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Calciomercato

De Rossi, possibile ripartenza dalla Premier League: lo scenario

Daniele De Rossi lo aveva lasciato intendere qualche giorno fa: “Sono pronto a ripartire, magari dall’estero”.

Detto e (quasi) fatto. Il tecnico è pronto a ripartire e potrebbe farlo in quella Premier League in cui avrebbe voluto giocare da calciatore. Il tecnico, ancora sotto contratto per due stagioni con la Roma, a giugno potrebbe infatti approdare nel club di cui era tifoso George Best e che si trova non troppo lontano da Londra dove vive buona parte della famiglia della moglie Sarah.

In questi mesi De Rossi ha avuto più di un contatto con alcuni intermediari inglesi, e tra gli interessati ci sarebbe anche il club arancio-nero. Lo riporta Leggo.

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APPROFONDIMENTI

Mancini verso la Tevere a difesa di Dovbyk: come De Rossi con Dzeko nel 2016

Dall’inferno al paradiso nel giro di poco più di 30 secondi.

Artem Dovbyk ieri ha siglato il 15° gol stagionale, dopo aver clamorosamente fallito un’occasione a tu per tu con Caprile, su suggerimento verticale di Baldanzi.

In quei secondi di attesa della ripresa del gioco dalla bandierina, parte dell’Olimpico ha indirizzato all’ucraino imprecazioni facilmente udibili, soprattutto dalla Tribuna Tevere. E una volta battuto l’angolo, realizzato il gol del vantaggio, l’esultanza soft rispetto a quanto avvenuto col Como ha visto protagonista Dovbyk soprattutto di un abbraccio affettuoso da parte di tutta la squadra e in quell’abbraccio è stato visibile il gesto di Gianluca Mancini che si è rivolto proprio alla Tevere, intimando a tutti di esaltare il centravanti giallorosso.

Da inizio anno si paragona spesso l’andamento stagionale di Dovbyk a quello di Dzeko, nel numero di gol sbagliati, nella difficoltà di affermarsi da titolarissimo. E ieri il gesto di Mancini ha ricordato molto quello di De Rossi in occasione di un Roma-Inter vinto 2-1 dai giallorossi grazie alla rete iniziale di Dzeko su assist di Gervinho.

Da capitano a capitano, la difesa del numero 9. La speranza di tutti è che l’ucraino come il bosniaco sbocci definitivamente e si prenda la Roma.

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Interviste

De Rossi: “Totti il giocatore di maggior fascino con cui ho giocato. Gasperini allenatore Top”

Daniele De Rossi, questa mattina, è stato ospite al Maxxi di Roma di Sport Industry Talk insieme all’ex sindaco Walter Veltroni.

Ecco le dichiarazioni dell’allenatore giallorosso, ancora sotto contratto formalmente con la Roma. “Se io fossi Infantino? Forse non ho i mezzi per trovare una soluzione e rendere il calcio più affascinante. Noi italiani ci siamo avvicinati al tennis per le vittorie ma anche per la faccia di chi sta ottenendo queste vittorie. Parliamo di facce pulite, di personaggi cristallini. Il calcio è tirato per la giacchetta da chi comanda e dal tifo. Quello che è buono per il mio club è più interessante anche dello spettacolo. Siamo tutti attratti dal tornaconto più che dallo spettacolo. Che sia economico per un dirigente o sportivo per un tifoso o un addetto ai lavori come me. La semplicità o normalità come la chiamava Spalletti è sottovalutata nel calcio. E’ difficile giocare semplice, pensate a Rodri che vince il Pallone d’Oro perché gioca semplice. Per farlo però bisogna fare mille altri pensieri nel momento in cui non sei inquadrato, io giocavo in quella posizione. Oggi tutti tendono a strafare, lo facciamo anche noi coi nostri figli. Gli facciamo regali incredibili a Natale, poi magari li vediamo giocare con una rotellina. Tocca tornare alla normalità. Troppa tattica? Sì, e questo è grave. Chi allena i piccoli ha una responsabilità maggiore, ma tutti noi vogliamo emulare chi è geniale e bello agli occhi degli altri. Quindi pensiamo al fenomeno Barcellona, ma chi allena i bambini ha un compito fondamentale. Se gli levi la palla dai piedi per fargli fare tattiche o schemi sbagli. Il ragazzino deve pensare a dribblare o togliere il pallone dai piedi agli avversari”

