato è difficile da programmare. Oggi Duvan è un giocatore dell’Atalanta”

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Mourinho: “Ritardo chiaro sulla punta, ma la società mi ha fatto una promessa. Sono contento degli acquisti. Arbitri? Mi aspetto equità”

Josè Mourinho ha parlato in conferenza stampa alla vigilia di Roma-Salernitana:

Come si riparte? Si aspettava di non avere ancora un rinforzo in attacco?
“Abbiamo lavorato bene, direi molto bene, arriviamo praticamente con 40 giorni di lavoro, dove praticamente tutti i giocatori hanno fatto il 100% del lavoro o molto vicino, pochissimi problemi, neanche quei piccoli problemi che di solito si hanno d’estate. Arriviamo domani senza nessun infortunato, abbiamo due giocatori importanti squalificati, però arriviamo bene. Approfitto dell’opportunità per ringraziare tutto lo staff e i giocatori, perchè abbiamo lavorato molto molto bene. Abbiamo migliorato diversi aspetti del nostro gioco, ovviamente Renato e Paredes che sono arrivati questa settimana, possono aiutarci, perchè sono giocatori di qualità, ma essere pronti per giocare con noi nella squadra, sul piano tattico, non ancora. La situazione dell’attaccante la sappiamo tutti, per me venire qui a piangere non ha senso, non varrebbe la pena. Sappiamo tutti che dal momento che abbiamo perso Tammy il 4 giugno, tanto tempo fa, non abbiamo ancora fatto niente per compensare questa situazione. Lo sappiamo tutti noi. Il direttore e la società fanno il possibile per trovare delle soluzioni, io alleno i giocatori che sono a disposizione e chiedo una volta in più, ai nostri tifosi, di giocare con noi in attacco domani, abbiamo bisogno di loro. Abbiamo questo problema, abbiamo due titolari fuori che sono fondamentali per noi, quello che possiamo fare è lavorare al meglio per questa partita come abbiamo fatto. I tifosi possono aiutarci una volta in più, è fantastico avere uno stadio pieno a metà agosto con un caldo incredibile. Chiedo anche a quelli che sono arrabbiati perchè non ci saranno bandiere in distinti sud che entrano con 10 minuti di ritardo, di entrare prima, con o senza bandiera, abbiamo bisogno di tutti. Mi fido dei ragazzi. Con queste difficoltà, domani ci saremo”

La Salernitana? Che partita si aspetta?
“E’ una squadra con il potenziale per arrivare in Europa, ottimo allenatore, rosa di grande esperienza, l’anno scorso tanti risultati positivi, non hanno vinto tanto, ma hanno perso pochissimo. MI aspetto una partita difficile, però quale partita è facile in serie A? Nessuna. Non potrò mai dire di aspettarmi una partita facile. Mancherà Lorenzo, Paulo, ma è ripetere cose che sappiamo. Il mondo del calcio ancora mi stupisce, siamo ancora tanto indietro, perchè iniziare una competizione con l’obiettivo di renderla di altissimo livello, avere giocatori squalificati per accumulo di cartellini gialli è una cosa antica, vecchia. Se fosse per espulsione ok, ma fare una somma di gialli che poi ti porti all’anno successivo, quando c’è l’obiettivo di alzare il livello di interesse, ci saranno 10-11 squalificati, è una roba fuori moda”

Cosa si aspetta da Paredes e Renato Sanches? L’addio di Matic?
“Del signor Matic, dovrebbe dire lui qualcosa se vuole dire qualcosa. Ho sentito le parole del ds del Rennes e dopo quelle non ho da sentire altro. Lui ha detto che negoziava con Nemanja da più di un mese, che vuoi che aggiunga di più. Sono contento per Paredes, per non dire molto contento, mi piace da tanto tempo, lo scorso anno non ha avuto una stagione positiva, l’unica cosa positiva è la Coppa del Mondo per lui, ma alla Juve non ha fatto bene. Pre stagione inesistente, ha lavorato con un piccolo gruppo a Parigi, senza lavoro di gruppo, senza amichevoli, però è arrivato in una condizione molto positiva principalmente mentale, vuole aiutare, partirà dalla panchina ma sono convinto che domani ci possa dare una mano, magari non molti minuti, mi piace il suo modo di pensare calcio in quella posizione”

E’ stato scritto tanto del suo rapporto con la Roma, del suo incontro con Friedkin. Vi siete parlati? Avete pianificato qualcosa? Avrà quello che desidera?
“Speriamo alla fine del mercato di poter valutare in maniera globale quello che è stato il mercato. E’ difficile di valutarlo adesso, però tante cose che sono state fatte sono state fatte bene, direi molto bene. Fare 30 milioni in modo veloce sotto grande pressione a giugno, penso che il direttore e la società abbiano fatto bene. Non mi metto da parte, perchè ho dato un contributo importante per far crescere il valore di alcuni giocatori che da 0 hanno permesso di aiutare il club a salvare una situazione limite, ma grande lavoro fatto dalla società. Con le limitazioni che abbiamo come club per gli aspetti economico-legali si è fatto un ottimo lavoro, era molto molto difficile fare meglio. Nell’analisi vostra che qualche volte è molto critica e a volte è ultra positiva, direi che un po’ di equilibrio serve. Per esempio Paredes, Renato e Aouar sono tre giocatori che mi piacciono, però quante partite ha giocato Aouar l’anno scorso? Pochissimo, era in scadenza, aveva problemi col club. Leandro abbiamo detto una stagione non top, Renato nell’ultima stagione ha avuto tanti infortuni. Sono giocatori che mi piacciono ma devono essere preparati, tutelati e bisogna lavorarci. Non facciamo paragoni con altri club che hanno fatto investimenti enormi, su giocatori molto forti. Llorente e Ndicka sono contento. Diego abbiamo capito lo scorso anno che poteva essere al nostro livello, Ndicka ha bisogno di imparare i nostri meccanismi difensivi, non sa ancora farlo, ma la società ha fatto bene. Mi fa male al cuore leggere certe analisi su Ibanez: è troppo facile parlare di Ibanez e dire che ha sbagliato un paio di partite importanti come i derby, ma sarebbe più onesto dire che è stato fantastico per noi: il difensore più veloce, il più pericoloso su palle inattive, il più bravo nella pressione alta. A volte leggo che sono andati via giocatori non importanti. Al di là dell’attaccante, società e Tiago hanno fatto un bellissimo lavoro. Ovviamente non posso dire che sono super contento, perchè per me il campionato inizia domani non il 31 agosto, è difficile, ma ho rispetto e sono tranquillo. Non sono arrabbiato, non litigo con nessuno, cerco di essere positivo qua dentro, sono positivo anche perchè i giocatori hanno bisogno della mia positività. Sono convinto che la società voglia quello che voglio io. Non siamo su due lati opposti del fiume, siamo insieme, l’allenatore sono io e domani quando entriamo in campo, con Stefano Rapetti che sarà in panchina”

