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Un tesoro chiamato Champions: ecco quanto potrebbe incassare la Roma

Appeal internazionale, partite straordinarie contro avversari altrettanto straordinari, serate memorabili, ma anche un indotto economico su cui costruire la rinascita definitiva.

La Roma e soprattutto i Friedkin mirano con forza all’obiettivo massimo: qualificarsi alla prossima Champions League.

Recentemente Ranieri non ha nascosto in conferenza stampa che il sogno, neanche troppo proibito, della proprietà americana è qualificarsi finalmente alla massima competizione internazionale. La Roma guidata dai texani ci si è avvicinata realmente solo nella dolorosissima serata di Budapest. In campionato non è mai stata così vicina a raggiungere il quarto posto.

Ma quanto varrebbe qualificarsi alla prossima edizione della Champions? Di partenza circa 65 milioni sicuri. Cifra destinata a crescere con risultati e market pool, come dimostrato dall’Inter che ha incassato 113 milioni fino alla semifinale.

A questi soldi poi andrebbero aggiunti gli incassi da botteghino, con la Roma che in questi anni ha riempito l’Olimpico a dismisura toccando quota 69 sold out.

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Dybala: ”Pinto si presentò con la maglia numero 10. Budapest? Mi fece malissimo”

Paulo Dybala ha rilasciato un’intervista a Sports Illustrated in cui ha affrontato diverse tematiche. Di seguito le sue parole.

Sulla finale dei Mondiali
“Sapevo che Scaloni mi aveva mandato in campo solo per calciare il rigore. La pressione era immensa, perché o sei un eroe o un cattivo e se sbagli, tutti ti ricorderanno per aver giocato due minuti e aver sbagliato il rigore”.

Sull’infortunio.
“Ero alle prese con un infortunio e mi mancavano cinque partite. Non volevo sprecare un solo giorno senza poter recuperare. Così, quando ho saputo l’entità del mio infortunio, ho parlato con le persone che lavoravano con me. Abbiamo formato un gruppo e ci siamo detti che dovevamo trovare un modo per recuperare il più velocemente possibile. Intendo quali macchinari andavano utilizzati usare, che dieta seguire? Abbiamo lavorato su tutto. Dormivo con un macchinario per essere pronto e ne avevo quattro a casa. Li usavo quotidianamente. Ci stavamo allenando negli Emirati Arabi Uniti e ricordo che l’allenatore fece un discorso dicendo che avrebbe personalmente informato tre giocatori che non sarebbero stati inclusi nella lista finale perché avrebbe dovuto prendere solo 26 giocatori. Quando quel discorso finì, sapevo che avrei potuto essere uno di quei tre. Ero nervoso, pensavo di non essere all’altezza. Poi, l’ho visto camminare verso di me e ho pensato: ” Sono fuori”. Ma lui è venuto da me e mi ha detto: “Allenati con calma, tu resti”. Credo di aver perso due o tre chili in quel momento. È stata una gioia personale immensa perché ho sentito che tutti gli sforzi e i sacrifici fatti per un mese – essendo stato meticoloso in ogni piccolo dettaglio – erano stati ricompensati. Sapevo quanto fosse alta la posta in gioco ed eravamo tutti convinti al 100% di poter vincere la Coppa del Mondo”.

Sulla partita contro il Messico ai Mondiali.
“Vincere contro il Messico è stato uno dei momenti più importanti che ci ha dato una spinta di fiducia. Quando Leo ha segnato, e poi Enzo ha chiuso la partita, sapevamo che ci saremmo qualificati perché eravamo sicuri di vincere contro la Polonia. Il calcio è pazzesco, perché anche ai Mondiali in Russia ho fatto la mia prima apparizione contro la Croazia. Quella partita fu diversa perché eravamo sotto 2-0, mentre questa volta eravamo in vantaggio e mi sono divertito un sacco. Quando sei lì e vedi che non c’è stata nessuna partita, pensi solo: questa è nostra”.

L’addio alla Juventus.
“La Juventus è uno stile di vita, e a livello professionale si cresce moltissimo, perché lì un pareggio è percepito come una sconfitta, quindi durante la settimana si lavora duro su ogni aspetto. Ascoltare leader come Buffon, Chiellini, Barzagli e Bonucci nello spogliatoio ti aiuta sicuramente a crescere. In tante partite, quando eravamo nel tunnel prima di entrare in campo, ascoltavamo gli avversari e intuivamo che molti di loro pensavano: beh, oggi perderemo, ma speriamo non di troppi gol. Questo la dice lunga sulla grandezza del club”.