Appartenenza: “Quando vince Sinner siamo contenti, se lo fa in Coppa Davis siamo ancora più felici. Per chi tifa avere qualcosa o qualcuno che li rappresenti è importante. Ci sono poi tanti atleti che rappresentano una squadra che li paga. Proseguire tutta la carriera in una squadra ha un sapore particolare, poi le tentazioni ci sono. Ogni tanto ci pensi e dici “vado a fare un giro da un’altra parte”. Ma alla fine rimani per quel sentimento forte. Non è solo la vittoria a renderci felici, ma di sicuro ci rende credibili e belli alla gente. Il più grande allenatore degli ultimi anni è Gasperini, ha cambiato la vita a una città e a un club. Non ha solo vinto ma ha cambiato una dimensione. Però è diventato affascinante dopo aver vinto l’Europa League, ma a volte i trofei li perdi per un rigore o per un episodio e questo è un peccato. Oggi chi lo critica ci pensa due volte, lo stesso è successo a Spalletti dopo lo scudetto di Napoli. Prima a molti sembravi scemo se dicevi che era un grande. Io non ho vinto tantissimo con la Roma, ma ho vinto un Mondiale. Non ricordo con più brividi quella vittoria piuttosto che la sconfitta agli Europei del 2012.

Il giocatore più affascinante con ho giocato? E’ Totti, ci ho giocato tanti anni insieme ed era affascinante anche per i suoi compagni. Oltre a essere il più forte aveva questa luce, questo carisma silenzioso. Lui parlava coi gesti, c’era sempre quando eri in difficoltà. L’ho vissuto da tifoso e da compagno.

Un avversario? Zidane, un uomo che sembrava cupo ma era bello a vedersi, fortissimo. Il più difficile da marcare è stato invece Seedorf. Era più intelligente, più tecnico e più forte fisicamente di me. Mi ha fatto venire qualche linea di febbre dopo che l’ho affrontato. Le doti che servono per allenare una squadra? L’altruismo, lo era da calciatore e lo è anche da allenatore. Alla Spal ero visto come un oggetto non identificato, mi vedevano come ex giocatore e serviva la chiave giusta per essere credibile e dirgli che erano più importanti di me. Nella Roma sono entrato da bandiera, per molti ero un amico e anche lì bisognava essere vicino a loro ma non dargli troppo spazio. Bisogna saper gestire e accompagnare gli umori sia dello staff che della squadra. La parte mentale di gestione è importante, poi ovviamente ci vuole la conoscenza calcistica ma la gestione del gruppo è fondamentale”.

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Lukaku-Roma, fugace come un amore estivo

Una fiammata iniziale, una grande passione nelle prime settimane e poi pian piano un amore che si è spento, con un addio consumatosi senza neanche salutarsi.

Il rapporto tra la Roma e Romelu Lukaku è stato come quegli amori estivi giovanili, che nascono dal fatidico colpo di fulmine per poi scemare pian piano. Enfatuazioni o poco più che ricordi, ma che lasciano sempre un po’ l’amaro in bocca perchè forse non erano maturi i tempi.

La Roma e Lukaku si sono abbracciati in un momento di reciproca difficoltà: Mourinho attendeva da settimane il titolare in attacco e tra battute e dichiarazioni al vetriolo contro la società (“pure se arrivasse Mbappè sarebbe tardi”, disse a metà agosto al Corriere dello Sport), accolse con favore l’arrivo del belga al fotofinish della finestra di mercato; il belga viveva da settimane il suo secondo rapporto da separato in casa con il Chelsea.

Dan Friedkin partì in prima persona con tutto lo staff dirigenziale e sfruttando i buoni rapporti con la proprietà americana dei blues, strappò il sì del club inglese ad un prestito, seppur molto oneroso, ma che sapeva di toppa enorme messa ad un buco altrettanto pesante.