Con i Friedkin c’è stato un confronto progettuale?
“Il presidente non sarebbe contento se parlassi del mio rapporto con lui, di quante volte ci siamo parlati, quante volte ci siamo visti. E’ una persona ultra riservata, non gli piace che si parli di lui. Io sono un suo dipendente, non è giusto che parli di questo”

La Roma ha incassato dei soldi in queste settimane. Le è stato spiegato perchè ancora non è stato investito?
“Ci sono numeri di cui non ho ancora capito molto bene. Questa situazione del FFP e l’accordo che la Roma ha firmato con l’UEFA ci sono dei punti che non ho ancora ben capito, principalmente quando ci si paragona ad altri club con situazioni similari alle nostre col FFP per non parlare di squadre che sembra che giochino in un universo parallelo. Come allenatore non è il mio compito capire i numeri o fare commenti su questo. Io lavoro con i giocatori che ho a disposizione, mi devo fidare della parola del direttore e della società, che non finiremo il mercato senza trovare soluzioni in attacco. Qualche settimana fa scherzando ho detto se arriva Mbappe il 31 agosto arriva in ritardo, ovviamente scherzo ma siamo in ritardo. E’ una cosa che sappiamo tutti internamente, dalla proprietà in giù. Se non hanno trovato soluzioni, non hanno potuto, non hanno avuto la stessa capacità o successo che hanno avuto con altri giocatori in altri ruoli. Io aspetto ma intanto devo giocare domani, dentro la mia stanza, fidandomi della gente che c’è qui, è una cosa che facciamo dalla prestagione, non sono andato in alcune amichevoli ne in panchina, ne nello spogliatoio, abbiamo preparato i giocatori a questo scenario, i giocatori si sono allenati molto molto bene. Vediamo se prossima settimana succede qualcosa, se non succede andiamo a Verona con la nostra mentalità, uniti e iniziamo da domani”

Il cambiamento tattico con il centrocampo a tre, due attaccanti più accentrati. E’ un sistema che può darvi cosa di diverso? Pellegrini e Aouar insieme?
“Possono giocare, dipende tutto dal momento, dall’avversario e dal loro momento di forma. Al di là dei nuovi, chi c’era prima sa che possiamo cambiare più sistemi di gioco. A centrocampo abbiamo tanta gente multifunzionale. Non abbiamo un solo giocatore che sa giocare in una sola posizione. Bryan da 6 o da 8, Aouar Lorenzo da 8 o da 10, Renato è un vero 10, Paredes 6 o doppio pivot, Bove 8 o doppio pivot, ci danno tante possibilità”

A livello UEFA e in Italia sembra esserci stato un problema politico nei confronti del Mourinho allenatore. E’ stata fatta qualche valutazione da parte sua in questo senso? Può esserci un problema arbitrale per te e la Roma?
“Una cosa è la Roma, una cosa sono io. Per me la situazione è semplice: se è politico o no, non voglio entrare, a me solo interessa una cosa, che è il campo. Il campo, la partita, arbitri, Var, IV uomo e panchina. La unica cosa che mi interessa a me è uguale agli altri: onestà. “A me non piace Mourinho” non mi interessa, nella partita guardo Mou, Paulo Sousa, Roma o Salernitana, tutti uguali. A me interessa che gli arbitri guardino noi come gli altri e viceversa, tutti uguali. Non sono troppo preoccupato di questo. L’arbitro fa parte del gioco, il terreno di gioco, la nostra panchina è uguale agli altri. Lo stesso comportamento si permette a uno o all’altro. Voglio uguaglianza e se sarà così avremo la stagione perfetta”

Le è piaciuta la risposta del gruppo alla vicenda di Matic? Come si sono inseriti i nuovi?
“L’uscita del signor Matic nessuno se lo aspettava, ma la Roma ha avuto una risposta immediata e fantastica. Matic ha giocato per noi 50 partite, 75%, grandissimo giocatore, era molto importante per noi. Lo abbiamo perso, ma vengono Paredes e Renato Sanches, non peppino e tonino. Il problema è quando uno va e non arriva nessuno. I due nuovi non sono preparati al massimo livello, ma se li recuperiamo al top della condizione fisica e mentale hanno grandi qualità e qui non è che perdiamo qualcosa. Il gruppo è sempre stato un gruppo fantastico, la gente che va via, lo fa piangendo, il contatto con Sergio Oliveria, Veretout, Volpato, Tahirovic, o Diawara è quasi ogni giorno, siamo ancora famiglia. E’ andato via uno, sono entrati altri e la famiglia prosegue. Benvenuto a quelli che sono arrivati, che possano capire subito la nostra dinamica di gruppo e andiamo insieme”.

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Roma-Salernitana, Mourinho parlerà domani in conferenza stampa

Mourinho torna a parlare alla vigilia di Roma-Salernitana. Domani il mister giallorosso parlerà in sala stampa alle 15:00

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Kumbulla: ”La Roma c’è, ripartiamo da Tirana. Mi auguro di tornare prima di Natale”

Marash Kumbulla ha rilasciato un’intervista per Il Messaggero nella quale ha trattato diversi temi. Oggi per il classe 2000 sarà un ritorno a casa, infatti, la Roma giocherà a Tirana l’ultima amichevole precampionato contro il Partizani. Di seguito le sue parole.

E così nonostante sia nato in Italia e sia cresciuto nel nostro paese, ha optato per giocare nella nazionale balcanica. Ci spiega questa scelta?

«Fin da quando avevo 15 anni, l’Albania mi ha sempre cercato. Ho iniziato con le loro giovanili, non ho mai avuto contatti con l’Italia fino a quando non ho debuttato in serie A. Quando si sono fatti avanti, era troppo tardi. Tra l’altro io mi sento albanese, ho voluto giocare con l’Albania, la mia famiglia e le mie radici sono li».

Lei è cresciuto a Peschiera, a 15 chilometri c’è Desenzano che ha accolto invece il campione olimpico Jacobs. Avete avuto mai modo d’incontrarvi e conoscervi?

«Sì, ma la curiosità è che lo abbiamo fatto a Roma. Strano, vero?»

La vittoria della Conference a Tirana rappresenta l’apice della sua esperienza alla Roma?

«Certamente, per me è stato il primo trofeo in carriera. Vincerlo nel mio paese è stato ancora più bello».

Tirana, una gioia. Budapest, invece? Una ferita?

«Sì, è stata una gara maledetta. Tanta sfortuna, episodi che non hanno girato dalla nostra parte, altre cose che non sono andate bene. Ora dobbiamo ripartire, ma se dobbiamo farlo, ripartiamo da Tirana, dai momenti belli, non dalle delusioni».

Che squadra è il Partizani?

«Buona, si stanno giocando l’accesso alla Conference, sarà un test valido in vista della Salernitana».