Sulla chiamata di José Mourinho.
“In quel momento mi sentivo davvero strano: l’incertezza di non sapere dove avrei giocato, cosa sarebbe successo o se avrei dovuto lasciare l’Italia, che è praticamente diventata casa mia. Sono qui da 12 o 13 anni ormai e, onestamente, probabilmente conosco l’Italia meglio dell’Argentina a questo punto. Ricordo che all’epoca volevo aspettare un po’, prendermi una pausa. Ero a Torino, a casa. Un giorno, uno dei miei procuratori venne da me e mi disse che Mourinho voleva parlarmi. Certo, Mourinho è speciale: è un allenatore che ha vinto tutto, una persona unica. Non potevo ignorare la sua chiamata. Ma sapevo che mi avrebbe convinto, ed è per questo che ho voluto aspettare. La prima volta abbiamo solo avuto una bella chiacchierata, è stata una lunga conversazione, ma non ha fatto pressione per ottenere una risposta immediata. Ma il giorno dopo voleva richiamarmi, così gli ho detto di darmi qualche ora per parlare con la mia famiglia e mia moglie. Ho parlato con loro e con la mia squadra e, una volta presa la decisione di unirmi alla Roma, gli ho mandato un messaggio dicendogli: ‘A presto’. E con quello abbiamo concluso l’affare”.

Poi il retroscena su Tiago Pinto.
“Poi ci siamo incontrati con Tiago Pinto nell’ufficio che avevamo a Torino. Si è presentato con la maglia numero dieci. Totti è stato il numero dieci della Roma ed è stato amatissimo dalla gente. Per quello che rappresenta per questa città. Ovviamente ho pensato non fosse il momento adatto per fare una cosa del genere. Nessuno l’ha indossata dopo di lui. Ero appena arrivato e nonostante venissi da un club come la Juventus dove indossavo quel numero, risposi a Pinto: ‘Tiago grazie, è un onore per me, ma per rispetto preferisco indossare il numero 21′”.

Sulla presentazione al Colosseo Quadrato.
“Prima di uscire potevo vedere la situazione da dentro ed è stata una delle poche volte nella mia vita in cui le gambe mi tremavano un po’. Vivere quello, ok, giochiamo a calcio davanti a 50.000 o 60.000 persone, ed è normale. Ma loro vengono per vedere uno spettacolo, per vedere la partita, siamo 22 in campo, con gli allenatori, tutto lo spettacolo. Ma in quel momento, la folla era lì solo per me. Non mi aspettavo un’accoglienza del genere, non avevo mai visto una cosa del genere. I tifosi mi hanno davvero sorpreso. È stato qualcosa di bellissimo, un momento unico nella mia vita e nella mia carriera. E in quel momento, ho capito che avrei dovuto lavorare il doppio per restituire tutto l’amore che mi avevano dimostrato quel giorno”.

Sull’Europa League.
“È sempre brutto perdere. Credo che la sconfitta faccia parte del gioco. Mi fece malissimo. Stavo molto male perché credevo che il gruppo meritasse la vittoria. Pensi ai tuoi compagni, alla squadra, alla tua gente. E faceva male anche per come andò la finale. Ma come disse Matic: “Questo è il calcio. A volte vinci, a volte perdi”.

Sull’offerta di quest’estate dall’Arabia.
“Non mentirò, sono numeri che fanno davvero riflettere, ti chiedi: “Che faccio?”, ma penso che ci siano cose più importanti. La verità è che sono molto felice qui a Roma e anche la mia famiglia è molto felice qui. A volte ti spingono a prendere queste decisioni. Non sono decisioni di uno, a volte i club hanno bisogno di fare scelte che vanno contro i principi e le idee dei giocatori, ma dall’altro lato, l’affetto che ricevo dalla Roma, dai tifosi, dalla società, dalla proprietà e dalla gente in strada, non so se lo troverei da nessun’altra parte. E questo è un aspetto da considerare. Come vivi qui, come vive la tua famiglia, di quello che vogliamo per il nostro futuro. Quindi non è stato facile. Abbiamo parlato tanto, ci abbiamo pensato tanto e alla fine quando devi mettere qualcosa sulla bilancia, bisogna puntare su ciò che pesa di più, ed è per questo che abbiamo deciso di rimanere a Roma”.