Accolto tra l’ovazione di Ciampino e gli applausi scroscianti all’Olimpico, Big Rom partì fortissimo pur non avendo svolto la preparazione: 5 reti nelle prime 6 gare d’Europa League più 8 nel girone d’andata in campionato, per un totale di 13 sigilli (in 22 gare) nei primi 4 mesi di stagione.

Lukaku si era letteralmente caricato sulle spalle la Roma viste le difficoltà fisiche di Dybala e in generale quelle di una squadra incapace di trovare continuità sul piano dei risultati.

Foto Farioli

Poi da gennaio il buio più totale. Neanche il cambio in panchina da Mou a De Rossi e il passaggio ad un calcio più prolifico e offensivo, hanno permesso al belga di ritrovare la vena prolifica perduta.

Appena 8 gol in 30 partite tra campionato e coppe, una media drasticamente ridotta e soprattutto la sensazione, nell’ultim periodo in giallorosso di un lento ma inesorabile distacco dalla Roma e dalla piazza. Tanto che Lukaku, consapevole già in Primavera che non sarebbe stato riscattato dal club giallorosso, non ha avvertito neanche il bisogno di salutare i tifosi romanisti. Un gesto non proprio elegante, che però fa il paio con gli errori di comunicazione e di scelte fatte in carriera, su tutti il clamoroso dietrofront a Chelsea e Inter, consumatosi nelle stagioni precedenti.

Foto Fraioli

Poi è arrivata la chiamata del suo mentore in panchina, Antonio Conte che già dall’inizio della scorsa estate gli aveva promesso la maglia numero 9 del Napoli al posto di Osimhen, in rotta di collisione con ADL.

Il suo arrivo in Campania, come quello in giallorosso, si è consumato però anche qui al fotofinish. Assente nelle prime uscite di campionato del Napoli, Lukaku ha provato a recuperare terreno: 5 assist e 4 gol in 11 apparizioni. Non proprio lo score del ‘vero’ Big Rom e spesso anche sostituito nei finali di gara da Conte che si è lamentato del suo rendimento.

In questi mesi si è capito quale fosse uno dei problemi o forse proprio quello principale: un fastidio cronico al ginocchio, che De Rossi aveva in parte svelato a marzo e che Tedesco, ct del Belgio, ha confermato di recente: “Romelu ha un’infiammazione cronica al ginocchio e va gestito”.

Domenica ritroverà la Roma, contro cui ha siglato 3 reti in 5 precedenti. La speranza di Ranieri e di tutti i romanisti è che si fermi qui.

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Ranieri come DDR: a Napoli col 4-4-2 come fu a San Siro contro Leao e co.

Vista la situazione contingente della doppia assenza di Hummels ed Hermoso, oltre all’indicazione di Ranieri ‘Angelino non giocherà più braccetto’, il ritorno alla difesa a 4 – come raccontato ieri su retesport – era inevitabile.

La conferma arriva anche dalle analisi dei quotidiani di questa mattina, nello specifico il Tempo rivela che ieri Ranieri ha iniziato a provare il 4-4-2 con l’ipotesi di schierare Pellegrini in un ruolo ‘particolare’ ma non anomalo.

Perchè Daniele De Rossi lo scorso anno a Milano contro i rossoneri, schierò proprio questa formazione con Pellegrini largo a sinistra, El Shaarawy sulle destra a dare man forte a Celik per la doppia marcatura su Leao e Theo. Davanti Dybala più vicino a Lukaku, con Paredes e Cristante in mezzo.

Il Milan di Pioli con il 4-2-3-1 come il Napoli di Conte, le assonanze per strategie e caratteristiche sono evidenti: una mezzala di inserimento nel ruolo di trequartista centrale (Loftus come McTominay), sugli esterni Leao (come Kvara), Pulisic (Politano), Giroud-Lukaku.