Suo padre venne in Italia 25 anni fa, cercando e trovando un futuro migliore per lei e la sua famiglia. Pochi giorni fa, il Premier albanese Rama ha ironizzato sul fatto che il suo paese sia divenuto meta preferita degli italiani che fuggono dal caro vacanze, mettendo a confronto l’esodo dei migranti con il controesodo dei turisti. Da albanese che effetto le fa?

«Questa cosa la noto da almeno 5-6 anni. Il caro prezzi ha fatto sì che molti italiani abbiano scelto il mio paese come meta turistica. E fanno bene, perché a livello di mare e bellezze paesaggistiche, non abbiamo nulla da invidiare a nessuno. Con l’aggiunta che i prezzi sono ragionevoli».

Negli anni in Italia ha avuto la percezione di pregiudizi nei suoi confronti?

«Fortunatamente no. Ho sempre avuto molti amici, a scuola, sui campi di calcio. Io poi parlo per me, magari a qualche mio connazionale è accaduto».

Tornando al calcio, dopo l’ottima annata a Verona, la sua ascesa si è un po’ frenata.

«Non sono stato fortunatissimo, come conferma quest’ultimo infortunio. Ho avuto delle difficoltà ma grazie a queste sono migliorato e mi hanno reso più forte caratterialmente».

Lo scorso anno in pochi giorni è passato dal gol alla Real Sociedad al ko al crociato.

«Proprio nel momento in cui potevo dare una mano alla squadra, con Mourinho che mi stava dando fiducia… Non ci posso pensare».

Quando pensa di rientrare?

«Il mio augurio è essere a disposizione prima di Natale».

In questo periodo difficile chi le è stato più vicino a Trigoria?

«I ragazzi sono tutti stati eccezionali. Due giorni dopo che mi ero operato mi aiutavano a infilare scarpe e calzini. Se proprio devo fare dei nomi posso indicare Spinazzola, Karsdorp e Bove».

Da queste amichevoli, si nota come la Roma stia puntando sulla costruzione dal basso. Trasformazione che può agevolarla?

«È positivo, ci avevamo lavorato anche lo scorso anno ma giocando ogni tre giorni non era possibile più di tanto puntarci. E un cambiamento che può giovarmi».

Ma lei è migliorato con il piede mancino?

«Ancora con questa storia? (ride) Lo dissi ai tempi di Verona, mi auguro di sì. Anzi per forza, altrimenti non sarei alla Roma. Tra l’altro nei tre dietro preferisco essere il terzo di sinistra perché mi permette di giocare con meno pressioni e spingermi un po’ di più in avanti».

A proposito del passato, un paio di anni fa disse che l’avversario più difficile da marcare era Dybala. Rimasto dello stesso avviso ora che la Joya è a Trigoria?

«Certamente, Paulo è unico, imprevedibile. Pensi di iniziare a conoscerlo, allenandoti quotidianamente con lui. Eppure riesce sempre a stupirti. Ti nasconde la palla, è semplicemente di un altro livello».

Lei è cresciuto con il modello Chiellini. Adesso se invece dovesse indicare un difensore al quale ispirarsi?

«Ruben Dias del Manchester City. Ha personalità, tempismo e cattive ria, quello che serve nel ruolo».

Juric a Verona l’ha plasmata, Mourinho invece?

«Mi ha rinforzato a livello caratteriale e agonistico». Tre aggettivi per lo Special? «Deciso, aggressivo e carismatico».

Da un mese è diventato papà di Matilde. La paternità l’ha cambiata?

«Sicuramente, dormo meno (sorride). A parte gli scherzi, diventata il mio pensiero fisso».

La partita che vorrebbe rigiocare?

«Roma-Milan, quando mi sono rotto il crociato. Tornando indietro eviterei il contrasto con Giroud. Che sfortuna! Io correvo all’indietro, lui stava cadendo in avanti. Era impossibile evitarlo».

Dei nuovi chi l’ha colpita maggiormente?

«Aouar. È un giocatore molto tecnico, penso che ci darà una grossa mano. E poi Ndicka, ci ho parlato l’altro giorno. Sta meglio fisicamente e se sta bene è un grande giocatore».

Che ne pensa dei suoi colleghi che decidono di andare a giocare in Arabia?

«Fa un po’ impressione vedere qualche calciatore di livello lì. Soprattutto quelli più giovani. Magari però giocano un paio di anni e poi tornano…»

Il calcio albanese è in ascesa. Lei, Bajrami, Broja, Uzuni, Asslani. Da cosa è dovuto?

«Dipende dalle nuove generazioni che pur albanesi sono nate e cresciute altrove. E questo mix aiuta a migliorare»

Prima di lei, c’era stato soltanto un albanese nella Roma: Naim Krieziu, soprannominato la freccia di Tirana. Un’ala destra che vinse lo scudetto nel 41-42. Buon viatico, non crede?

«Certamente. Ma anche io ho vinto un trofeo, la Conference. Noi albanesi siamo dei talismani, quindi. Lo scudetto? Sarebbe un sogno».

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Bove: ”Riparto consapevole dei miei mezzi. Mou? Abbiamo molta empatia”

Edoardo Bove è alla ricerca di maggiore spazio dopo la stagione appena terminata in crescendo. Il centrocampista della Roma ha rilasciato un’intervista al canale ufficiale della Serie A in cui ha raccontato la sua esperienza nella Capitale e il rapporto con Mourinho. Di seguito le sue parole.

Il primo ricordo?

“Il provino, quando si aprono i cancelli. È la prima immagine che hai di Trigoria, è passato molto tempo e sono ancora felice allo stesso modo di stare qui. Dal settore giovanile della Roma sono usciti tanti giocatori, ho avuto la fortuna di crescerci e il lavoro che si fa per portare i ragazzi in prima squadra non è così scontato. Spesso i settori giovanili in Italia non hanno la stessa predisposizione della Roma nel lanciare i giovani, per questo siamo fortunati ad essere cresciuti qui”

L’emozione di indossare la maglia della Roma…

“Da quando sono in prima squadra è maggiore, ti ricordi quanto e come sei cresciuto, stare qui è ancora più bello”

Su Mourinho…

“L’accezione di ‘cane malato’ è diventata famosa (ride, ndr). Le doti del mister sono le doti in cui mi rivedo. Al di là di quel termine, so cosa volesse dire. Abbiamo molta empatia, il rapporto è maturato in questi anni e spero continui così. Il mister mi ha dato un metodo di lavoro a cui non ero abituato, è un tipo di allenatore che richiede un determinato tipo di cose. Ho avuto la fortuna di iniziare dal massimo, dato che parliamo di uno dei migliori al mondo. Ho avuto la fortuna di imparare a lavorare nel miglior modo possibile”

Su Dybala…

“Paulo è una persona molto amichevole, anche a biliardo è molto bravo”

Sulla stagione passata…

“La definirei una stagione consapevole, sono arrivato ad una consapevolezza dei miei mezzi. A fine stagione mi sono ritagliato maggiore spazio e questo mi ha dato molta fiducia. Riparto quest’anno con la massima carica sperando di far bene”

Il punto di svolta?