Sull’esperienza ai Mondiali del 2022.
“Il salvataggio all’ultimo nella finale dei Mondiali su Mbappe? In quel momento non hai tempo di pensarci. Quando l’ho visto dopo, non sapevo nemmeno cosa stessi facendo lì. Quanto al mio rigore in finale, io sono sempre stato un rigorista. Sapevo di essere entrato dalla panchina al 100% per questo. Ero totalmente concentrato. Quando ho visto Coman sbagliare, mi sono ricordato di quello che Dibu Martínez aveva detto a Enzo Fernández prima dei rigori contro l’Olanda: se parassi un rigore per noi, il giocatore successivo deve calciarlo al centro. La pressione è sull’altro portiere e lui si tufferà di sicuro. Nessuno vuole fare la figura dello stupido in mezzo al campo in un Mondiale. Quindi sapevo che dovevo tirare al centro. Non ho avuto il minimo dubbio. Ho preso la palla e l’ho messa sul dischetto. Sapevo cosa dovevo fare. Dopo ho parlato con Dibu e gli ho detto che mi ricordavo il suo consiglio. Quando Paredes ha segnato, ci siamo guardati perché sapevamo di essere campioni del mondo. È stato bellissimo. Ho solo cercato di godermelo il più possibile, perché si sa, il tempo vola. Ho detto a Leo che ero felice per lui tanto quanto lo ero per me stesso. All’inizio della mia carriera guardavo ogni partita del Barcellona. Tutti volevano essere come lui. Ha dato tutto per l’Argentina”.

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Spalletti nel suo libro: “Totti come un figlio, Ilary una piccola donna”

Luciano Spalletti ha scritto insieme a Giancarlo Dotto un libro ‘Il paradiso esiste… ma quanta fatica’, nel quale ripercorre tanti episodi della sua carriera. Tra questi, inevitabilmente, la querelle con Totti.

Ecco un estratto pubblicato dal quotidiano La Repubblica:

Francesco Totti è, nel bene e nel male, l’esempio più estremo del mio modo di rapportarmi a un calciatore.  Molti hanno sostenuto che sono stato io a far ritirare Totti. Falso. Il mito di Totti, la bandiera, erano aspetti che andavano gestiti dalla società, non da me. L’avevo chiesto con chiarezza al mio ritorno. Non mi si doveva mandare al massacro in quell’uno contro tutti. Io ho sempre messo in campo la formazione con cui pensavo di vincere, né più né meno. Ma la Sud a un certo punto si è schierata contro di me.

Eppure, la squadra era con me: se avessi fatto dei torti al loro capitano — considerato che in spogliatoio c’era gente di personalità del calibro di De Rossi, Strootman, Nainggolan, Seydou Keita, Maicon –, i giocatori sarebbero certamente insorti a difesa di Francesco. Ma così non è stato. A nulla è servito ribadire, nei mesi successivi, che non sono stato io ad allontanare Totti dalla Roma. Ero disponibile ad assecondare qualunque sua scelta. Per rafforzare questo concetto e “liberare” Totti dal “nemico” Spalletti, ho detto pubblicamente che non avrei rinnovato il contratto con la Roma: mi sono dimesso anche per questo motivo, per evitare che mi fosse addossata una responsabilità che non avevo e che non era giusto darmi.

La verità è che — giusto o sbagliato che fosse — il destino del numero 10 a Trigoria era segnato. Ma la verità, si sa, è solo di chi la vuole vedere. Abbiamo sbagliato tutti in quella situazione.

Di sicuro, Francesco Totti è stato il capitano a cui mi sono dato di più. Amavo pensare che il mio destino di allenatore stesse nei piedi di questo gigante del nostro sport. Mi sentivo protetto dal suo enorme talento. Ho fatto cose per lui che non ho fatto per nessun altro. Francesco non può nemmeno immaginare quanto io abbia compreso le sue ragioni, le sue esitazioni, il suo dramma nel dover lasciare il calcio. Carne della sua carne. La sua carne era parte della Roma, lui era la Roma, anche la sua ruggine lucidava il metallo. Io, però, come responsabile chiamato per rigenerare un gruppo in difficoltà, dovevo pensare e agire diversamente.