Foto Fraioli

Questo sistema consentirebbe a Ranieri di semplificare le idee alla squadra, apparsa in totale confusione nel passaggio dal calcio palleggiato di De Rossi alle pretese di Juric sul pressing a tutto campo. Due linee di quattro con Dybala avvicinato a Dovbyk, una coppia che raramente ha avuto la possibilità di giocare in un vero e proprio attacco a due (funzionò benissimo a Marassi contro il Genoa).

Se la Joya non dovesse recuperare sarà Pellegrini a scalare vicino all’ucraino, con Pisilli – che scalpita – che giostrerà sull’out mancino. Tutto in attesa del rientro di Saelemaekers, ma questo è un altro capitolo…

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Konè eclissa Barella e si prende la Francia. Con Ranieri può diventare il ‘dominus’ della mediana

Manu Konè contro il Bologna era sembrato veramente l’ultimo a mollare. Una prestazione solida, con un assist vincente servito a Soulè ma sprecato dall’argentino sulla traversa, una serie importante di recuperi in mezzo al campo. L’anima di una squadra spenta e destinata al terzo cambio in panchina.

Claudio Ranieri non potrà che aver apprezzato la prestazione dell’ex Gladbach contro l’Italia di ieri sera, con una soluzione tattica ‘nuova’: perchè se nella Roma è sempre stato schierato da mezzala e comunque, anche se in un centrocampo a due, non con i compiti del regista puro, Deshamps intravede in questo ragazzo qualche qualità diversa. Il CT transalpino da quando ha iniziato a convocare Konè a settembre, lo ha sempre schierato come perno centrale di una mediana a tre.

Ieri sera Konè aveva ai suoi fianchi Rabiot e Guendouzi che hanno fatto da raccordo e nel caso dell’ex bianconero anche segnato due reti. Il centrocampista della Roma invece ha dominato la scena da regista ‘moderno’, recuperando decine di palloni, smistando con qualità e intelligenza, giocando quasi a uomo su Barella ed eclissandolo per buona parte della sfida, costringendolo ad abbassarsi tantissimo nonostante fosse stato schierato da Spalletti trequartista alle spalle di Retegui.

Konè è stato una delle chiavi del successo della Francia a San Siro e i numeri della prestazione del centrocampista giallorosso lo consacrano nella sua completezza:  nove contrasti vinti su tredici tentati nell’uno contro uno, più due nei duelli aerei e due tackle riusciti; precisissimo anche nella gestione del pallone: i passaggi riusciti sono 48 su 51.

De Rossi lo ha voluto fortemente, tanto da alimentare un pressing personale sulla dirigenza romanista nella coda finale dello scorso mercato. Juric non ne aveva apprezzato inizialmente tutte le qualità, tenendolo anche fuori in parecchie sfide poi non ne ha potuto fare a meno. Con Ranieri, il francese, potrebbe diventare un titolare inamovibile, il vero dominus del centrocampo giallorosso.

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Ghisolfi nelle prossime ore a Londra: posizione in bilico

“Un errore l’esonero di De Rossi? La storia dice questo”. Nel sibillino e preconfezionato spartito che Florent Ghisolfi ha declamato ai microfoni delle tv nazionali e in conferenza stampa, dopo l’esonero di Juric domenica scorsa è sfuggita al francese un’ammissione che gli potrebbe costare cara.

Sì, perchè il direttore sportivo giallorosso (in realtà responsabile dell’area tecnica) ‘senza portafoglio’ per mutuare la perifrasi ministeriale o senza particolari poteri, non solo è stato sin da giugno scorso perimetrato a tal punto da non influire in nessuna decisione apicale, ma è stato ‘abbandonato’ al suo destino, come unico referente di Trigoria ma senza poter incidere in nessuna situazione.

Sembrano lontani gli abbracci e l’ovazione di Fiumicino, quando il dirigente francese si ritrovò immerso in una goliardica accoglienza dei tifosi romanisti che stavano aspettando lo sbarco di Soulè.