“Non mi piace definire punti di svolta, è un percorso continuo. Ci sono stati momenti più importanti di altri, ma è tutto frutto di un lavoro continuo che devi svolgere durante tutto l’anno. In campo poi ci sono stati momenti che rimangono”

Sulla sofferenza dopo Budapest…

“Se ripensi ad alcuni momenti ti vengono in mente sensazioni negative, ma il calore che ci hanno mostrato i tifosi va al di là delle sensazioni negative. Siamo consapevoli di aver disputato due finali europee consecutive, questa cosa ci è rimasta e ci farà ripartire nel migliore dei modi. Sappiamo il lavoro che dobbiamo fare e quello di cui siamo capaci, ripartiremo da quello che abbiamo fatto”

Che obiettivi hai in questa stagione?

“Voglio giocare più partite possibili e farlo al meglio delle mie qualità. Voglio crescere come giocatore sia in allenamento che in partita. Dirti un obiettivo è difficile, noi abbiamo sempre ragionato partita per partita. La prima sarà con la Salernitana, pensiamo a quella e poi alla prossima. In questo modo siamo focalizzati su ogni partita e possiamo dare il meglio”

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Marcos Leonardo, il presidente del Santos chiarisce: ”Non è il momento di perdere 2 attaccanti”

Il Santos non vuole cedere 2 attaccanti e prova a blindarne uno. Il presidente del club brasiliano – Andres Rueda – ha parlato a ‘De Olho No Peixe’ ribadendo l’intenzione di mantenere almeno una punta tra Marcos Leonardo e Deivid Washington facendo riferimento al primo. Di seguito le sue dichiarazioni.

“Il Comitato Direttivo sta ancora discutendo di Marcos Leonardo. Non è il momento di perdere due attaccanti…”. Il classe 2003 non si è voluto allenare e ha chiesto la cessione mentre Deivid Washington è molto vicino al Chelsea.

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Mourinho: ”Siamo in ritardo sul mercato ma nessuna guerra con Pinto. Mai pentito di aver detto sì ai Friedkin”

Josè Mourinho è tornato a parlare. Lo Special One lo ha fatto al Corriere dello Sport in cui ha raccontato del suo cambiamento, del rapporto con Friedkin e Pinto, della finale di Budapest e tanto altro. Di seguito le parole del tecnico portoghese.

“Firmai per la Roma perché quando incontrai i Friedkin mi piacquero molto il loro modo di parlare. Quelle parole mi toccarono nel profondo, di questo avevo bisogno. “Pensiamo che tu sia la persona giusta per aiutarci a rendere la Roma un club più grande”, aggiunsero. Trasmisero il loro entusiasmo, mi piacque la prospettiva di un progetto diverso, tre anni di contratto, una crescita progressiva, qualcosa che in precedenza non avevo mai preso in considerazione».

Spiegati meglio.

«Ad esempio, i tanti giovani, che ho fatto esordire, giovani che con me sono cresciuti in questi due anni. Quando lavori in un club come il Real Madrid, il Manchester, il Chelsea, se lanci un giovane a stagione hai già fatto il massimo. In questa fase della carriera avevo bisogno di stabilità, sentivo che qualcosa in me era cambiato. Prima volevo e dovevo arrivare, fare, spostarmi, vivevo uno stato di costante irrequietezza. Ero in un posto, facevo il mio lavoro, vincevo e mi spingevo oltre, volevo andare a vincere da un’altra parte»

Ha rischiato parecchio, però. I paletti del Financial Falr Play, il mercato a zero, la condanna ad adattarti all’emergenza. Anche questa è la Roma. oggi.

«Real, Inter, United, Chelsea due volte, a quei livelli il profilo è molto, molto chiaro. Gli investimenti, la storia del club, gli obiettivi tutti altissimi: arrivi per vincere e vincere subito. Quando ho firmato con la Roma sapevo perfettamente a cosa andavo incontro».

Fatico a crederti.

«Devi farlo. Ovviamente per me tornare in Italia non significava andare incontro all’ignoto, questo è un Paese che conosco bene a livello culturale, storico e sportivo. Sapevo che sul piano sociale la Roma era un dub assolutamente fantastico, ma anche che dal punto di vista della storia calcistica aveva vinto poco, nonostante tantissimi bravi allenatori e tantissimi giocatori di prima fascia, e investimenti anche. Quando conosci la realtà romanista ti chiedi perché si sia vinto così poco. Possibile che tu non possa fare qualcosa di diverso per aiutare il club, la nuova proprietà? Se adesso mi domandi se sono pentito della scelta, rispondo di no. Assolutamente no».

Beh, in questi due anni qualche attimo di sconforto l’hai vissuto.

«Frustrazione si, momenti di frustrazione».

Nel secondo anno le cose sono peraltro peggiorate, in termini di risorse a disposizione.

«Il primo anno conoscevo la situazione, percepivo la voglia della proprietà di crescere e ho pensato: ok, questo è perfetto per me. Un profilo come Il mio, uno che ha vinto tanto, di solito non accetta facilmente un progetto potenzialmente minore. Mi viene in mente solo Ancelotti all’Everton».

E prim’ancora al Napoli.

«Quando uno come noi accetta questo rischio, la gente pensa “è finito”, poi Carlo va al Real Madrid e vince tutto quello che c’era da vincere. Questa esperienza a Roma è stimolante, ricca, di una ricchezza su più piani. Oggi ho un rapporto con i miei giocatori che non è facile instaurare in un top club».

C’è chi pensa che tu abbia accettato la Roma soltanto perché, dopo tutte le esperienze fatte, ti sei ritrovato un mercato ristretto

«Non è una mia preoccupazione».

Cosa ti preoccupa allora?

«La mia felicità. Qualche giorno fa commentavo col tavolo dei miei a Trigoria una delle prime cose che il Papa ha detto a Lisbona. “Dovete ridere, dovete scherzare, pensare positivo, dovete coltivare il sanse of humour”. Il mio tavolo ha tutto questo».

Ecco spiegato l’abbraccio al centravanti immaginario.

«Anche, a volte leggo che Mourinho sta provocando la società, che Mourinho è un mago della comunicazione».

Non mi dirai che non è vero.

«Tu pensi che io stia scherzando, ma Nuno, che è qui con noi, sa bene come stanno le cose, i piedi incrociati sul tavolo li metto venti volte al giorno».

Si, però l’estate scorsa avevi il computer spento davanti ai piedi e stavi sottolineando l’impossibilità di fare acquisti.

«In seguito però non c’è stato alcun retropensiero. La foto con l’attaccante immaginario è stata fatta per ridere».