Io dovevo pensare al bene della squadra. Lui, come tanti altri campioni prima e dopo di lui, non riusciva ad accettare che fosse messa la parola fine a quella storia grandiosa. Nasce qui l’incidente. E l’equivoco. Ciò che pensavo era che quel Totti lì, un totem di quasi quarant’anni, dalle virtù calcistiche intatte ma dalla mobilità inevitabilmente ridotta, dovesse essere utilizzato con parsimonia: entrare in campo con tutta la sua forza carismatica e la sua esperienza nelle situazioni difficili per esaltare lo stadio e per aiutare la squadra. Nella mia testa era questa l’uscita di scena più dignitosa possibile per uno con la sua storia.

Totti è stato idolatrato a Roma e questo probabilmente lo ha “viziato” un po’, gli ha impedito di percepirsi diversamenteFrancesco per me sarà sempre come un figlio, allo stesso tempo la sua ex moglie non sarà mai per me come una nuora. Quando lei mi offese gratuitamente presi ancora più consapevolezza di quanto fossi un uomo fortunato ad avere al mio fianco una compagna molto intelligente, che mai mi ha messo in imbarazzo intromettendosi con così tanta arroganza e maleducazione nel mio lavoro. Può capitare, nel corso di una vita, di essere un piccolo uomo o una piccola donnaCertamente lo è stata lei quando si è permessa di rivolgersi a me in quel modo.

C’è una cosa che non gli ho mai detto, a Francesco, nemmeno il giorno in cui ci siamo riabbracciati al Bambin Gesù, e ne approfitto per dirgliela ora. Una notte, quando in città non si parlava d’altro che di noi, della nostra storia, ti ho sognato mentre mi venivi a dire queste parole: “Mister, ho capito di aver sbagliato con te. Ho capito che, in realtà, tu non mi stai penalizzando come pensavo ma, al contrario, stai facendo di tutto per allungarmi la carriera…”. Poi mi sono svegliato.

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Chiffi bocciato: manca il rosso a Kean. Ingiustificate le proteste di Palladino

Gara abbastanza corretta all’Olimpico, con qualche protesta veemente soprattutto della panchina viola, che ha portato Chiffi ad espellere Zaniolo nel finale.

In assoluto non è stata una prestazione del tutto convincente quella del fischietto scelto da Rocchi per dirigere la sfida tra giallorossi e Fiorentina. In primis per il mancato rosso a Kean che colpisce a palla lontana Mancini al volto. Un gesto di stizza, di estremo nervosismo che il VAR avrebbe potuto segnalare e l’attaccante viola era inoltre già ammonito.

Corretta invece l’interpretazione sul timing dell’angolo che ha portato al gol vittoria di Dovbyk. Conquistato a 48.30” è stato battuto a 48.58”, dunque all’interno dei 4 minuti concessi dall’arbitro come extra time alle fine del primo tempo.

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Zaniolo giornata no: dai fischi dell’Olimpico alle proteste e il rosso nel finale

Nicolò Zaniolo ha vissuto certamente una giornata negativa all’Olimpico.

Autore del gol del 2-0 con la maglia dell’Atalanta e un’esultanza che portò allora lo stadio a riempirlo di insulti, oggi Palladino gli ha dato fiducia dal 1′ ma la prestazione è stata particolarmente incolore.

Beccato sin dal riscaldamento dall’Olimpico, nel finale si è fatto notare, dopo esser stato sostituito, per delle veementi proteste e quindi un rosso a partita finita che gli è stato comminato da Chiffi.

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Ranieri: ”Belli, decisi e determinati. L’allenatore da solo non può fare nulla, ci vogliono buoni calciatori.”

Claudio Ranieri, al termine di Roma-Fiorentina (1-0), ha parlato ai microfoni di Sky Sport. Di seguito le dichiarazioni del tecnico giallorosso.

Vedrai Bologna-Juventus o andrai a cena?

Vado a cena (ride ndr). Non la vedo, magari la registro tanto non devo giocare né con la Juventus né con il Bologna.

La partita?

La Fiorentina è una grande squadra con giocatori che hanno grande tecnica e ti mettono di difficoltà. Volevamo pressarli alti ma non ci siamo riusciti quindi ho detto ai ragazzi di aspettarli. È stato importane il gol alla fine del primo tempo perché ci ha permesso di gestire al meglio le risorse.

La gestione del risultato?