Ghisolfi – non è un mistero – non era d’accordo con la cacciata di De Rossi e più volte ha tentato di convincere Friedkin a richiamarlo, percependo da subito l’umore di un gruppo squadra che non ha mai digerito l’arrivo di Juric. Questo tentativo è stato rifatto dopo Firenze, ma è stato vano.

Friedkin ha deciso di scegliere in prima persona qualsiasi nomina e come riferisce la Repubblica, l’uscita di domenica scorsa su De Rossi oltre alla dispendiosa campagna acquisti estivi, allo stato infruttuosa, potrebbero costare caro al francese che nelle prossime ore è stato convocato a Londra.

Da capire se per essere definitivamente liquidato o rafforzato nel suo ruolo. La seconda ipotesi, appare oggi, poco verosimile.

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NEWS

De Rossi rientra oggi dagli USA ma non sarà richiamato

Daniele De Rossi è in volo direzione Roma, ma era già previsto in giornata il suo rientro nella capitale dopo alcuni giorni di relax trascorsi a New York.

Nessuna chiamata da Trigoria ha raggiunto il telefono di DDR lunedì scorso dopo la disfatta di Firenze, tantomeno in queste ore. I Friedkin infatti non hanno mai palesato l’intenzione di richiamare il giovane tecnico romanista e starebbero direzionando la loro attenzione su altri profili.

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Rassegna stampa

Friedkin, nessuna intenzione di cedere il club: stadio, dirigenza e tifosi, sarà rilancio

Dan Friedkin vuole rilanciare la Roma e ripartire, avvicinandosi nuovamente ai tifosi.

Se sull’aspetto tecnico, faticosamente, si sta provando a voltare pagina, su quello societario non c’è alcuna intenzione di mollare, almeno per ora.

Come scrive il Messaggero, i Friedkin – filtra da ambienti vicini a Trigoria – hanno capito di aver preso alcune strade sbagliate in questi mesi, con scelte discutibili, che non solo non hanno portato risultati, ma hanno diviso i tifosi.

La proprietà ha capito l’errore commesso con la Souloukou ed è convinta di scegliere un dirigente che conosca il calcio italiano, che sia più un collante che un accentratore di poteri (Antonello o Fenucci).

Il loro silenzio è stato caratterizzante per un po’, adesso è un problema. serio. Una società che non comunica è come se non esistesse: c’è già un consulente per la comunicazione. L’acquisto dell’Everton non ha cambiato i loro piani: Roma resta un punto di forza del loro business, che comprende anche la realizzazione dello stadio, del quale contano di presentare il progetto esecutivo, ottimisticamente, entro la fine dell’anno.

Juric è l’allenatore traghettatore e a meno di altri disastri, resterà al suo posto. In caso di esonero, una cosa è certa: non tornerà De Rossi, scaricato perché ritenuto non all’altezza. Daniele è considerato uno di casa, ma al momento non è previsto un suo rientro. Si parlava di piazza, di scelte di vicinanza. Ecco, la proprietà sta cercando strade per riportare i tifosi dalla loro parte. Con quale iniziative? Innanzitutto, servono i risultati. E’ chiaro che i tifosi tengano anche ad altri aspetti, noti e più legati alle tradizioni. 1) Il marchio, lo stemma. 2) Ufficializzare una data di nascita certa del club.

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Calciomercato

Roma, in caso di esonero di Juric non tornerà De Rossi

Ivan Juric ha la partita di stasera contro il Torino (di sicuro) e la trasferta di Verona domenica (forse) per invertire la rotta e tenersi la panchina della Roma. Almeno fino alla prossima crisi. La vera notizia, però, è un’altra: in caso di esonero dell’allenatore croato non ci sarà il richiamo di Daniele De Rossi ma sarà cercato un terzo tecnico per portare a termine la stagione, dentro un elenco di nomi italiani e stranieri.

La speranza, naturalmente, è che Juric possa vincere tutte e due le partite contro le squadre che ha allenato in passato, prendendo quanto meno tempo. Nessuna medicina è migliore del successo. Richiamare De Rossi è sembrata a quasi tutti la scelta più logica, ma non a Dan Friedkin. Lo scrive il Corriere della Sera.