Ridere per non incazzarsi…

«Nelle ultime settimane ho visto allenatori in fibrillazione, uno che minaccia di andar via perché non è contento del mercato, un altro che se ne va per la stessa ragione. Ce n’è un terzo che scherza con i tifosi e dice che non stiamo facendo mercato. Nessuna provocazione, non era quella l’intenzione».

Per cui, va tutto bene.

«Non va tutto bene, ma mi diverto anche nelle difficoltà. Mi arrrabbio per un’ora e subito dopo torno positivo. Non mi deprimo, non minaccio, non dico che mi hanno promesso mari e monti e non vedo né i mari né i monti. Una cosa che non posso cambiare è la mia natura, non sono uno che racconta cazzate. Relativamente all’attaccante immaginario, posso dirti che anche se la settimana prossima arrivasse Mbappé sarebbe comunque in ritardo».

Sai come si dice a Roma? Dormi tranquillo, José.

«Questo per dire che dopo 28 giorni di lavoro, 31 allenamenti e 6 partite, in tutto 37 sedute, più riunioni di analisi tattica e altro, non avere un attaccante è un problema. A proposito, non fate casino con Belotti, resta e farà una stagione molto più produttiva».

L’hai voluto tu o Pinto?

«Io, sì io. Però…».

Però?

«Dopo la partenza, tra virgolette, di Tammy, siamo in una situazione che nessun allenatore al mondo gradirebbe. Mi riesce impossibile dire che sono contento. Però sostenere che sono in guerra aperta con la società, con Pinto, che non sono felice, è sbagliatissimo. Pinto sa che siamo in ritardo, anche la proprietà lo sa, alla fine quello che soffre veramente è chi lavora e chi contro la Salernitana dovrà entrare in campo con la miglior squadra possibile. Incazzato no, depresso no. Scherzo, come vuole il Papa, soprattutto nelle difficoltà, lui ripete che le difficoltà fanno parte della vita, senza le difficoltà è più difficile provare grandi gioie. Vent’anni fa avrei fatto casino, vent’anni fa sarei stato incazzato». «Dal mio primo Chelsea» prosegue «me ne andai perché ero realmente in guerra con un direttore sportivo. Non mi piaceva, non avevo rapporto, il mercato un disastro, era il 2008. Oggi siamo nel 2023 e sono un altro».

Parliamo del tuo rapporto con Tiago Pinto. Chiariscilo una volta per tutte.

«Non è una cosa nuova per me. Le persone possono avere una percezione diversa, ma io ho sempre avuto un eccellente rapporto con le società in cui ho lavorato. Me ne sono andato per mia decisione quando sentivo che era giunto il momento. Eccezion fatta per il Tottenham, esonerato due giorni prima di giocare una finale, una cosa pazzesca».

Il fatto di essere uno straordinario comunicatore ha sempre messo in secondo piano la grandezza del tecnico. Ti viene spesso rimproverata la scarsa qualità del gioco.

«Lo sport è fatto per vincere, anche se sei in una squadra di minore qualità o in uno sport individuale. Quando Jacobs affronta sui 100 un ragazzino che fa 12 e 5, il ragazzino sa di non avere la possibilità di batterlo, tuttavia quel giorno Jacobs potrebbe fermarsi dopo 10 metri e il ragazzino avrebbe un’opportunità da sfruttare. Non si parte mai per non vincere, ogni volta che sento parlare di qualità senza vittorie dico che si tratta di una delle tante bugie di un mondo in cui sono spariti la meritocrazia, il pragmatismo dei risultati e la crudeltà della sconfitta. Sfruttando la potenza del social media vengono fatti passare concetti e valutazioni drogati. Si spacciano per grandi allenatori personaggi senza titoli, invece io credo che il valore corretto lo determini la carriera. Quando finirà la generazione di Carlo, la mia e di altri della stessa età che hanno vinto tanto, dubito che ritroveremo carriere altrettanto lunghe e di successo. I nuovi fenomeni verranno masticati in fretta. Oggi l’allenatore bravo arriva con più velocità e con la stessa velocità viene sostituito da altri fenomeni passeggeri. Prima era il pragmatismo dei risultati che rendeva bravo un allenatore, era la crudeltà di una sconfitta che costringeva un professionista ad andare in A, B, C a battagliare per cercare di tornare a quel livello».

Cosa hanno capito di te i tifosi della Roma? L’adesione a Mourinho è pazzesca

«Hanno capito quello che gli altri tifosi delle mie squadre avevano capito. Soltanto al Tottenharn non ho provato le stesse sensazioni, non c’è stata empatia, ma era il periodo del covid, lo stadio era vuoto. Impossibile creare un rapporto. I tifosi della Roma hanno capito una cosa molto, molto semplice: quando arrivo in un posto, indosso quella maglia e non la tolgo più per tutto il giorno, mi manca giusto il pigiama, cerco di capire il pubblico, le sue type=’text/javascript’ idiosincrasie, le sue debolezze, la sua forza, quello che può piacergli, che è importante e divento uno di loro. Per strada l’interista mi saluta sempre con gioia, il madridista pure, in Algarve il nostro albergo era pieno di inglesi del Chelsea. Ml hanno rotto i coglioni (sorride, ndr) tutti i giorni, legend, legend, legend, foto, autografi. Poi ho trovato un messicano tifoso del Real, stesso trattamento. A Roma entro nel terzo anno, non è una cosa che ho fatto spesso»

Già, insolito.

«Due percorsi che hanno portato a due finali europee. Due percorsi differenti con grandi difficoltà a tutti i livelli, penso che la gente abbia capito che sono uno di loro. Nel libro chè hai scritto su di me abbiamo parlato del mio cambiamento, oggi sono molto meno egoista, più altruista. Quando un allenatore con 25 titoli, adesso sono 26, arriva in una città, in un club, incontra un popolo che non ha vinto tanto, deve entrare subito in sintonia con quel popolo e con la squadra».

In effetti sono due mestieri diversi.

«Quando alleni in un club storicamente top, i giocatori hanno una sola cosa da imparare da te ed è giocare da squadra, perché sono giocatori fatti, esperti, con una qualità straordinaria A volte sono stato io a imparare qualcosa dai giocatori. Chiedi a Allegri, Carlo, Ranieri, sicuramente ti diranno che durante la carriera hanno imparato anche dai giocatori, perché in campo hanno una percezione diversa dalla nostra. Io sono venuto Roma e ho dovuto creare giocatori che non esistevano, i “bambini” che ho portato in prima squadra non esistevano. Sono entrati in un gruppo al quale ho, abbiamo cercato di trasmettere la responsabilità di vincere. Anche se non vinciamo tanto e se tante volte perdiamo il nostro scopo è insegnare a vincere. La contraddizione tra le nostre ambizioni e il nostro potenziale mi intriga. Preferisco questa contraddizione, il nostro’ obiettivo è vincere la prossima partita, mi rifiuto di dire che abbiamo obiettivi superiori. Se mi obbligano a dichiarare obiettivi concreti rispondo che sono inferiori alla nostra ambizione, che sono inferiori a quello che noi vogliamo sviluppare come mentalità».