Non era semplice, la Fiorentina è una signora squadra. Siamo stati belli, decisi e determinati: abbiamo sofferto, non abbiamo mai mollato e queste sono le partite che più mi piacciono.

Come sei riuscito a entrare nella testa di Soulé e a fargli fare il quinto?

Il ragazzo è disponibilissimo, ha sofferto molto la prima parte quando non giocava: ora gli ho dato fiducia. Copre bene, vedendolo in casa con il Napoli che raddoppiava su Neres, aiutava sempre Celik ed era difficile saltarlo, ecco perché ora lo schiero lì. Il ragazzo sta facendo un grande sacrifico, è molto bravo. Quando ti punta poi sa quello che deve fare.

Ora la Roma gioca senza i tre monumenti…

L’allenatore da solo non può fare nulla, ci vogliono buoni calciatori. Ho avuto fortuna di prendere questa squadra quando aveva bisogno di una scialuppa di salvataggio, gli ho parlato anche da padre e sono stati bravi seguirmi e a non mollare mai. Chi non ha giocato adesso si sta allenando e i miei collaboratori mi dicono che è uno spettacolo vederli perché vogliono un posto in squadra.

Le vittorie per 1-0 valgono sempre 3 punti

Dico che il calcio è bello perché ci sono più idee, allenatori che la pensano in maniera diversa: ciò rende questo sport intrigante. Bisogna sapere leggere le partite e gestire la squadra. Abbiamo concesso alcune chance a Kean, ma abbiamo difeso molto bene.

Ci racconta un aneddoto di un tennista che vide al Foro Italico?

Una volta vidi un ragazzino biondo e mi accorsi che fosse davvero forte. Era Borg e alla fine vinse il primo torno…

Li riconosci sempre quelli bravi…
Quelli bravi si vedono…

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Svilar: ”Dobbiamo provare a vincere le ultime 3 partite. Bove? Gli auguro il meglio”

Mile Svilar, al termine della partita, ha parlato ai microfoni di Sky Sport.

Quale parata è stata la più difficile?
“L’ultima su Kean. Cerco sempre di aiutare la squadra, ora dobbiamo provare a vincere le ultime tre partite”.

Le lacrime di Bove?
“Momento molto emozionante, lui è una bravissima persona e ha un cuore incredibile. Gli auguro il meglio, spero che possa tornare a fare ciò che ama perché lo merita”.

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Dovbyk: ”Il gol mi dà fiducia. Oggi era importante conquistare i tre punti”

Artem Dovbyk, al termine di Roma-Fiorentina (1-0), ha parlato ai microfoni di Sky Sport.

Per me è importantissimo aver fatto gol e aver aiutato la squadra a vincere, mi dà grande fiducia. Oggi era importante conquistare i tre punti.

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Bove in lacrime sotto la Sud, l’Olimpico gli tributa un saluto commovente

Una delle scene più belle, sentite e commoventi degli ultimi anni. L’Olimpico dopo la vittoria contro la Fiorentina diviene teatro per un saluto generale a Edoardo Bove, ma soprattutto un grande incoraggiamento.

Fermo per un malore al cuore dallo scorso autunno, il centrocampista romano è stato preso di forza da alcuni ex compagni – con Mancini e Svilar, ma anche Dybala in testa al gruppo – e letteralmente scortato sotto la Curva Sud dove è scoppiato in lacrime, mentre il pubblico gli tributava un saluto veramente speciale. Al grido di ‘uno di noi‘, Bove ha salutato tutti e poi ha lasciato il campo, mentre tutta la Roma, compreso lo staff e i suoi compagni della Fiorentina lo applaudivano.

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Corto muso Roma, nona vittoria per 1-0: nessuno ha fatto meglio nei top 5 campionati

La Roma vince 1-0 contro la Fiorentina e aggancia momentaneamente il 4° posto, in attesa di Bologna-Juventus. Come riportato da Opta, i giallorossi sono la squadra che ha vinto più volte 1-0 nei top 5 campionati europei: 9 volte, 8 delle quali con Ranieri. Solidità.

1-0 – La #Roma è la squadra che ha vinto più volte 1-0 nei maggiori cinque campionati europei 2024/25: nove volte, otto delle quali con Ranieri in panchina. Muso.#RomaFiorentina pic.twitter.com/4eJ2Zqm9Ur— OptaPaolo (@OptaPaolo) May 4, 2025