In particolare quest’anno hai avuto un pessimo rapporto con le istituzioni e con gli arbitri. Ti hanno dato del maleducato, del provocatore, la tua panchina è sempre troppo agitata. Strategia?

«Se facciamo Uefa di qua e Italia di là, mi sento molto meglio quando parlo di Uefa e meno di Italia. In Italia mi sono sentito aggredito, hanno violato la mia libertà di uomo, la mia libertà di uomo di caldo, la mia libertà non di grande allenatore, perché in queste situazioni non ci sono grandi o piccoli allenatori., siamo tutti uomini. Qui non mi sento più a mio agio. Ho paura di ricevere altre squalifiche, ho paura di dover tornare a sentire tutto quello che ho ascoltato o letto in questi due anni. Se mi dici José, parliamo di Budapest, ci sto. Però se mi chiedi di parlare di Italia, di sconfitte politiche, di opinioni espresse dalla gente e anche di offese ricevute, la cosa mi disturba. Ho detto paura, forse paura è eccessivo, fastidio è meglio. Penso che, a livello istituzionale, avrebbero dovuto trattarmi diversamente, da uomo di grande esperienza internazionale, uno che ha allenato in Inghilterra, in Spagna».

È vero tuttavia che hai sempre avuto un rapporto conflittuale con la classe arbitrale.

«Ho detto di Chiffi le stesse cose che Modric ha detto di Orsato, esattamente le stesse. Sono innamorato di Modric, ma non sono d’accordo con lui quando dice che Orsato è un arbitro scarso. Orsato è bravissimo. Ho detto la mia su Chiffi e avete visto le conseguenze. Modric ha parlato dopo una semifinale del Mondiale ed è arrivato a miliardi di persone, io alla fine di Monza-Roma. Ecco l’ex pallone d’oro non ha subìto squalifiche, io la gogna. Se vuoi parliamo di Budapest, che è certamente meglio».

Le 4 giornate di Mourinho.

«Budapest, da un punto di vista umano, è stata una delle più belle esperienze della mia carriera, perché ho visto di tutto, cose bellissime, ho visto una processione di romanismo, ho visto gente che sicuramente non ha mangiato bene per qualche settimana pur di essere presente, ho visto un gruppo di giocatori solido, la gente che lavora vicino a noi a Trigoria, con una passione incredibile. Ho visto gente che inseguiva un sogno assolutamente fantastico e ha vissuto la tristezza della sconfitta. Bobby Robson mi ripeteva spesSo che nel momento della tristezza devi pensare alla gioia di chi ha vinto. Ho seguito suo consiglio, ho voluto stare vicino alla nostra gente e abbiamo rispettato la gioia dei tifosi del Siviglia, abbiamo salutato i nostri colleghi spagnoli, ci siamo comportati, dentro al campo, con una correttezza e un’umiltà eccezionali».

Ma poi sei sceso nel tunnel per dire qualcosa all’arbitro Taylor.

«Taylor non era lì, non c’era».

Come non era li?

«Taylor era rimasto dentro lo stadio e il giorno dopo l’hanno trovato all’aeroporto».

Scusa, ma a chi era rivolto il fuckin disgrace

«Cerano gli altri, non Taylor, c’erano il quarto uomo, gli assistenti, Rosetti e Howard Webb, il direttore tecnico degli arbitri della Premier, Taylor non c’era. Ti stavo dicendo che da un punto di vista umano è stata un’esperienza fantastica, eccezionale, anche perché, alla sesta finale, ho perso per la prima volta, conoscevo il lato bello della festa europea è non avevo mai vissuto il brutto. Per questo dico che da un punto di vista umano mi ha in qualche modo arricchito».

Torniamo a Taylor.

«Te lo spiego dopo quello che è successo, la verità. Finisce la partita, io entro in campo entro con la mia famiglia e le famiglie dei giocatori, vedo tanta gente piangere, io non piango mai dopo una sconfitta… Assorbo tutte quelle emozioni. Torno perché voglio stare con i giocatori in quel momento di tristezza assoluta, e con i tifosi Porto i giocatori dai tifosi e dai giocatori del Siviglia e a ricevere le medaglie, partecipiamo alla cerimonia, siamo impeccabili. In quei minuti ho sentito che dovevo essere il padre di famiglia, per questo ho detto al gruppo “resto con voi anche l’anno prossimo”. La reazione dei ragazzi è stata splendida, in quel momento è finito tutto».

Avevi pensato di andartene?

«No».

Mmmmh…

«Ho sempre fatto il mio lavoro senza pensare al dopo».

E poi hai ancora un anno di contratto.

«Sai bene come sono i contratti nel calcio. Finito tutto, rientriamo nello spogliatoio, scendiamo in garage e nel garage arriva il gruppo arbitrale. Con Webb ho un rapporto buono, come con Rosetti. Hanno entrambi arbitrato delle mie partite, Webb addirittura la finale di Champions con l’Inter a Madrid. So di non essere stato elegante, ma non ho insultato nessuno. “Fucicing disgrace” è molto simile all’italiano “cazzo!”, un’esclamazione, uno sfogo, o al portoghese “foda pra caralho”. Sono andato da Rosetti e gli ho detto: “arbitro, lo chiamo così, “arbitro, è rigore o non è rigore?”. Rosetti ha fatto quello che di solito fanno gli arbitri, non mi ha risposto. Ho ripetute la domanda a Webb, lui mi ha messo la mano sulla spalla e ha detto ‘José, sì, è rigore”. Webb ha fatto quello che mi sarebbe piaciuto avesse fatto Taylor. Perché se Taylor o qualcuno al posto suo, dopo la partita fosse venuto da noi, nello spogliatoio del pianto, e avesse detto “ho sbagliato, abbiamo sbagliato, mi dispiace”, non solo sarebbe finita li, ma lui avrebbe avuto il nostro rispetto. e la nostra ammirazione. Sbagliamo tutti, forse durante quella partita ho sbagliato anche io. Continuo a pensare una cosa: Taylor è bravo, per non dire molto bravo, positivo anche il rapporto ché ho avuto in Inghilterra, mi sembra un uomo perbene, io non ho mai messo in dubbio la sua onestà. L’unica cosa che dico e dirò sempre è che era rigore e con quel rigore li la Roma avrebbe potuto vincere. Prima di quel rigore la sua direzione non mi era piaciuta per niente, non mi erano piaciute le sue scelte tecniche, disciplinari, però continuo a pensare che sia un arbitro bravissimo e se la prossima stagione lo riavremo, nessun problema, sono sincero».

Ti hanno tolto tre quarti di coppa.

«Il giorno dopo è successo l’episodio dell’aeroporto, ma io non ho nulla a che vedere con quell’incidente. È stata la reazione di un gruppo di tifosi, io non c’entro affatto. Con mia grande sorpresa, due giorni dopo mi è arrivato un messaggio di un amico dell’Uefa in questi anni mi sono fatto amici ovunque, non solo nemici “Amico mio» mi ha scritto «tu sei un grande del calcio, però ti do un consiglio, censura pubblicamente il comportamento dei tifosi della Roma all’aeroporto, te lo dico perché ti sono amico”. La mia risposta è stata: se l’Uefa o Taylor chiedono scusa ai tifosi della Roma, io critico il comportamento all’aeroporto e chiedo scusa. Subito dopo sono andato al club e ho detto: da oggi e fino all’uscita della sanzione, che è già pronta, sarò io il focus di un arbitraggio triste e di un comportamento triste dei tifosi in aeroporto, oltre che del mio atteggiamento nel garage. Però adesso ho bisogno del vostro sostegno e di una comunicazione forte. Se mi chiedi quale sia stata in due anni e due mesi di Roma la cosa che mi ha fatto sentire più fragile, rispondo che non è stata la partenza di Mkhitaryan, aver perso un giocatore che mi piace tanto e aver giocato un anno e mezzo con solo 4 difensori centrali quando è normale averne 6. La cosa più triste è stata non essere appoggiato dalla società in una situazione del genere. Sconterò le 4 partite, non riesco a guardare l’Uefa in modo negativo, saranno 4 partite in cui mi sentirò un tifoso. Sarà dura per noi, sarà dura per me, dura per la squadra, per i miei assistenti e quello che stiamo cercando di fare principalmente è preparare i giocatori alla mia assenza per 6 partite. Rapetti, il preparatore atletico, è molto stimato e rispettato dai giocatori, ha una leadership naturale. Sappiamo che è una missione molto, molto, molto difficile. Se Budapest è stato un sogno, noi adesso ne coltiviamo un altro, Dublino, e affronteremo la competizione per arrivare fino a là».

L’assenza dei Friedkin: per molto tempo, mesi, non hai avuto contatti con la proprietà

«La proprietà è la proprietà. Ho sempre rispettato la proprietà e le persone, al di là del ruolo. Sento che da parte loro c’è rispetto e tanta stima per l’allenatore. Il profilo del rapporto lo stabilisce sempre la proprietà. In tutti questi anni ho sempre ripetuto che vengo chiamato e pagato bene per risolvere i problemi, non per crearli. È la proprietà che deve parlare di te e è la proprietà che deve parlare con te».

Stai per cominciare il campionato con un solo anno di contratto.

«Non cambia niente. Per qualche giorno ho pensato basta bambini, perché dovrei costruire dei bambini se il prossimo anno non sarò più qui? Però è subito subentrato il José bravo, il José buono, il José professionista e sorridente, positivo: prima di tutto lavoro per il club; secondo, per questo club è super impórtante creare determinati presupposti: come ab-biamo visto, sono stati proprio i bambini, in un momento difficilissimo per Pinto, a garantire i 30 milioni necessari per soddisfare un settlement agreement terribile. E, fattop iù importante ancora, che colpa hanno i bambini se ho un solo anno di contratto? Adesso ti dico che Pagano diventerà bravo, non voglio ancora dirlo di Pisilli, perché lo vedo più bambino, anche fisicamente, dovrà avere una grande evoluzione, però ha la testa giusta sempre, non solo adesso che stiamo lavorando insieme da un mese. Pagano sarà come Bove».

Torniamo al rapporto Tiago Pinto-Mourinho. Abbiamo scritto un sacco di cazzate?

«Sì».

Grazie, presenterò.

«Per prima cosa, siamo insieme praticamente ogni giorno. Come io e te adesso, lui da una parte del tavolo e io dall’altra».

Vi conoscevate anche prima di trovarvi alla Roma?

«No, no. Pinto lavorava in Portogallo quando io ero all’estero. Non c’eravamo mai incrociati. Il nostro è un rapporto di rispetto, anche formale. Io non gli do del tu, anche se lui potrebbe essere mio figlio, per me è il direttore».

Fermi al lei?

«Gli do del lei, del direttore, e mi restituisce il lei, per lui sono il mister Non siamo sempre d’accordo, questo no. Lui ha un rapporto più diretto e costante con la società, perché fa parte del suo lavoro. Per tornare a tantissimo tempo fa, quando Dzeko andò via, fu durissima da accettare, una disgrazia Tammy si è infortunato il 5 giugno, stiamo parlando di 63, 64 giorni e per me c’è un nome, ce n’è uno, perché io di solito sono molto obiettivo e pragmatico, ce n’è uno, ma non è possibile prenderlo, così mi è stato detto».

Morata.

«Ti dico solo che non è Mbappé».

Morata, su.

«Non è Mbappé, però penso sempre, anche quando non siamo d’accordo, che Pinto voglia le stesse cose che voglio io».

Sicuro?

«Sì„sono sicuro, sicuro. L’obiettivo comune è che la squadra ottenga il miglior risultato possibile».

Ho sentito che cambierai qualcosa tatticamente, si parla anche di partenza dal basso.

«Non sono invidioso, però ci sono allenatori – e sono stato uno di loro – che possono avere esattamente quello che desiderano, punto, non c’è storia. Io dico sempre, scherzando, questo è il giocatore che voglio io, però è troppo costoso. Un presidente mi rispose: di calcio capisci tu, di numeri io».

Era Moratti.

«No, Abramovic. Se questo è il giocatore che vuoi, questo è il giocatore che avrai, disse. Il giocatore era Michael Essien. Il Lione pretese una cifra immorale. Avevo dato anche altri nomi, il secondo, il terzo. Prese Essien. Questo per dire che quando godi di questo privilegio puoi decidere come giocare, puoi trovare una soluzione alternativa; puoi fare una serie di belle cose. Altrimenti ti devi adattare alla nuova realtà e cercare di fare cose che corrispondano alle caratteristiche dei giocatori. Non esiste altro modo. Se chiedi a un giocatore cose di cui non è capace, e alla squadra di andare oltre le proprie qualità tecniche, li metti in difficoltà e non riesci a trovare un equilibrio a livello di risultati»

Parlami di Dybala.

«Quando è arrivato il primo di agosto e la clausola non è stata più esercitabile, ho dormito meglio, lui è di livello altissimo e per noi è oro, non possiamo rinunciare a lui Quando siamo costretti a farlo perché è infortunato o perché è stanco o è rientrato cotto dalla nazionale, sono guai seri. La sua qualità come giocatore non mi ha sorpreso per niente. È il bambino che mi ha colpito, io dico sempre che quelli bravi, bravi, bravi sono così: umili, rispettosi con i colleghi, io sono passato attraverso tante generazioni, perché alleno come assistente dal ’92 e anche da prima, dal ’91, e questo ragazzo non è dì questa generazione. È fantastico, ti dico io che è fantastico, la gente conosce il suo potenziale come giocatore, io posso dire che il potenziale come ragazzo non è per niente inferiore».

In estate hai ricevuto due offerte dall’Arabia.

«Al-Hilal e Al-Ahli».

Ci hai pensato?

«Sì. Prima di andare all’incontro ho informato la proprietà chiarendo che non avevo intenzione di accettare. A casa ho detto esattamente la stessa cosa. Per un lato mi sentivo prigioniero de a parola data ai giocatori a Budapest e ai tifosi dopo lo Spezia, mimando la permanenza. Ma se mi chiedi se non ho accettato soltanto per questo motivo, rispondo di no, non solo per questo».

È un no definitivo?

«Non è definitivo, non lo è. In passato rifiutai la proposta più incredibile che un allenatore abbia mai ricevuto quando la Cina. Mi offrì la panchina della Nazionale e di un dub nel quale avrebbero giocato tutti i nazionali. Una proposta economica indecente, fuori dal mondo e da tutti i parametri».

In futuro ti vedi ancora in un top club?

«Io sono più bravo che mai. È così che si dice, giusto?».

Ancelotti mi rivelò che se l’avessero mandato via quest’anno, Fiorentino avrebbe ripreso certamente.

«Io ti dico, da ancelottiano e madridista, che spero rimanga a lungo ai Real».

Andando in Italia hai fatto guadagnare molto meno ai tuoi collabboratori, in primis a Nuno Santos.

«Nuno mi seguirebbe anche alla Boreale… Due cose possono far diventare meno bravo un allenatore. La prima, quando viene a mancare la motivazione; la seconda, quando si pensa di sapere già tutto. Quando ti nascondi dietro la tua storia, ritieni che il calcio non si sia evoluto e che i ragazzi di oggi siano uguali a quelli di vent’anni fa, e che le strutture di appoggio siano le stesse di allora, ecco, in quel momento diventi meno bravo, finita».

Quindi in questi due anni sei migliorato, cresciuto.

«Mi sento cresciuto, sì».

Dicono “Mourinho è solo un grande motivatore”. Riduttivo, no?

«Se dicono che è un grande motivatore, un grande tattico e un grande allenatore di campo, se dicono tutto questo, va benissimo. Quando ho iniziato, parlavo ovviamente portoghese, però ero stato a Barcellona e parlavo catalano, castigliano, francese perché l’avevo studiato da giovane, e inglese, non ancora italiano. In quegli anni l’allenatore non interagiva con i giovani, eraa un mondo completamen-te diverso, ‘Meno globale, non c’erano tanti allenatori stranieri all’estero, io parlavo 5 lingue e la gente diceva, ah questo qua è più un accademico che un allenatore. Vent’anni dopo imparare le lingue fa parte dei corsi per allenatori di alto livello. Mi hanno messo tante etichette».

Quanto è importante la tattica?

«È importante, ma i giocatori non devono essere schiavi della tattica, più bravi sono i giocatori e più sono liberi di esprimessi. Quando hai una squadra meno talentuosa il lavoro tattico deve aumentare, perché i giocatori devono imparare a nascondere i problemi. Io preferisco sempre parlare di strategia, che è una cosa diversa, di piano di gioco. La squadra in cui ho lavorato meno tatticamente è stato il Real Madrid: 100 punti, 34 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte, 121 gol segnati e più 88 di differenza reti. Di Maria, Higuain, Benzema, Ronaldo, Xabi Alonso, Modric, Ózil. Lavoravo sulla disciplina e sui principi di gioco. Dove ho spinto di più sulla tattica è stato con il Porto e con la ROma».

Qual è l’allenatore, del presente o del passato, nel quale più ti rivedi?

Amo l’allenatore di carriera, io stesso lo sono. Semi dicono che quel tale è bravissimo, rispondo “vedremo, speriamo, speriamo che lo diventi”. Però non mi dite che è bravo uno che allena da due anni o uno che ha anche ha vinto qualcosa nel primo, perché per me essere grande è avere una carriera e tanti titoli, non è allenare un anno o due e poi sparire. Ancelotti ha vinto la prima coppa internazionale nel 2003 l’ultima nel 2023, io la prima nel 2004 e l’ultima nel 2022, è una cosa straordinaria. Dopo diciotto, vent’anni, sempre primi. Carlo per me è un grandissimo. Il bravo di oggi io lo voglio rivedere domani».

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Zago: “Date mezza stagione a Marcos Leonardo per ambientarsi poi esploderà”

Antônio Carlos Zago, protagonista dello scudetto giallorosso vinto nel 2001, ha rilasciato un’intervista a La Gazzetta dello Sport nella quale parla di Marcos Leonardo, obiettivo di mercato della Roma. Di seguito le sue parole sul classe 2003.

Zago, nella “sua” Roma ci si chiede se Marcos Leonardo sia veramente forte. Lei che dice?
“Dico che è uno dei migliori giovani che ha il Brasile in questo momento. Essere titolare nella Seleçao nel Mondiale Under 20 e vincere il titolo dei cannonieri non è poco. Credo che a Mourinho piacerà, perché è forte sia nella fese offensiva che in quella difensiva. Certo, è giovane e gli va dato tempo”.

Da Fabio Junior a Gabigol, sono stati diversi però gli attaccanti brasiliani che in Serie A non si sono imposti.
“Da quello che so, credo che Marcos Leonardo abbia una personalità diversa, un carattere più forte e un tipo di atteggiamento più professionale. E questo lo potrebbe aiutare a fare bene in fretta”.

Il suo amico Aldair dice che in certe cose gli ricorda Careca: vero?
“Possibile, ma sarebbe sbagliato mettergli una pressione del genere addosso. In Italia parlare di Careca è tanta roba. Penso che al ragazzo andrebbero dati sei mesi di tempo per ambientarsi, poi sono sicuro che farà bene. Ma dovrà essere la stessa società a proteggerlo dalla troppa fretta”.

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Ag. Ibanez: ”Nessuna offerta del Nottingham Forest. Sta bene a Roma ma valuteremo proposte”

L’agente di Ibanez ha rilasciato un’intervista a TAG24 nella quale smentisce l’offerta del Nottingham Forest ma conferma l’interesse del club inglese. Di seguito le parole di Lodovico Spinosi in cui fa un punto sul futuro del suo assistito.

“Sono solo chiacchiere, non c’è stata alcuna offerta al calciatore da parte del club inglese. Ho sentito delle voci di un interesse, ma non è seguito alcun atto concreto al momento. Ibanez alla Roma sta benissimo e vuole rimanere, si sente stimato dall’allenatore e dai compagni. Lui è innamorato della città e della tifoseria, quindi vuole continuare a giocare con la maglia giallorossa. È totalmente concentrato negli allenamenti e nel dare il massimo per la squadra. Naturalmente qualora arrivasse un’offerta alla società la ascolteremmo”.